sabato 10 gennaio 2026

PROSSIMA APERTURA CAUSA DI BEATIFICAZIONE DI DON FERDINANDO RANCAN


SANTA MESSA IN MEMORIA DI DON FERDINANDO RANCAN

Venerdì 9 gennaio 2026, si è celebrata la Santa Messa annuale in memoria del sacerdote diocesano in concetto di santità, don Ferdinando Rancan, presso la Chiesa di Sant’Eufemia dove lui ha esercitato il suo ministero come collaboratore del parroco negli ultimi anni della sua vita.

Ha celebrato la Messa il rev. Don Daniele Guasconi, il quale si è presentato ufficialmente come “Postulatore” della causa di don Ferdinando, avendo ricevuto lo scorso mese di luglio la nomina ufficiale da parte del Vescovo di Verona mons. Pompili. Questo gli ha dato modo di parlare dell’iter canonico che normalmente deve seguire la candidatura di una persona in concetto di santità, secondo la prassi della Santa Sede e del Dicastero per le cause dei Santi di Roma.

Dopo aver costituito, sin dai primi anni del decesso, secondo le norme previste dalla Santa Sede, Dicastero dei Santi, una Associazione di “AMICI” del candidato alla santità, chiamata precisamente “In cammino con don Ferdinando”, presieduta dall’avvocatessa Barbara Lazzari con la direzione spirituale del Rev. don Ermanno Tubini, si è proceduto subito a raccogliere un buon numero di testimonianze di persone che hanno conosciuto d. Ferdinando. Queste testimonianze riguardano soprattutto le VIRTU’, umane e teologali, cioè come il candidato, diciamo così, le ha vissute nella realtà di ogni giorno, perché ciò che conta per la santità, è la vita di preghiera, di ascetica cristiana in riferimento alle virtù, di cui viene fornito un nutrito e dettagliato elenco come punto di riferimento, senza per questo trascurare eventuali azioni o fatti o iniziative importanti promosse dal candidato.

Quando si è raggiunto un buon numero di testimonianze, fatti, grazie ricevute ecc. il Postulatore assieme ad altri responsabili, presenta tutto al Vescovo di Verona mons. Pompili, per chiedergli l’apertura della causa il quale, dopo una visione generale, passa tutto alla Conferenza episcopale del Triveneto e infine al Dicastero per le Cause dei Santi di Roma. Tutti questi incaricati della cause dei Santi, dopo un primo e veloce controllo, rimandano tutto al Vescovo con un “Si proceda” e a quel punto è il Vescovo stesso che deciderà di aprire ufficialmente la causa con la proclamazione del candidato al primo gradino che è “SERVO DI DIO” attraverso una cerimonia con Santa Messa solenne, suono delle campane, pubblicazione dell’evento sui giornali ecclesiastici ecc. Si procede poi da parte di una Commissione nominata dal Vescovo, a interpellare una cinquantina di persone che devono giurare e firmare sulla verità delle testimonianze in precedenza consegnate. Se tutto è a posto, si passa al secondo gradino che è “Venerabile”, poi “Beato” infine “Santo”, previa attestazione di un paio di miracoli.

E mentre il Postulatore ci ha velocemente aggiornati su parecchie testimonianze di grazie e favori ricevuti da parte del futuro santo invocato, ci ha spronati a continuare a chiedere con fede grazie di ogni tipo e anche miracoli, per noi ma anche per altri, per le nostre famiglie, la chiesa, i sacerdoti, i disoccupati, i malati, le famiglie in difficoltà, i senzatetto ecc. ecc.

A conclusione della Messa, ci siamo sentiti come “rinvigoriti” spiritualmente e fisicamente nella certezza che molte grazie e addirittura la fine delle guerre si devono essenzialmente alla santità perchè sarà proprio la santità a salvare il mondo, cioè la nostra unione con Dio Onnipotente che vuole il nostro vero bene, e non gli accordi di uomini politici spesso falsi e insidiosi.

Riferimenti per comunicare con il direttivo “Amici di d. Ferdinando”, per chiedere l’adesione ecc.

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venerdì 26 dicembre 2025

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domenica 21 dicembre 2025

L'EREDITA' LASCIATA DA DON FERDINANDO RANCAN



Verona, 7 luglio 2025

PREMESSA: In questo contesto ci soffermiamo soprattutto sull’eredità diciamo pure materiale, cioè quei beni o lavori o ristrutture, realizzati da don Ferdinando ovunque gli fosse stato assegnato un luogo dove poter esercitare il suo ministero sacerdotale.

Ovviamente non è stata solo questa la sua “eredità” diciamo così, come parroco, perché diede grande impulso a tutto il lavoro pastorale soprattutto privilegiando la catechesi per ragazzi e adulti, incontri con le famiglie, orari per incentivare le confessioni, benedizione delle case, Comunione ai malati, preparazione per i fidanzati ecc. Il tutto con molta disponibilità a costo di mollare la tazzina del caffè in canonica se veniva chiamato all’improvviso per una confessione.

Ma in questo scritto particolare vogliamo soprattutto far emergere l’amore di don Ferdinando, anzi la sua passione per il mantenimento, la ristruttura o l’abbellimento fatto con arte e buon gusto ma senza esagerazioni, di quelle chiese soprattutto antiche o cappelle o arredi sacri che non possono andare perduti per l’incuria di certi parroci, perchè la cura delle anime e della pastorale dovrebbe andare di pari passo, lui sosteneva, anche con il dovere di mantenere nel migliore dei modi la “struttura sacra” dentro la quale si sono potuti celebrare migliaia di Messe, battesimi, sacramenti ecc. E siccome in Curia sembra che non ci siano mai fondi per queste iniziative, o assai raramente, si devono interpellare i vari Enti pubblici e privati, che di solito si dimostrano generosi. Anche perché ogni azienda di media grandezza prevede un budget di denaro per opere di beneficenza, restauro monumenti, chiese, scuole ecc. ma bisogna andarli a chiedere presentando domanda e progetti ben precisi agli uffici preposti.

Questo ha fatto don Ferdinando durante il periodo in cui è stato parroco ai Santi Apostoli, (e poi anche per San Lorenzo, come diremo), avendo trovato una chiesa romanica bellissima, con cripta e sacello raro del VI secolo, però molto malandata, addirittura coi quattro pinnacoli di pietra del campanile così pericolanti che rischiavano il crollo sui passanti, senza che nessuno se ne accorgesse, se non grazie all’avvio delle sue indagini con ingegneri, tecnici ed esperti dell’edilizia che ripararono anche buona parte del tetto dell’abside della chiesa.

Anche per questo dovere che hanno i parroci di mantenere in sicurezza i beni ecclesiastici loro affidati (non di loro proprietà) per un certo periodo di tempo, grande è la loro responsabilità, come pure quella del Vescovo nel provvedere, ribadiva don Ferdinando, non solo alla pastorale o alla cura dei giovani, ma anche al controllo e consolidamento delle strutture ecclesiastiche, senza delegare al prossimo parroco.

RESTAURO DEL COMPLESSO DEI SANTI APOSTOLI. Sin dal 1980, anno di insediamento del nuovo parroco, don Ferdinando Rancan, presso la chiesa dei Santi Apostoli, in Verona, ebbero inizio, dietro sua iniziativa i lavori di ristrutturazione di tutto il complesso parrocchiale: chiesa, campanile, sacello sante Teuteria e Tosca, aule catechismo, canonica su due piani, attigua casa delle suore, cortile, servizi igienici, (da un solo servizio che c’era per tutti ne realizzò ben nove, tra privati su in canonica e pubblici giù nelle sale parrocchiali). Questo fu possibile realizzare anche grazie alla competenza e generosità, talvolta offerta gratuitamente, dell’ing. Sandro Muttinelli che, assieme all’artista prof. Gianni Lollis, si prestarono con grande impegno per portare a termine i lavori delle varie zone spesso fatiscenti.

Infatti tutto il complesso, molto vasto, in buona parte distrutto dall’ultima guerra, era stato “rattoppato” in qualche modo dai parroci precedenti, dal 1950 al 1980, i quali si erano distinti comunque per grande zelo apostolico soprattutto in opere assistenziali a vasto raggio, indispensabili nelle difficoltà del dopoguerra. Da notare che una delle attività principali promossa dai precedenti parroci, la Società di San Vincenzo per l’aiuto ai poveri, fu mantenuta e rinvigorita dallo stesso don Ferdinando e diede sempre copiosi frutti per la generosità soprattutto di quei parrocchiani benestanti che si prendevano veramente a cuore le necessità dei poveri, anche sanitarie e logistiche, ben oltre i confini della parrocchia. Tutto il dettaglio dei lavori di ristrutturazione eseguiti sono elencati in un plico a parte con allegati.

CREAZIONE DI UN CENTRO SACERDOTALE. Oltre ad aver ricavato, da grandi spazi inutilizzati, i locali necessari per le lezioni di catechismo, un salone per incontri con le famiglie, sala giochi per ragazzi, e su in canonica grande sala con biblioteca dove accoglieva i sacerdoti per incontri settimanali di preghiera e anche conviviali, ciò che stava maggiormente a cuore a d. Ferdinando era la ristrutturazione del secondo piano della canonica (in stato di semi abbandono tranne la prima stanza da letto del parroco), per ottenere dei mini appartamenti per sacerdoti. Riuscì a ricavarne fino a 5, ciascuno composto da studio, camera e bagno, secondo un progetto che d. Ferdinando serbava nel suo cuore e che, purtroppo, mai gli fu concesso di portare a compimento, come tutto il resto nella sua vita intessuta per lo più di contrasti e difficoltà, e cioè un centro sacerdotale per accogliere sacerdoti anziani ma ancora autosufficienti, i quali avrebbero trovato assistenza in questa specie di grande famiglia sacerdotale con un’amministrazione di signore incaricate.

