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lunedì 19 marzo 2012

Il celibato sacerdotale

Gli spiacevoli episodi di pedofilia commessi da alcuni sacerdoti, ingigantiti dai media come se il clero cattolico fosse l’unica categoria sulla terra a macchiarsi di questi peccati, ha indotto alcuni esponenti della cultura a trarre delle conclusioni del tutto gratuite e infondate, e cioè: queste cadute sessuali così biasimevoli sono dovute al fatto che i sacerdoti cattolici sono costretti a vivere il celibato nella castità perpetua con frustrazioni tali da essere poi indotti a cercare per vie proibite quello che potrebbero invece ottenere per vie normali, vale a dire un regolare
rapporto sessuale nell’ambito del matrimonio cristiano per esempio. E alcuni se la prendono con la Chiesa, colpevole, a loro dire, di pretendere dai suoi figli gesti eroici superiori alle loro forze.
Certo, il celibato sacerdotale, o meglio, la castità sacerdotale o, meglio ancora, la verginità in vista del Regno dei Cieli, virtù sublime, raccomandataci dallo stesso Gesù Cristo, Vergine, e vissuta da milioni di cristiani in tutto il mondo come fonte di gioia e di fecondità spirituale, da molto fastidio a quelle lobby di potere che si prefiggono la perversione dell’uomo, soprattutto del prete, dopo aver ottenuto quella della donna con lo sfascio della famiglia naturale. E per questo sono abili nel presentare il sesso libero come virtù, e la castità come prerogativa dei menomati, quando invece è la virtù dei forti e degli intelligenti, sulla quale costruire tutte le altre.
Infatti chi non si propone di dominare il proprio corpo sin dall’adolescenza, lasciandolo in balìa dei peggiori istinti sessuali che certe leggi luciferine stanno gradualmente imponendo anche nelle scuole allo scopo di distruggere l’essere umano fatto a immagine e somiglianza di Dio, non solo sarà incapace di assumersi le proprie responsabilità al momento di prendere decisioni importanti, quali il matrimonio, o la vita religiosa, o comunque un impegno serio di testimonianza cristiana nel mondo, ma sarà più facilmente dominato da tutti gli altri istinti che ne derivano, quali la collera, l’invidia, la gelosia, la vendetta, l’istigazione all’omicidio, al suicidio, o l’attaccamento al proprio io, al denaro, al potere, alle ambizioni sfrenate ecc.  A tal punto che molti giovani non potendo più fruire neppure del normale godimento dei sensi se non con l’ausilio di droghe o peggio, entrano in uno stato di tale depressione che si può trasformare, per reazione, in trasgressione o aggressione, come certi raduni ‘rave’ di giovani dimostrano.
            La castità dicono i saggi oltre che i santi, non è una rinuncia opprimente, non è un macigno pesante imposto dalla Chiesa, ma è gioiosa affermazione di sé attraverso l’uso delle facoltà più nobili che sono la volontà, l’intelletto e i sentimenti, affermazione che permette di custodire i propri sentimenti e il proprio corpo in vista di affidarli integri alla persona che sarà il compagno/compagna di vita, a tal punto da poter assaporare l’emozionante bellezza di quella frase che due sposi, giunti vergini al matrimonio, dovrebbero scambiarsi: “Tu sei mio, tu mi appartieni. Io sono tua, solo tua, io ti appartengo per sempre”. Questo senso di appartenenza reciproca ed esclusiva, è anche la condizione della fedeltà e della felicità di coppia presente e futura.
Su questo possiamo essere d’accordo, molti affermano, ma allora perché non concedere tutte queste meraviglie del matrimonio cristiano anche ai poveri preti, spesso in preda alla solitudine? Chiare e precise sono le risposte che ha dato in proposito il Magistero della Chiesa al quale ci si deve sempre riferire. Io mi permetto di segnalare due punti fondamentali:

Primo:            Il matrimonio cristiano è di tale importanza che è stato elevato da Cristo nientemeno che a Sacramento, ‘il Sacramento dell’amore come fonte della vita umana’. Tuttavia lo stato matrimoniale, anche nella migliore delle situazioni, non è da concepire come il rimedio di tutti i mali o devianze o debolezze, come se gli sposati fossero esenti da tribolazioni, preoccupazioni, infedeltà e tentazioni di ogni genere! Non solo la fedeltà coniugale è un impegno esigente e talvolta eroico per un cristiano, (perché se un sacerdote deve rinunciare a tutte le donne, un vero cristiano deve rinunciare a tutte le donne, meno una, diceva simpaticamente un anziano sacerdote!), ma bisogna essere consapevoli anche di tutti i problemi pratici che sempre accompagnano le famiglie: figli da crescere ed educare, bilanci familiari da far quadrare, moglie che si ammala, o che va in crisi e rischia di mollare tutto… insomma preoccupazioni che, come ricordava San Paolo, il buon Dio vorrebbe risparmiare almeno ai suoi sacerdoti: “Vorrei vedervi senza preoccupazioni. Chi non è sposato si preoccupa delle cose del Signore, come possa piacere al Signore. Chi è sposato invece si preoccupa delle cose del mondo, come possa piacere alla moglie e si trova diviso.(…) Questo vi dico, fratelli, il tempo ormai si è fatto breve; d’ora innanzi quelli che hanno moglie vivano come se non l’avessero, coloro che piangono come se non piangessero, e quelli che godono come se non godessero (…) perché passa la scena di questo mondo”. (Cor. 7, 29-32)
Per mal che vada, si può sempre ricorrere al divorzio anche per i preti, dicono, e si aprirebbe così anche per i consacrati una breccia peccaminosa senza più limite che la società ormai deviata e corrotta vorrebbe prospettare come unico rimedio a tutte le debolezze.  