I sacerdoti assistiti non erano però accolti come malati in una casa di riposo, ma avevano dei doveri ben precisi da assolvere, cioè incarichi affidati dall’autorità del Parroco o del Vescovo e che potevano riguardare l’aiuto nelle varie parrocchie o Rettorie, o come cappellani per gruppi ecclesiastici assistenziali o culturali, o presso Istituti di suore o di case per anziani, o per Centri Aiuto Vita o altre Associazioni di volontariato…il tutto unito a una vita di preghiera più intensa a disposizione delle anime.

CONTINUAZIONE DELLA MEMORIA STORICA DEI SANTI APOSTOLI. Tutto questo d. Ferdinando lo sentiva molto forte nel suo cuore anche per un motivo che lui considerava molto importante e cioè continuare la memoria storica della sua parrocchia, in quanto la venerabile Pieve dei Santi Apostoli era sede, fin dal secolo X°, di una congregazione sacerdotale riconosciuta dallo stesso Imperatore e confermata poi da Papa Lucio III, il cui corpo, per una serie di circostanze storiche, riposa dentro la cattedrale di Verona. Anche negli ultimi decenni, con Mons. Accordi e don Signorato, si contavano nella Pieve dei Santi Apostoli, fino a 6,7 sacerdoti, ciascuno con un mandato ben preciso: chi collaborava all’interno della parrocchia, che a quei tempi era molto abitata e si occupava di molte attività assistenziali (mensa dei poveri o degli studenti, attività ricreative, catechesi ecc.), chi invece aveva incarichi fuori parrocchia.

RIFORMA ECCLESIASTICA. Oltre alla motivazione storica di cui sopra, d. Ferdinando sentiva la necessità dell’apertura o fondazione di questo Centro sacerdotale anche a seguito della riforma ecclesiastica di quel periodo storico (anni 1970/80) che prevedeva le dimissioni da ogni incarico per ogni Sacerdote o Vescovo al compimento del 75.mo anno di età, fatto che costringeva molti ecclesiastici ancora in buona salute a cercare soluzioni di emergenza non sempre accolte altrove, fino ad essere costretti a rinchiudersi in appartamenti privati, col pericolo di cadere in depressione o peggio, al vedere che, da molti impegni che avevano, all’improvviso, ancora in buona salute, si trovavano soli, abbandonati, disoccupati, non interpellati, come se fossero spariti dall’elenco dei sacerdoti appartenenti alla Curia di quella determinata diocesi. E anche se per alcuni sacerdoti questa riforma poteva tornare di loro comodo perché potevano dedicarsi con tranquillità alle attività di loro gradimento: pubblicazioni, studi, conferenze, sport, amicizie, incarichi saltuari per Messe ecc. in realtà per la maggioranza di essi invece costituì un vero problema (come per don Ferdinando più tardi, come diremo) perché si sentivano quasi dei poveri mendicanti che andavano a elemosinare un po’ di “lavoro” presso parrocchie o istituti che non sempre erano disposti ad accoglierli, a tal punto che molti di loro si vedevano costretti a celebrare la Santa Messa nella loro casa privata con qualche famigliare o amico.

L’ISTITUTO MONS. GIACOMELLI. Importante fu l’opera iniziata alla Pieve dei Santi Apostoli agli inizi del 1900 subito dopo la prima guerra mondiale, da un parroco, mons. Giacomelli, che acquistò un Istituto attiguo alla chiesa per raccogliere le orfanelle della città e provincia. Tanto grande era comunque l’amore che legava mons. Giacomelli alla sua Pieve romanica, che lasciò scritto come testamento di non distaccare mai l’Istituto che aveva fondato e che prese poi il suo nome “Istituto Giacomelli” dal complesso della parrocchia dei Santi Apostoli, di cui lui è stato parroco fino alla sua morte. Anche per questo motivo, don Ferdinando coltivò nel suo cuore la speranza che quegli spazi enormi dell’Istituto Giacomelli, rimasti vuoti con gli anni per la mancanza di orfanelle e la morte delle ultime suore da lui fondate a tale scopo, potessero essere utilizzati per fini apostolici, o per i giovani con i loro animatori e tutor che in centro storico non avevano spazi adeguati per trovarsi, giocare e fare amicizia (esisteva anche un bel cortile grande all’interno dell’Istituto), o per un’eventuale scuola privata o doposcuola, senza però trascurare quei sacerdoti anziani ma ancora desiderosi di “fare i preti” se avessero potuto godere di spazi e assistenza adeguati. Nel frattempo una parte dell’Istituto venne utilizzata dal Comune, previa sistemazione sommaria, per aprire un asilo della prima infanzia che tornò molto utile alle famiglie della zona per alcuni anni, ma essendo stato in seguito sostituito da un altro fabbricato più moderno, tutto lo stabile “mons. Giacomelli” tornò di nuovo vuoto e in abbandono.

Da notare la posizione strategica dell’Istituto Giacomelli perché, pur essendo in centro storico, era accessibile da più parti, sia a piedi che con le macchine, avendo all’interno anche un parcheggio spazioso concesso provvisoriamente in comodato all’attigua scuola Pindemonte: si poteva raggiungere a piedi dal Corso Cavour attraverso il cortile della parrocchia, oppure con le macchine da via Fratta che collegava il corso Cavour con Via Cattaneo, passando attraverso un parcheggio che risultava prezioso per i genitori che andavano a prendere i loro figli, nonché per gli insegnanti ecc. Insomma questo Istituto poteva essere utilizzato di comune accordo tra la parrocchia e la diocesi per dei progetti comuni ma che avessero come scopo primario delle finalità apostoliche o culturali per le quali era stato acquistato. Questo fu lo scopo che si prefisse il parroco dei Santi Apostoli, don Ferdinando, in pieno accordo senza saperlo con il nuovo Vescovo di Verona che arrivò nel 1992 in sostituzione di mons. Giuseppe Amari.

IL NUOVO VESCOVO DI VERONA MONS. ATTILIO NICORA. Quando il nuovo Vescovo di Verona, Mons. Attilio Nicora, (1992/1997) chiese a d. Ferdinando di lasciare il suo incarico di parroco, nonostante avesse solo 71 anni, in favore del nuovo parroco da lui nominato, mons. Gino Oliosi, lui accettò in piena obbedienza sia perché lo rasserenò la proposta di poter rimanere in parrocchia come collaboratore del nuovo parroco, mons. Gino Oliosi, con cui era sempre andato molto d’accordo, sia perché sperava che quel progetto larvatamente manifestato dal Vescovo sull’Istituto Giacomelli potesse essere una specie di “apripista” anche per il suo progetto segreto che, alla fine, collimava con quello del Vescovo, cioè istituire un centro di vera cultura cristiana cattolica di proprietà della diocesi, a servizio dei sacerdoti anziani, come detto, e di tante nuove esigenze pastorali, sociali e culturali per i giovani, che mancavno totalmente in centro storico. In effetti c’era spazio per tutti.

D. Ferdinando dovette comunque lasciare l’abitazione che aveva in canonica con la sorella perché il nuovo parroco di solito si porta dietro i suoi famigliari o persone di fiducia, e riuscì a trovare un alloggio per lui e la sorella Assunta, in Via Risorgimento, 25, appartamento di media grandezza ma scelto da don Ferdinando soprattutto per la presenza di un grande salone che gli consentiva di continuare ad accogliere i sacerdoti una volta la settimana per il loro incontro di preghiera spesso accompagnato da momenti di convivialità e di amicizia fraterna.

Purtroppo anche il progetto di mons. Nicora andò in fumo perché venne “trasferito” a Roma dopo soli 5 anni e anche il nuovo parroco da lui nominato per avviare questo ambizioso progetto, mons. Oliosi, venne sostituito dal nuovo parroco, don Adriano Vincenzi, in vista di ben altri progetti che avrebbe realizzato d’accordo col nuovo Vescovo, il cappuccino padre Roberto Flavio Carraro.

DIATRIBA PER L’UTILIZZO DELL’ISTITUTO GIACOMELLI. Con l’avvento del nuovo parroco don Vincenzi e del nuovo Vescovo, iniziò a sorgere la diatriba sul diritto di possesso di quello stabile perché, anche se lo statuto diceva con chiarezza che apparteneva alla parrocchia dei Santi Apostoli, per volontà del fondatore che lo acquistò coi suoi beni personali, e pertanto doveva essere il parroco e il consiglio pastorale a decidere della sua destinazione sempre nell’osservanza dello statuto fondazionale, in realtà il nuovo Vescovo Padre Roberto Flavio Carraro non era affatto d’accordo su questo e, forte dell’appoggio del nuovo parroco, don Vincenzi, studiarono un piano strategico al fine di vendere tutto il complesso (era una grande villa nobile in centro storico) a un’impresa di costruzione che ne avrebbe ricavato appartamenti di lusso a pochi metri da piazza Brà, e il denaro incassato sarebbe servito, dicevano, per la ristruttura del Seminario Maggiore iniziata in quel periodo. Ne nacque una diatriba con i parrocchiani (sostenuti in segreto dall’ex parroco don Ferdinando) che volevano il rispetto dello Statuto per dei progetti che potevano anche essere valutati insieme, tranne quello di svendere tutto per ricavarne quattrini. Fu interpellata la Giunta Regionale della Regione Veneto la quale rispose il 2 dicembre 2005 dando ragione alla parrocchia in base allo studio dei documenti presentati (vedi allegato). Ciononostante, per ordine del Vescovo, iniziarono subito dopo i lavori di demolizione e ristrutturazione e così, in barba a tutti gli statuti, nessuno ebbe il coraggio di opporsi al Vescovo e a don Adriano, anche se per poco tempo perché il primo iniziò un lento ma progressivo declino fisico fino alla demenza e il secondo venne a mancare di tumore pochi anni dopo aver combinato questo disastro.

“Sic transit gloria mundi” ma il progetto apostolico di d. Ferdinando e del Vescovo Nicora, anche lui estromesso con la scusa che lo richiedevano in Vaticano, andò totalmente in fumo per sempre, con grande sua amarezza e direi anche sofferenza per tutta la tensione accumulata nel tentativo di salvare il salvabile.

LA CAPPELLA DI SAN DOMENICHINO. Amarezza e sofferenza arrivate quasi a infarto quando un giorno venne chiesto a don Ferdinando di celebrare nella parrocchia dei Santi Apostoli l’anniversario della morte di un suo fedele parrocchiano, il dott. Mazzi, secondo la richiesta della vedova e dei figli, e gli capitò di entrare in quella stanza ex magazzino che lui, quand’era parroco, aveva trasformato in una elegante cappella invernale che era un vero gioiellino: finestre con immagini sacre in alabastro, banchi nuovi con inginocchiatoio ovviamente, pavimento in parquet e marmo, Via Crucis del 700, pareti tutte tappezzate di una stoffa raffinata, ma soprattutto un altare policromo di rara bellezza del ‘700 fatto arrivare con la gru da una cappella privata abbandonata di un paesino di Mondovì, regalato dal proprietario al parroco, altare sul quale don Ferdinando aveva celebrato, soprattutto d’inverno, centinaia o forse migliaia di Sante Messe. E lì accanto fece collocare uno studiolo tutto tappezzato di legno in noce per ricevere persone con un piccolo confessionale adiacente. Ricordo anche una bellissima acquasantiera in marmo rosso di Verona, finemente scolpita a conchiglia, che troneggiava all’ingresso della cappella come per invitare tutti coloro che entravano a usare l’acqua santa.

Ebbene, quando d. Ferdinando entrò, accompagnato dalla sottoscritta, che prese parte a tutti i lavori di ristrutturazione anche con piccoli consigli utili da donna pratica, per poco non gli prese un colpo al cuore: tutto sparito nel nulla. Perfino l’altare che era pesantissimo era sparito. Ma dove poteva essere stato trasportato? Poi ci si accorse che era stato “murato vivo” in fondo alla cappella dove era stato collocato, dentro una parete di cartongesso per adibire quello che restava di quella miserabile stanza a…. studio medico per omeopatia, con tavoli orrendi di formica quasi in disprezzo della bellezza sacra e artistica precedente. Queste demolizioni e altri cambiamenti all’interno della parrocchia, oltre alla vendita, s-vendita dell’Istituto Giacomelli, avvennero con il parroco Adriano Vincenzi che poi, deceduto, fu sostituito da preti provvisori fino all’attuale parroco e Vicario episcopale mons. Ezio Falavegna che diede un nuovo impulso pastorale a tutto il complesso della parrocchia pur nell’impossibilità di ripristinare il danno ormai compiuto anni addietro.

L’ALTARE POLICROMO DEL ‘700 DI SAN DOMENICHINO. In seguito a questa traumatica “scoperta” vennero avviate trattative tra d. Ferdinando che reclamava la proprietà di quell’altare che aveva ricevuto personalmente in dono e per il quale aveva pagato il trasporto con la grù fino a Verona per poi vederlo sparire in quel modo miserabile, e il nuovo parroco, mons. Falavegna, il quale, a onor del vero, nulla centrò con le precedenti “demolizioni” e pertanto si dimostrò ben disposto a favorire questo passaggio anche per la grande stima che nutriva per don Ferdinando. Purtroppo emersero difficoltà di ogni genere soprattutto per la burocrazia e il lavoro che comportava l’abbattimento del muro di copertura e il conseguente trasporto e collocazione in un luogo o cappella alla quale sarebbe stato destinato, anche per le notevoli spese da sostenere a tale scopo.

Spese o regolamenti che, guarda caso, non avevano mai costituito per don Ferdinando un freno o un pretesto per bloccare iniziative o riforme che avessero lo scopo di ristrutturare o abbellire le chiese a gloria della maestà di Dio, ancor meno per impedire ai sacerdoti consacrati la possibilità di continuare a “fare i preti” in luoghi pubblici a qualunque età fino all’ultimo giorno della loro vita, a Dio piacendo, perché la Scrittura dice “TU ES SACERDOS IN AETERNUM” e non puoi andare in pensione a 75 anni, ancora nel pieno delle forze al giorno d’oggi e contro la volontà di Dio, richiuso in un bilocale o dentro un ospizio quando c’è un bisogno estremo di vocazioni generose e anche eroiche. E Dio lo ha dimostrato con un calo stratosferico delle vocazioni.

Pertanto l’altare è ancora lì, collocato nello stesso posto, nascosto da una parete di cartongesso a memoria di questa deplorevole situazione che non torna certo a onore di chi ha smantellato tutto il raffinatissimo arredo sacro per finalità contrarie agli scopi che normalmente dovrebbero essere priorità assoluta per qualunque sacerdote. (vedi allegato). Nota bene che la proprietà dell’altare dovrebbe essere sempre dell’ex parroco don Ferdinando, e semmai consultare don Ezio Falavegna per eventuali informazioni perché l’accordo è rimasto questo: l’altare resta lì finchè non viene richiesto da qualche Istituto interessato (come voleva don Ferdinando per la cappella dell’Opus Dei) il quale Istituto lo avrà gratuitamente purchè si accolli le spese di trasporto. Ma se nessuno sa che lì dentro è tuttora murato un altare del ‘700 bellissimo, chi mai lo potrà richiederà? Tenere presente e spargere voce. D. Ferdinando ricompenserà dal cielo chi riuscirà a estrarlo da lì e trasportarlo in una chiesa o cappella. Grazie

LA RETTORIA DI SAN LORENZO SUL CORSO CAVOUR. Siccome a d. Ferdinando stava a cuore, assieme alla cura per la dignità della liturgia e degli arredi e paramenti sacri, soprattutto il suo ministero sacerdotale a disposizione della gente in un luogo pubblico, continuò a cercare delle soluzioni in tale senso perché intuiva che la sua collaborazione ai Santi Apostoli sarebbe stata provvisoria, come infatti avvenne.

Vide che la Rettoria di San Lorenzo, un grande complesso romanico puro di fronte alla chiesa dei Santi Apostoli sul corso Cavour, era abitata da un solo sacerdote, Mons. Rolando Zera, e gli parve l’ideale. Tutto il complesso è tuttora costituito dalla chiesa centrale con attorno una specie di muraglione di edifici su tre piani suddiviso fra appartamenti di varie metrature, salette, saloni, aula magna a quel tempo fatiscenti e inagibili, quasi tutti prospicienti il Corso Cavour, famoso a Verona per la bellezza dei palazzi antichi che lo caratterizzano. Questo contrasto ben visibile tra i palazzi antichi dei nobili del settecento (palazzo Bevilacqua, Canossa, Balladoro, Malfatti ecc.) e quel complesso fatiscente della Rettoria di San Lorenzo suscitava scandalo per tutti i veronesi che si domandavano come mai la Curia e lo stesso Rettore non si fossero mai attivati per ristrutturarlo e affittare i vari appartamenti a privati o Associazioni, Istituti ecc.

Nessuno ci pensò mai fino all’arrivo di don Ferdinando il quale andò di persona dal Rettore mons. Rolando Zera, a fargli una proposta concreta: se lo accoglieva come aiuto ministeriale per la celebrazione delle Messe, confessioni e servizi liturgici vari, mons. Zera poteva sentirsi più libero di andare a Roma per dedicarsi alle cause dei santi di cui si occupava.

E davanti alla risposta incoraggiante del Rettore frenata però dall’evidenza dello stato di abbandono degli appartamenti, don Ferdinando non si arrese ma andò oltre dicendogli che sarebbe stato molto opportuno, con l’occasione, provvedere anche alla ristruttura del complesso di quegli edifici cadenti e prospicienti il corso Cavour, che forse potevano essere affittati, approfittando dell’impresa di costruzione che aveva ristrutturato e abbellito la parrocchia dei Santi Apostoli, senza lasciare nessun debito alla Curia.

Poi prospettò al Rettore mons. Zera anche il progetto della neonata associazione culturale “Romano Guardini”, fondata da d. Ferdinando per diffondere la cultura cristiana tra i giovani universitari, il cui presidente prof. Leonzio Veggio sarebbe stato molto lieto se avesse potuto godere di una stanza al piano terra per le sue attività. L’accordo fu fatto in via informale supportato anche da lettere degli amici di don Ferdinando o suoi ex parrocchiani che scrivevano ai vari Vescovi chiedendo per d. Ferdinando un luogo pubblico dove lui potesse essere presente per continuare a celebrare e confessare, com’era sempre stato suo desiderio.