Secondo:        Anche il Sacerdozio, come il Matrimonio, è stato elevato da Cristo alla sublimità di Sacramento, quello dell’Ordine sacerdotale, e se ‘il matrimonio è la fonte della vita umana, il Sacerdozio è la fonte della Vita divina’. Pertanto scaturiscono entrambi da una sola fonte: L’AMORE che è unico perchè proviene da Dio, ma il modo di viverlo su questa terra è diverso per ognuno di noi, a seconda del nostro stato.  Un sacerdote vero deve saper amare, altrimenti è un poveraccio! Amerà con il cuore le persone che gli sono state affidate accogliendole con affetto, perdonandole, ascoltandole, cercando anche soluzioni per i loro problemi. Il sacerdote, diceva S. Josemaria Escrivà, dovrebbe essere ‘divorato’ dalla gente, nel senso che deve essere così impegnato per gli altri da non avere neppure il tempo di pensare a sé. Altro che solitudine del sacerdote. Se così non fosse, se dovesse subentrare noia e tristezza, allora deve domandarsi cosa non va nella sua vita, e chiedere aiuto al suo direttore spirituale o confessore, prima che sia troppo tardi. Alle volte si tratta solo di chiedere al Vescovo un cambio di mansioni anche logistico.
Il Sacerdote!  Ministro di Dio che deve essere a disposizione del Vescovo come una sentinella è a disposizione del Comandante per la salvezza di tutta la città; che deve essere Pastore, Guida, Maestro di preghiera, di vita ascetica e di consolazione per tutti, nella certezza che il Signore difende e protegge dalle insidie chi si affida a Lui con la preghiera umile e fiduciosa.
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Il Sacerdote! L’unico mediatore tra Dio e gli uomini! Che ha il potere di far ‘scendere’ Gesù Cristo nell’Ostia consacrata durante la Celebrazione Eucaristica; l’unico che, alla pari di Dio, ha il potere di perdonare perfino i peccati! ‘Quando il sacerdote dice: ‘Io ti assolto dai tuoi peccati nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo’ avviene qualcosa di importante nell’anima che non si vede. ‘Ti assolvo’ vuol dire ‘Ti sciolgo’. E’ come se un paralitico cominciasse a camminare, a prendere sulle spalle il suo letto e ad andare verso casa. Andiamo alla confessione così, con la fede certa del prodigio che avviene nell’anima’ (Andrea Mardegan, Il sacramento della gioia, prepararsi alla confessione meditando il Vangelo, Ed. Paoline).
 E se anche il sacerdote confessore, povero peccatore egli stesso, dovesse cadere, ha sempre la possibilità di rialzarsi subito chiedendo a sua volta perdono nella confessione, per riprendere il cammino con più forza e umiltà.
            Questa chiamata così sublime, unica, esclusiva di un giovane al sacramento dell’Ordine sacro che configura il Sacerdote allo stesso Cristo ‘Ipse Christus’ conferendogli i suoi stessi poteri, esige una risposta particolare, consapevole e proporzionata al dono, basata sull’offerta totale di sé e della propria vita, un’offerta che comporta anche un sacrificio, una rinuncia concreta, quella all’amore coniugale in vista dell’Amore del Regno dei Cieli. (Compendio n. 153-159).
Il celibato legato al sacerdozio in una vita di verginità per il Regno dei Cieli non è altro che un anticipo di quello che saremo tutti nella Vita Eterna perché alla fine noi non siamo creati per vivere in un eterno rapporto di coppia, ma per vivere un eterno rapporto con Dio.
Ma il motivo più bello è quello di assomigliare più da vicino a Gesù, come si conviene al Sacerdote che personifica Gesù stesso in quanto capo del Corpo che è la Chiesa. Gesù, perfetto uomo, ha vissuto pienamente la sua umanità nel celibato.
E se questo può talvolta significare croce, è una croce che non opprime ma dà gioia perché fonte di vita e di salvezza, quella croce che ogni uomo di buona volontà deve saper portare assieme a Cristo perché solo allora ‘Il giogo diventa dolce e il carico leggero’.
           

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