Si cercarono di nuovo fondi economici come già fatto in precedenza per la chiesa dei Santi Apostoli e questi arrivarono anche con facilità, perché quando si spiegava che erano per la ristruttura di quello stabile ecclesiastico fatiscente sul nobile Corso Cavour, i negozianti, aziende, comune, banche ecc. della zona fecero a gara per stanziare tutto quello che potevano per tale scopo.

I lavori iniziarono sotto la guida dell’architetto Vittorio Gugole e furono portati a termine con grande cura, in poco tempo e anche qui senza debiti ma, alla fine di tutto, avvenne un fatto che lasciò tutti a dir poco traumatizzati: giunto il momento di rispettare l’accordo di cui sopra, mons. Zera si rifiutò categoricamente di accogliere d. Ferdinando come ministero e ancor meno di assegnare una stanza alla sua associazione culturale. A nulla valsero le proteste degli amici, ex parrocchiani, impresa di costruzione ecc. sia presso il Rettore che presso il Vescovo ma… tutto fu inutile.

E anche se il Giudice di Pace interpellato a tale scopo dava ragione da vendere a tutta l’equipe dei costruttori e amici che facevano il tifo per vedere d. Ferdinando presente a rendere viva e agibile quella bellissima chiesa romanica quasi sempre vuota o chiusa, d. Ferdinando calmò gli animi di tutti, peraltro animati soprattutto dall’affetto sincero per lui, adducendo la motivazione che, ragione o torto, chi aveva il potere decisionale in quel caso era il Rettore, Mons. Zera, e pertanto consigliò di non insistere più con nessuno e di lasciare perdere mettendo tutto nelle mani di Dio, com’era il suo stile. D. Ferdinando accettò questa ennesima sconfitta con una sofferenza che cercò di comprimere a fatica dentro il suo cuore, com’era sua abitudine ormai, eppure anche in quella palese umiliazione pubblica dove lui aveva coinvolto con entusiasmo più persone in un progetto svanito nel nulla, anziché abbattersi, riuscì a rincuorare anche gli animi dei presenti palesemente delusi e amareggiati, offrendo un risvolto positivo e perfino ironico della situazione, dicendo a tutti con un bel sorriso: “Be’, tutto sommato, ci resta la gioia nel cuore di aver compiuto una grande opera che sa di miracolo, perché abbiamo ristrutturato in poco tempo un complesso storico importante ma cadente, che nessun altro in tanti decenni o forse anche secoli è riuscito a fare, e senza debiti, anzi… con un bilancio positivo”. E davanti a un caloroso applauso dei presenti soddisfatti da questa nobile motivazione, anche l’impresario volle chiudere “in bellezza” offrendo un aperitivo a tutti con un brindisi di consolazione.

Alcuni lavori rimasti incompiuti furono portati a termine dal nuovo Rettore con una nuova impresa di costruzione, dopo la morte di mons. Zera, dopo pochi anni, nel 2010.

LA RETTORIA DI SAN GIOVANNI IN FORO SUL CORSO PORTA BORSARI. Si presentò l’ultimo tentativo per avere finalmente una Rettoria, quella di San Giovanni in Foro sul Corso Porta Borsari che rimase vuota tra un Rettore anziano e l’altro e che gli era stata promessa due volte dai due Vescovi, Mons. Flavio Roberto Carraro e mons. Giuseppe Zenti.

Oltretutto aveva un grande appartamento al primo piano che gli avrebbe facilitato l’abbinamento del suo lavoro sacerdotale con l’abitazione senza dover usare continuamente la macchina che cominciava a costituire un problema per via della vista. Si recò più volte nella bella chiesetta romanica per vedere dove poter sistemare soprattutto il confessionale in legno che neppure esisteva, lo volle piccolo ma funzionale, con la grata, l’inginocchiatoio ma anche una piccola panca per potersi sedere, come aveva visto in qualche rivista di arredi sacri, dichiarandosi disponibile per funzioni liturgiche, colloqui, confessioni per i molti passanti che spesso entravano per visitare la chiesa e magari pregare in silenzio. Se i passanti avessero visto la presenza di un sacerdote, molto probabilmente avrebbero aperto il loro cuore alla grazia.

D. Ferdinando non ebbe il tempo di entusiasmarsi che gli arrivò la notizia, portata come sempre in silenziosa obbedienza, che il Vescovo Zenti aveva nominato il nuovo Rettore, un sacerdote incaricato della Charitas che aveva il suo appartamento a Verona ma che era spesso a Roma, e pertanto sarebbe passato dalla chiesa “al volo” per celebrare due Messe la settimana: il sabato sera e la domenica sera, ore 20, come è tuttora, cedendo l’appartamento al primo piano della Rettoria a un sacrista straniero di sua fiducia.

Grande resta sempre la responsabilità di certe autorità ecclesiastiche nella nomina di un sacerdote o parroco o cappellano, che non deve essere un “optionall” qualunque basato su convenienze o interessi reciproci, ma solo in vista di privilegiare il bene per le anime a maggior gloria di Dio. Scelte non facili, ma felici, come dicono i santi.

PERIODO DI EMARGINAZIONE E DI PROVA. Fatto sta che d. Ferdinando, dopo che ebbe lasciato la parrocchia dei Santi Apostoli, fu costretto a celebrare la Messa in casa sua, Via Risorgimento, sul tavolo dello studio per circa due anni (2001-2003), chiedendo talvolta “ospitalità” per qualche Messa domenicale a don Giuseppe Benini, parroco della vicina chiesa di San Pietro, sua parrocchia logisticamente parlando, il quale consentiva molto volentieri ma era cosa eccezionale e fuori regola.

Oltre a questa emarginazione da parte della diocesi, come succede spesso ai santi o candidati alla santità, d. Ferdinando si è visto emarginato in quello stesso periodo e in modo inspiegabile, anche dalla sua Opus Dei che, all’improvviso, lo ha destituito da ogni incarico, senza essere mai più invitato nei loro centri per confessioni o Messe o ritiri spirituali. Inutili si dimostrarono anche le mie lettere ai dirigenti dell’Opera di Milano ai quali spiegavo, nel caso fossero preoccupati della sua salute, che d. Ferdinando godeva della salute di sempre per cui era in grado di occuparsi ancora di qualche incarico spirituale, essendo ancora abbastanza giovane, sui 71 o 72 anni, che gli affidassero almeno qualche compito saltuario, qualche meditazione, qualche ritiro, insomma qualche “mezzo di formazione o sacramento” occasionale che gli permettesse di sentirsi ancora pienamente parte di quella famiglia soprannaturale che Dio stesso gli aveva fatto conoscere a Roma perché la presentasse nel Nord Est d’Italia.

Ricordo che io, nel bollore ardente del mio carattere, non accettavo questa specie di “terra bruciata” che si è trovato attorno all’improvviso, e spesso lo spronavo perché anche lui reagisse, e chiedesse spiegazioni ai responsabili del perché lo avevano completamente accantonato, creandogli non poca sofferenza interiore che lui cercava di reprimere offrendola a Dio, come il suo solito. Ho potuto anche notare da varie esperienze anche personali, che, se è vero che la vera Fede aiuta molto a reagire con visione soprannaturale davanti a certe situazioni dolorose, come anche a lutti, fallimenti, separazioni, tradimenti, ingratitudine dei figli o amici ecc. questa virtù della Fede non toglie affatto la sofferenza che l’accompagna, ma la differenza sta proprio qui: un credente sa offrire a Dio tutta la sua sofferenza che diventa corredenzione e riparazione di molti peccati, propri e altrui perché alla fine di tutto, onori, gloria, umiliazioni, persecuzioni ecc. ciò che conta, come ci ricordava spesso d. Ferdinando, è che non perdiamo la Vita Eterna.

Tornando a d. Ferdinando, la situazione cominciò a migliorare quando arrivò a Verona don Ermanno nel 2010 che lo invitò, dopo parecchi anni di assenza, alla residenza Ponte Navi per qualche allegra tertulia impegnandosi a venire ogni settimana a casa sua, che era la mia, per la confessione e due chiacchiere in amicizia con vero affetto fraterno. Ma erano passati ben 9 anni dalla prima accorata richiesta da parte di d. Ferdinando di avere un luogo sacro dove essere a disposizione delle anime. Nel frattempo sono stati sistemati molti sacerdoti e sacristi e ministranti vari, però… per lui non c’era mai posto!!! La Rettoria di Santa Caterina, quella di Santa Maria della Scala, celebrò per qualche mese perfino nella chiesetta di S. Pietro Martire ma era troppo piccola perché costituita solo dal quadrato della chiesetta e basta, senza altre stanze.

No! Per lui esisteva solo la prospettiva sempre libera e accogliente di Casa Perez! Peccato davvero. Perché la diocesi di Verona e gli amici vari dell’Opus Dei hanno perduto un’occasione d’oro di poter usufruire per circa un’altra decina di anni della preparazione ascetica e teologica di un sacerdote che, a detta di tutti, aveva il dono della Sapienza, sapeva leggere nei cuori ed era veramente innamorato del Cielo, del suo sacerdozio diocesano e della sua Opus Dei. Tanto che il Penitenziere della Curia che conosceva bene don Ferdinando, un giorno uscì con questa espressione, poi ripetuta in altre occasioni “posso affermare, con i dovuti distinguo, che don Ferdinando non era da meno del suo Fondatore San Josemaria Escrivà”

Per la consolazione di tutti, comunque, racconto un fatto molto significativo. Una volta che mi sono permessa di esprimere a d. Ferdinando, anche a nome di altre persone, questo nostro rammarico generale descritto sopra per non aver più sentito le sue belle meditazioni e catechesi ormai da anni, tanto che molti lo credevano ricoverato davvero a Casa Perez, lui mi troncò subito e mi disse “Ma tu sai quanto immenso beneficio ha portato al mondo il silenzio di Gesù sulla croce piuttosto che tante prediche?” Rimasi senza parole, lo ringraziai, e feci tesoro di queste sue parole ispirate dallo Spirito Santo e dalla sua esperienza viva della croce offerta in silenzio.

FONDAZIONI CULTURALI PER I GIOVANI. Fu in questo periodo di apparente disoccupazione, diciamo così, che d. Ferdinando, oltre a portare a termine gli ultimi dei suoi libri, pensò di dar vita a qualche iniziativa culturale per la formazione dei giovani e degli studenti. La prima fu dedicata al sacerdote veronese di grande cultura e ricca spiritualità “Romano Guardini”, poi una seconda ebbe il nome di “Centro Cultura Cristiana”, infine quella che diede maggiori frutti fu intitolata a “Nicolò Stenone” uno scienziato del 1600 di Copenaghen, accanito luterano che, venuto in Italia alla Corte dei Medici, un po’ alla volta si aprì alla grazia di Dio, si convertì al cattolicesimo rinnegando il passato, dopo gli studi di teologia fu consacrato Sacerdote e Vescovo e inviato nella sua terra luterana a convertire quella gente, con grandi sacrifici, eroismo e incomprensioni. Dopo qualche decennio dalla sua morte, qualche discendente dei Medici, chiese di portare la salma del futuro beato Nicolò Stenone a Firenze, dove avvenne la sua conversione, e tuttora è sepolto nella chiesa di San Lorenzo, in un robusto sarcofago di pietra, sul quale gli studenti vanno a deporre i foglietti con la richiesta di aiuto per i loro esami universitari. Davvero commovente ed esemplare la storia dei nostri santi che andrebbe rispolverata e valorizzata.

Infine d. Ferdinando diede impulso, anche economico, all’avvio della nuova casa editrice “Fede e Cultura” fondata dal prof. Giovanni Zenone per la diffusione della cultura cristiana, tanto che il direttore considera d. Ferdinando come “cofondatore” di Fede e Cultura perché lo incoraggiò ad andare avanti per quella strada difficile, affidandogli come “debutto” della Casa Editrice, la pubblicazione del suo primo libro “In quella casa c’ero anch’io” che ebbe molto successo e lo aiutò anche economicamente nella partenza impegnativa. Ma di queste fondazioni culturali cristiane vedi uno scritto a parte.

REAZIONE SOPRANNATURALE SIN DA GIOVANE. Don Ferdinando manifestò sempre somma gratitudine e riconoscenza verso tutti senza mai portare alcun segno di rancore per nessuno, anzi sfoderando sempre un bel sorriso incoraggiante. Ormai mi ero accorta che, ad ogni colpo al cuore che riceveva, lui non reagiva, ma rimaneva in silenzio e si capiva che pregava in cuor suo offrendo a Dio la sofferenza e rinnovando il pieno abbandono alla sua volontà, il tutto senza mai arrendersi o rassegnarsi, perché cercava di individuare la volontà di Dio su altre strade che gli sarebbero state aperte, non secondo il suo desiderio, ma quello di Dio.

La stessa reazione che ebbe da giovane chierico a seguito di quella grande prova che lo vide estromesso dall’ordinazione sacerdotale a pochi mesi dall’evento per un malinteso col Vescovo. Anche in quella terribile, e sicuramente traumatica circostanza, portata con grande visione soprannaturale, il giovane chierico impallidì, ma in silenzio accettò la prova, con molta padronanza e serenità, senza neppure chiedere spiegazioni o giustificazioni, nella certezza che tutto questo era volontà di Dio e che ci sarebbe stato un perché, una motivazione chiara che si sarebbe manifestata quando Dio lo credeva opportuno per il bene suo e di tutti. E così fu. Al momento obbedì al Rettore che gli consigliò di andare a Roma, comunque via dagli occhi curiosi dei veronesi, a continuare gli studi di Scienze Naturali all’università “La Sapienza”, sapendolo portato per questo tipo di facoltà. Lui accettò con fede, fu accolto con affetto dai padri di don Calabria a Primavalle, vestì sempre l’abito talare perché non ci fossero malintesi, soprattutto nell’ambiente femminile dell’Università, sulla sua decisione irremovibile di consacrazione a Dio, e proprio in quella circostanza, ma dopo alcuni anni, si aprì, anzi si spalancò per lui la strada della volontà di Dio: infatti a Roma venne a conoscere l’Opus Dei, attraverso alcuni studenti, nuova realtà carismatica che muoveva i suoi primi passi dalla Spagna in Italia e capì che quella era la spiritualità giusta che il Signore voleva per lui. (1953/54)

Nel frattempo lo stesso Vescovo di Verona, chiarito il malinteso, lo riaccolse nella sua diocesi e, dopo ben quattro anni, di “esilio forzato” lo ordinò sacerdote, come da sue previsioni. Spesso accade che certe croci o umiliazioni che ci sembrano ingiuste possono crearci una certa ribellione, ma se abbiamo fede e pazienza, prima o poi si spalanca la strada della volontà di Dio con grande gioia. Questo ci insegnò don Ferdinando anche in quell’occasione. Dopo tanto peregrinare fuori della sua diocesi, ma con profitto perché nel frattempo si laureò in Scienze Naturali, si aprì anche per lui la strada giusta: avrebbe continuato ad essere sacerdote diocesano ma seguendo la spiritualità del fondatore, Mons. Josemaria Escrivà. Capì che questo percorso, sia pure doloroso e rocambolesco, era stato permesso da Dio affinché lui, sia pure malaticcio, povero e di un paesino sconosciuto, (o forse proprio per questo), potesse conoscere l’Opus Dei, assimilarne la spiritualità e poi farla conoscere a Verona e nel Veneto.

LA PARROCCHIA DI SANT’EUFEMIA. Finalmente il Vescovo Mons. Carraro, dopo l’insistenza di tanti amici ed ex parrocchiani, assegnò un incarico ufficiale a don Ferdinando come collaboratore del nuovo parroco della chiesa di Sant’Eufemia, don Valentino Guglielmi (2003/2012). Lì si recava ogni giorno per la celebrazione della Messa vespertina delle ore 19, e quella domenicale ore 11,30 accompagnato in macchina da Patrizia perché ormai la sua vista indebolita non gli permetteva la guida dell’automobile, ma di fare il prete certamente.

Quando la sorella di d. Ferdinando si ammalò in modo grave e fu presa in carico dal figlio Gianni con la badante, il medico dott. Adriano Farinazzo che non ringrazierò mai abbastanza per le cure che gli ha prestato a qualunque ora del giorno, gli intimò che non poteva più vivere da solo in Via Risorgimento perché aveva iniziato da tempo l’uso dell’ossigeno quotidiano e si intravedeva la necessità anche del ventilatore polmonare che andava usato regolarmente tutte le notti e controllato da persone di fiducia per evitare che, spostandosi la mascherina coi movimenti notturni, potesse andare inavvertitamente in apnea. Neppure era pensabile accogliere in Via Risorgimento un badante o una badante perché, al di là della inopportunità di prendersi in casa una persona estranea, non esisteva lo spazio vitale per ospitare entrambi (la sorella si poteva adattare ma estranei no!).

L’unica soluzione poteva essere, secondo il Vescovo e il responsabile dei sacerdoti anziani, Mons. Fiorio l’ospitalità a “Casa Perez” a Negrar per sacerdoti anziani e malati. Ma questa soluzione offerta e ripetuta oltretutto quando lui aveva poco più di 70 anni ed era ancora in buone forze, non solo rappresentava una spesa insostenibile per le sue possibilità economiche, ma soprattutto gli creava molta sofferenza per le motivazioni dette sopra e cioè perché lui chiedeva solo una cosa ovvia, inerente alla sua scelta vocazionale: la possibilità di fare il prete in una chiesa o chiesetta o cappella pubblica. Stop. Invece la risposta martellante, che sapeva quasi di inspiegabile punizione o penitenza permessa da Dio per le anime “vittime”, senza che lui mai si considerasse tale, era sempre quella: per don Ferdinando nulla di meglio di Casa Perez. Con tutta la stima per simili realtà necessarie e di tutto rispetto, d. Ferdinando la accoglieva come la sua condanna a morte.

OFFERTA DI OSPITALITÀ DI DUE SIGNORE. Di questo suo disagio se ne accorsero da tempo due signore che conoscevano da decenni don Ferdinando e la sorella Assunta: la signora Anna Stella, vedova di Arduino, e la figlia Patrizia, le quali, dopo varie consultazioni, pensarono di proporgli una soluzione alternativa: accoglierlo a casa loro, previo trasloco in alloggio più grande con opportune modifiche, ricavando per lui un mini appartamento dignitoso composto da studio, camera e bagno, addirittura con ingresso indipendente, in modo da assicurargli una certa privacy e nel contempo poterlo assistere tenendo sotto controllo anche i macchinari. Questa soluzione fu davvero un balsamo ricostituente per d. Ferdinando perché si sentiva accudito in un ambiente sereno da parte di due signore di fiducia, e questo gli permetteva di dedicarsi al suo ministero dentro una chiesa pubblica, Sant’Eufemia, accanto a un suo confratello di apostolato, don Valentino Guglielmi che, purtroppo, venne a mancare prematuramente, all’improvviso, il 4 ottobre 2012.

Ma da dove e perché sono spuntate queste due signore nella vita don Ferdinando? Si conoscevano da decenni in quanto la famiglia Stella, soprattutto il capo famiglia, Arduino Stella, conobbe don Ferdinando quando, pretino magro appena ordinato, fu inviato dal Vescovo nel borgo di San Pancrazio dove abitavamo, e lì crebbe una bella amicizia soprattutto tra il novello sacerdote e il padre di Patrizia che, dirigente presso la Motorizzazione del Genio Civile, era stato eletto Sindaco del borgo e Presidente del Consiglio Pastorale.

Amicizia che si consolidò quando don Ferdinando, dopo un paio di anni come curato a San Pancrazio si ammalò di tisi e fu ricoverato all’ospedale dei cronici. In quell’occasione dove la sua vita era in pericolo, il padre di Patrizia andava spesso a trovarlo tra molte difficoltà perché non lasciavano entrare le visite, e così si mantenne nel tempo questo legame di affetto, di stima e confidenza non solo con lui ma, attraverso mia madre, anche con la sorella Assunta la quale, sia da sposata che poi da vedova, mai cessò un solo giorno di accudire, con grande generosità e anche sacrificio, a suo fratello sacerdote e alla loro mamma Maria Marchi, che visse con lui fino alla sua morte, 1973, con soluzioni abitative vicine.

ARDUINO STELLA. Mi permetto in questa occasione di spendere due righe in memoria del mio carissimo papa Arduino, persona generosa, umile, di grande fede, sempre disponibile a cercare una soluzione concreta ai vari problemi delle persone che, soprattutto in quel periodo post bellum cercavano lavoro, casa, famiglia ecc. Mi pare di ricordare che nessuna delle persone aiutate da mio padre nella sua veste di delegato del Sindaco di Verona se ne sia andata senza aver ricevuto o quello che chiedeva, o qualche altra soluzione simile escogitata da mio padre, dal suo cuore grande e generoso. (allora si potevano aiutare le persone liberamente senza tanti legami burocratici come adesso, anche tirando fuori dalla tasca in silenzio e con grande sacrificio mille lire che suonavano per il povero come balsamo refrigerante)

Mi sembra degno di nota un episodio molto importante e per mio padre anche traumatico che gli è accaduto qualche anno prima che mancasse. Una mattina si sveglia tutto agitato e ci racconta in cucina di un sogno che aveva fatto quella notte. Sentiva da una stanza vicino alla sua qualcuno che batteva a macchina. Incuriosito entrò e vide la Madonna su una nuvoletta che stava battendo a macchina e che, al vederlo entrare, gli porse il foglio che aveva appena staccato dal rullo della macchina da scrivere. Lui lesse davanti al viso sorridente della Madonna e c’era scritto “Di’ un’Avemaria che lunedì sarai in mia compagnia”. Possiamo immaginare la sua trepidazione davanti a un sogno del genere, anche se mia madre, com’era il suo stile pacificatore, lo tranquillizzò dicendogli che siamo tutti in viaggio verso la Madonna e nell’anno ci sono molti lunedì e nessuno sa quale sia, se fra un anno o dieci o venti ecc.

Mano a mano che i mesi passavano, mio padre si convinse della ragione di mia mamma e si rasserenò, però nello stesso tempo notai che mise un maggior impegno nella preghiera, nell’assiduità alla Messa, talvolta anche feriale, tanto che trovammo nel suo taccuino una preghiera che lui recitava ogni giorno sulla preparazione per una buona morte.

Un giorno, non ricordo esattamente quanti anni dopo quell’episodio del sogno, ma non molti, avvenne un fatto davvero grave: finché mia madre era andata ad accompagnare mia nonna dall’oculista fuori città, mio padre fu preso di buon mattino da un ictus sempre più forte che gli impedì di andare a lavorare. Siccome non c’erano allora i cellullari per chiamare la moglie, si affrettò a chiamare la sorella Maria che abitava poco distante. Questa si precipitò dal fratello e chiamò immediatamente l’ambulanza che lo portò d’urgenza all’ospedale. La situazione si aggravò notevolmente perché si trattava di una emorraggia celebrale progressiva e così forte che non era possibile bloccarla (almeno con i mezzi di allora). Quando mia madre tornò a Verona e le dissero che il papà era moribondo all’ospedale, si precipitò al suo capezzale ma era da poco passato a miglior vita. Il trauma che subì mia madre dal vederlo bello attivo pronto per andare in ufficio e vederlo morto lo stesso giorno fu terribile, tanto che io fui costretta a lasciare l’Opus Dei come numeraria e starle vicino perché credevo che anche lei morisse dal dolore, tanto si volevano bene.

Furono chiamati immediatamente i figli e parenti vari. Anch’io arrivai il giorno dopo da Milano dove stavo lavorando e corsi ad abbracciare mia madre che non riusciva a rassegnarsi, nonostante la sua fede profonda. In quel momento ebbi come un lampo fulminante: la lettera della Madonna! Quel famoso e angosciante “lunedì sarai in mia compagnia”. Chiesi dunque ai medici la conferma del giorno esatto in cui lui era mancato e mi dissero tutti d’accordo: il 4 marzo 1974! ERA DI LUNEDÌ Lo dissi con gioia alla mamma mentre l’abbracciavo, rassicurandola che il papà, uomo di grande fede e di carità esemplare, era andato dritto in Cielo accompagnato dalla Madonna. Questo episodio fu di grande consolazione soprattutto per la mia mamma anche se dovette passare molto tempo prima di riprendere la sua abituale e contagiosa serenità.

Grazie caro papà Arduino per tutto il bene che hai seminato nel silenzio, anche nella povertà che la nostra famiglia ha dovuto superare alcune volte con tre figli piccoli e il tuo solo stipendio statale, ma con molta dignità, senza che nessuno lo immaginasse, ma a quei tempi ci si aiutava gratuitamente, discretamente, senza pensare a ricompense o tornaconti personali, anzi perfino rimettendoci, ma confidando nella provvidenza di Dio che non delude mai.

IL PRIMO APOSTOLATO DI DON FERDINANDO: PORTO SAN PANCRAZIO. Nel borgo periferico di “Porto San Pancrazio” dove entrò nel 1955/56 mandato dal Vescovo, don Ferdinando fece la sua prima esperienza di apostolato secondo lo spirito dell’Opus Dei (avendo chiesto l’ammissione come sacerdote aggregato nel 1954 quando si trovava a Roma per studi, come detto) presentando questa nuova spiritualità a qualche famiglia più sensibile della zona, tra cui la famiglia Gaspari con la figlia Meri, poi numeraria, e la famiglia Stella con la figlia più giovane Patrizia anch’essa numeraria per soli 13 anni, vocazione purtroppo interrotta dall’improvvisa morte del padre, come detto in precedenza, che la costrinse a tornare a casa per accudire alla madre, anche se rimase sempre affezionata e grata all’Opus Dei per la formazione ricevuta.

Quando don Ferdinando tornò a casa, quasi miracolosamente, dall’ospedale detto brutalmente “degli incurabili” (la tisi a quel tempo era difficilmente guaribile), il suo primo pensiero fu il suo inserimento come sacerdote diocesano.

I dettagli di questi periodo della sua vita sono esposti magnificamente nel suo libro autobiografico “UN SOMARELLO E LA SUA STORIA”, oltre che nel libro biografico di don Ermanno Tubini dal titolo “Don Ferdinando Rancan” entrambi reperibili presso la casa editrice “Fede e Cultura” del prof. Giovanni Zenone. Pertanto in questo contesto riassumo al volo, giusto perché non ci siano salti enigmatici di interi decenni, la vicenda della sua vita dopo l’esperienza a Porto San Pancrazio e il suo rientro a casa dopo la sua malattia.

Fu assunto, solo la mattina, come insegnante di biologia presso il seminario e più tardi anche nel Liceo “Agli Angeli come docente di religione, mentre nel pomeriggio svolgeva il suo ministero sacerdotale soprattutto con la Santa Messa e a disposizione delle persone come confessore per quasi tutto il pomeriggio, prima presso la Rettoria di Santa Toscana e poi, accolto con vero affetto paterno dal rev. Mons. Emilio Venturi, presso la sua parrocchia dei Santi Nazzaro e Celso in Veronetta.

Lui stesso narra nel suo libro autobiografico che rimaneva intere ore in confessionale anche col freddo dell’inverno a consolare, dirigere spiritualmente, insegnare e presentare l’amore di Gesù alle anime che si accostavano per ricevere perdono, aiuto, conforto e discernimento nelle varie scelte della vita.

Patrizia, al ritorno da questa sua esperienza di lavoro e di preghiera nell’Opus Dei, fu assunta come impiegata presso l’Assicurazione “Cattolica” e nel tempo libero prestava il suo servizio di volontariato un po’ nel Movimento Vita occupandosi di due fratellini abbandonati, e un po’ come catechista presso la parrocchia dei Santi Apostoli dove don Ferdinando nel frattempo era stato nominato parroco nel febbraio 1980. Pertanto anche le due vedove, mia madre e la sorella di d. Ferdinando, si trovavano spesso in chiesa e si consolavano a vicenda trovando nella figura di don Ferdinando un valido punto di riferimento umano e spirituale, che dava loro, come a tutti coloro che lo cercavano, carica e conforto.

Queste situazioni difficili che si passano nella vita, quando trovano la presenza di qualche parente o conoscente o persona di buona volontà, che magari il Signore stesso ti mette accanto, rinforzano i rapporti di stima e di amicizia a tal punto che poi diventano come legami solidi, talvolta di più degli stessi legami parentali, che ci aiutano, come in una cordata di montagna, a non mollare mai finché non si è arrivati a destinazione secondo la volontà di Dio.

DECISIONE EROICA DI MAMMA ANNA. Dopo varie perplessità davanti a una decisione così importante e oserei dire, quasi sconvolgente soprattutto per mia madre Anna, la quale con vero eroismo, all’età di 80 anni decise di lasciare la sua confortevole casa di Ponte Crencano “per amore del Signore e di don Ferdinando”, queste due signore intuirono che fosse volontà di Dio il fatto di occuparsi di don Ferdinando, che ormai consideravano uno di famiglia, come uno zio acquisito dopo tanti decenni di conoscenza e amicizia, e da quel momento in poi non esitarono a procedere al trasloco, dopo aver individuato l’appartamento giusto in Via Isonzo, 5 a Borgo Trento, aiutate dal fratello di Patrizia, Alessio che, da direttore di banca si premurò di aprire un mutuo impegnativo intestato a Patrizia, e dal nipote di don Ferdinando, Gianni, il quale, da bravo geometra, seppe guidare bene e con modica spesa i lavori di ristrutturazione dell’appartamento che ci accolse tutti e tre fra il 2002 e 2003.

Parte delle pensioni dei tre “inquilini” servivano per le spese ordinarie e per vivere con dignità, senza per questo trascurare le necessità dei poveri, alcuni dei quali, come la giostraia Iole, continuavano a venirlo a trovare sin dai primi tempi dei Santi Apostoli. Tutti tre si andava molto d’accordo e ci si voleva veramente bene, senza mai tagliare i ponti con le nostre famiglie, anzi invitandole in occasione di feste e ricorrenze. Talvolta i miei due “tesori”, dopo pranzo, si mettevano a canticchiare qualche canzone dei loro vecchi tempi con grande loro commozione perché ricordavano perfino le parole oltre che la musica, e questo rendeva felice la sottoscritta nel vederli così contenti. Spesso veniva a pranzo o a cena con noi anche Assunta, accompagnata dal figlio Gianni che la affidava a me anche per una intera giornata o due ogni settimana, nei giorni liberi della badante fissa, e allora le vecchie canzoni di un “coretto a tre” diventavano non solo commoventi, ma perfino strazianti, perché stonati da morire ma lo stesso pieni di gioia sincera e profonda perché ricordavano i loro vecchi tempi e la guerra e altre vicende della loro vita a Tregnago che emergevano e delle quali io prendevo poi nota a parte sul computer. Quante belle risate ci siamo fatti tutti quattro insieme e quanto bene ci si voleva e ci si vuole tuttora chiedendo il loro aiuto in collegamento fra cielo e terra.

Mamma Anna è volata direttamente in Paradiso (ne ho avuto la prova) dopo quattro anni circa dall’inizio della nostra convivenza e allora, mancando la sua pensione e vivendo in un appartamento abbastanza grande, con due ingressi separati come due appartamenti attigui, e acquistati con un mutuo impegnativo le cui quote mensili salivano a dismisura, pensammo di vendere tutto, chiudere debiti e mutui, e vivere in un appartamento in affitto trovato per miracolo o per volontà di Dio, comunque bello e spazioso sul lungadige Matteotti che diede molto conforto a d. Ferdinando negli ultimi dieci anni di vita, dal 2007 al 2017.

LUNGADIGE MATTEOTTI. Anche in Lungadige Matteotti continuarono le visite di don Ermanno e di altri amici di don Ferdinando, soprattutto il gruppo dei sacerdoti che si trovavano ogni settimana per i loro incontri di preghiera nella casa di Via Risorgimento i quali erano spesso invitati anche in Lungadige Matteotti in occasione di qualche festività coronata spesso da un buon pranzetto con le famose “tertulie” finali, volute dal fondatore San Escrivà che erano come ricreazioni dove ci si raccontava episodi simpatici di apostolato o di esperienze varie, spesso edificanti che servono a incoraggiare tutti a perseverare sulla strada difficile e impegnativa dell’apostolato per far conoscere Gesù Cristo e la Chiesa che alla fine, è l’unico vero grande scopo di tutta la nostra vita, “altrimenti abbiamo fallito tutto” come ci ricordava don Ferdinando.

Ricordiamo in breve i luoghi di incontro voluti da d. Ferdinando per i suoi giovani e preti: all’inizio in casa sua, in Viale Nino Bixio dove viveva con la madre, poi per alcuni anni presso la sala di qualche parrocchia dei preti presenti, poi nel salone della parrocchia dei Santi Apostoli, poi in quello di Via Risorgimento, infine in Lungadige Matteotti, almeno finchè visse d. Ferdinando.

Lo stesso appartamento di Lungadige Matteotti divenne anche punto di riferimento per gli amici e simpatizzanti del nostro gruppo di preghiera, voluto da d. Ferdinando per le necessità dell’Italia e delle nostre famiglie. Ci si riuniva una volta al mese di sabato pomeriggio per il rosario, meditazione e confessioni, Santa Messa, il tutto coronato da merenda-cena in allegria.

Memorabile rimase l’ultimo giorno dell’anno, 31 dicembre 2016, passato col gruppo quando, dopo la Messa e il Te Deum celebrato in casa, uscimmo sul terrazzo a contemplare, incantati, i fuochi artificiali che si alzavano da ogni parte di Verona, scoppiettando con un bagliore di luci colorate, come fosse stato un invito gioioso per lui verso la patria celeste, che avvenne da lì a pochi giorni.

Vale la pena anche ricordare che nell’ultimo decennio di vita di d. Ferdinando in lungadige Matteotti (2007-2017) furono portati a termine, un po’ con lo scritto e un po’ con la registrazione a nastro, a motivo della sua cecità, gli ultimi suoi libri: “In quella casa c’ero anch’io” presentato nel dicembre 2005 nel salone della Banca Popolare di Verona; poi “La Madonna racconta” presentato nel marzo 2016 nel salone del circolo ufficiali di Castelvecchio, a pochi mesi dal suo passaggio al cielo, e infine l’ultimo suo libro “Un somarello e la sua storia” presentato, come da richiesta dell’autore, dopo il suo passaggio al cielo, nel gennaio 2019, nel salone dei Vescovi, alla presenza del Vescovo mons. Zenti e di un folto pubblico. D. Ferdinando scrisse e pubblicò in tutto nove libri, tutti sui vari aspetti della vita ascetica cristiana, elencati in un file a parte e reperibili presso la Casa Editrice “Fede & Cultura” che li invia a domicilio. (tel. 045/941851)

L’EREDITÀ MATERIALE LASCIATA DA DON FERDINANDO. Siccome ogni tanto emergono voci critiche sul fatto che don Rancan, nel suo testamento aveva pensato solo all’Opus Dei e non alla Curia (ai nipoti aveva già pensato anni addietro con la sorella Assunta), è doveroso precisare, come memoria storica, che d. Ferdinando nulla possedeva alla sua morte se non la sua pensione di insegnante che superava appena gli 800 euro, e l’importo mensile di 270 euro del Sostentamento Clero che bastavano appena per le spese vive.

L’unico bene immobile di Via Risorgimento 25, fu acquistato coi suoi risparmi e con le offerte di qualche benefattore, tanto che ritenne giusto lasciarlo ai sacerdoti dell’Opus Dei per il loro apostolato e con la possibilità di venderlo a loro discrezione, per eventuali, altre iniziative.

Da parte mia, comunque, avendo ricevuto più volte anche se molto educatamente, qualche lettera dalla Curia con richiesta di chiarimenti riguardanti la mia posizione nei confronti dell’eredità del sacerdote che accudivo, (forse nel timore che d. Ferdinando, come purtroppo accade per molti anziani, sacerdoti o laici, lasciasse a me tutto il suo “immenso” patrimonio!) io ho sempre dichiarato che innanzitutto non avevo il ruolo di badante, con tutto il rispetto, perché lui è stato accolto in casa mia e di mia madre acquistando con grande sacrificio un appartamento più grande per mantenere la sua dignità e privacy, (ingresso privato con studio, camera e bagno);

ho dichiarato altresì di non sapere che farne di eventuali eredità da parte di d. Ferdinando (che oltretutto nulla possedeva, al di là dell’appartamento citato, tanto che a fatica mi ha lasciato un piccolo compenso per il mio trasloco dopo la sua morte come segno di riconoscenza), perché non mi ha mai interessato l’eredità di nessuno, non perché io sia una ricca signora, ma perché, se fossi partita solo da calcoli umani e non dalla certezza di fare la volontà di Dio, anche rimettendoci, avrei speso la mia vita ben diversamente come pensionata dell’Assicurazione Cattolica, forse per viaggi culturali e magari anche apostolici, ma non certo in una sorta di clausura a domicilio con una persona anziana e malata, da accudire in modo, permettetemi la sincerità, talvolta eroico. Ma lo facevo col cuore, come diceva sempre la mia eroica mamma, per amore del Signore e di un santo prete come d. Ferdinando, e ne ero anche ben ricompensata, se non economicamente, ma spiritualmente si, moltissimo. E questa eredità non arrugginisce mai e non si perde più.

Pertanto, anche alla luce del suo ultimo testamento allegato e inviato alla Curia e delle testimonianze qui riportate, posso dire che, dal punto di vista puramente materiale ed economico, ben più grande è stata l’eredità che don Ferdinando ha lasciato alla sua diocesi che a tutti gli altri, Opus Dei, poveri e nipoti compresi:
la ristruttura di due importanti complessi ecclesiastici del centro storico di Verona, con cospicui contributi pubblici e privati senza lasciare alcun debito e senza ricevere nulla in cambio, ma solo umiliazioni ed emarginazioni perché allontanato anzitempo dalla sua parrocchia e dal suo progetto per i sacerdoti anziani, rifiutato dai responsabili della Rettoria di San Lorenzo dai quali è stato ingannato, e mai esaudito nel suo desiderio di avere un suo sacrosanto diritto come sacerdote “in cura d’anime”, cioè una sua Rettoria, tra le parecchie rimaste libere in diocesi, per essere a disposizione delle anime fino all’ultimo suo respiro.


LA VERA EREDITÀ LASCIATA DA DON FERDINANDO. Don Ferdinando, comunque, come sacerdote diocesano, ha lasciato un’eredità che è molto di più di un po’ di denaro o di beni immobili o quant’altro, perché è la vera eredità che lasciano di solito i santi che hanno una profonda spiritualità ascetica e anche mistica, nel nascondimento di una vita umile ma sempre impegnata per le anime, perché sono quelli i veri tesori che la Chiesa domanda per qualunque persona incamminata verso la santità: il tesoro delle virtù, quelle umane e quelle teologiche, fatte di sacrificio nascosto, di donazione incondizionata, di generosità anche in denaro per chi ne ha bisogno, sempre a disposizione per gli afflitti e tribolati, anche se malato lui stesso, sempre con un sorriso contagioso sul viso, privilegiando fra le molte preghiere, la celebrazione per eccellenza che è la Santa Messa quotidiana, sempre, ogni giorno e anche più volte al giorno se necessario, anche dall’ospedale, tanto che, alla fine della sua vita, si svegliò dal coma con queste ultime parole: “Portatemi a casa perché voglio dire la Messa”. Era il 10 gennaio 2017.

La celebrò in Paradiso con il suo Fondatore, San Josemaria Escrivà, che lo aspettava.

        In fede
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venerdì 19 dicembre 2025

ELENCO DEI LIBRI PIU' BELLI DI DON FERDINANDO RANCAN


ELENCO SINTETICO DEI LIBRI PIU’ BELLI DI

DON FERDINANDO RANCAN


I libri di d. Ferdinando che hanno riscosso maggior consenso tra i lettori sono i seguenti:


1) DOVE CIELO E TERRA SI INCONTRANO
La preghiera e la Messa nella vita del cristiano

E’ la raccolta di alcune lettere rivolte ai parrocchiani dell’autore in un libro molto chiaro sul Sacramento più importante in assoluto del cattolico e del mondo intero:
                              la Santa Eucaristia

ed. Solfanelli pag. 140 euro 12.00
si può richiedere alla casa editrice Solfanelli che lo invia a domicilio   tel- 0871.561808 335.6499393
edizionisolfanelli@yahoo.it

2) RICEVI QUESTO ANELLO
Il matrimonio via privilegiata per la santità.
Pag. 135 euro 14.00


3) IN QUELLA CASA C’ERO ANCH’IO

C’è un posto anche per te nella vita di Gesù.
E’ la narrazione della vita di Gesù dallo sposalizio di Maria e Giuseppe alla Assunzione della Madonna, narrata da un “bambino” (l’autore) che ha immaginato di intrufolarsi nella casa di Nazareth ed ha vissuto accanto alla Sacra Famiglia dal vivo, come “un personaggio in più” .

In piena fedeltà al Vangelo, ha la prefazione di mons. Flavio Roberto Carraro, allora Vescovo di Verona
                             Pag. 420 euro 17.


4) LA MADONNA RACCONTA
Confidenze della Vergine Maria ai suoi figli.

Una lettura del Vangelo narrata da “Colei” che le ha vissute sin dal momento dell’Annunciazione fino alla sua Assunzione al Cielo. Un modo semplice ma molto efficace di conoscere bene e con gioia il Vangelo.

Con prefazione di mons. Luigi Negri già Vescovo di Ferrara Comacchio
                       pag. 202 euro 15,00

I libri di cui sopra sono stati tutti passati al vaglio di esperti sacerdoti o Vescovi e hanno ottenuto il cosiddetto “Imprimatur”, vista anche la delicatezza degli argomenti che riguardano vicende del Vangelo e dei Sacramenti più importanti istituiti da Gesù Cristo.


Il libro di cui al n. 1) è reperibile presso la casa editrice Solfanelli (tel- 0871.561808 335.6499393) che li invia a domicilio.

I libri di cui al n. 2, 3, 4 e altri non elencati di don Rancan sono reperibili presso la Casa Editrice “Fede E Cultura” che li invia a domicilio (tel. 045/941851)
                 edizioni@fedecultura.com

La lettura di buoni libri è stata sempre fonte di grandi conversioni e di gioia profonda. Leggi e regala libri buoni e diffondi per favore questo messaggio. 
         Il Signore ti ricompenserà. Grazie

                     
Gli amici di don Ferdinando Rancan

mercoledì 26 novembre 2025

DIRITTI DEI FEDELI CATTOLICI


Verona, 23 novembre 2025

Festa di Cristo Re dell’universo


LETTERA APERTA AL VESCOVO DI VERONA MONS. POMPILI

ALL’ ABATE DELLA BASILICA DI SAN ZENO

ALLA CITTADINANZA VERONESE

AL GIORNALE L’ARENA DI VERONA. LETTERE DEI LETTORI


DIRITTI DEI FEDELI CATTOLICI




Come fedeli della diocesi di Verona, ci rivolgiamo a Lei, Eccellenza mons. Pompili, quale Vescovo della nostra diocesi di Verona, nonchè al Rev. Abate di San Zeno mons. Ballardini, per avere una risposta alle nostre perplessità circa l’opportunità di organizzare un pranzo per i poveri dentro la basilica di San Zeno, come realizzato qualche tempo fa.




Tenendo nella massima considerazione qualunque iniziativa in favore dei poveri, speravamo in cuor nostro che, finito il tempo di papa Francesco con le sue “novità stravaganti”, nessun Vescovo o Prelato volesse continuare sullo stesso esempio di utilizzo dei luoghi sacri per iniziative profane, dal momento che nella storia della Chiesa abbiamo avuto Papi santi e altri meno virtuosi, senza dire dei 40 antipapi denunciati dal Magistero della Chiesa in duemila anni dalla sua fondazione, vale a dire un Papa falso ogni sei o sette Papi della vera successione apostolica, tristi occasioni nelle quali comunque sono state gettate al macero tutte le loro opere orali e scritte non sempre per motivi di eresia ma perché, mancando il “Munus”, cioè l’investitura divina per una chiamata così speciale, non esistevano i presupposti per rendere vincolanti per la coscienza questi documenti.




E di questo nessuno si è mai stupito perché il “nemico” si è sempre infilato dentro la Chiesa fatta di santi ma anche di peccatori, i quali comunque sono tenuti a far tesoro di eventuali errori dei loro predecessori per discernere, mediante lo Spirito Santo, la Verità dall’errore, avendo come punto di riferimento la dottrina perenne della Chiesa, alla luce della filosofia patristica e scolastica di veneranda e benefica memoria, basata sull’evidenza del “senso comune” del grande San Tommaso, che sarebbe urgente e doveroso ripristinare nel piano di studi soprattutto dei Seminari diocesani, dove purtroppo si insegna di tutto e di peggio lasciando scriteriatamente la libera scelta a ogni individuo, con conseguenze gravissime non solo per la ortodossia della Fede, ma anche per il sano equilibrio psico-fisico degli studenti, ai quali non si può somministrare qualunque tipo di “alimento”, ingozzandoli di porcherie perché possano scegliere liberamente, ma come un buon padre di famiglia, selezionare quel “cibo” che risulta essere sano perché possa sanificare tutta la loro persona e dare gloria a Dio.




È risaputo che in tutte le diocesi esistono luoghi spaziosi e confortevoli per iniziative benefiche, culturali, assistenziali, ricreative ecc. senza essere costretti ad occupare chiese o luoghi sacri riservati al culto. Ad esempio biblioteche e scuole per lo studio, campi da calcio o da tennis per lo sport, teatri o sale da cinema per spettacoli vari, ristoranti e sale da pranzo per i pasti, saloni di ogni grandezza per convegni o incontri conviviali, piscine per il nuoto, camere da letto per dormire, servizi igienici per determinati bisogni fisiologici...




Al di là del fatto che i beni immobili della Chiesa non sono mai di proprietà del Vescovo o del parroco di turno e neppure della diocesi in molti casi, ma di tutta la comunità cattolica, per cui nessun sacerdote o Vescovo può abusare di questo potere per deciderne arbitrariamente l’utilizzo scriteriato, o la vendita, o quant’altro secondo le proprie idee personali come se lui, o la diocesi, fossero i proprietari, al di là di questo aspetto non secondario, sta di fatto che Dio stesso, Giusto Giudice, chiederà conto ad ognuno di noi di come abbiamo amministrato i beni spirituali e materiali che Lui stesso ci ha affidato, “Rendimi conto della tua amministrazione” (Lc.16,2) e il suo giudizio sarà terribilmente severo contro quei suoi Ministri che addirittura osassero alienare per riti non cattolici le Chiese cattoliche consacrate e unte all’unico vero DIO, Padre, Figlio e Spirito Santo.




Purtroppo al giorno d’oggi in cui ci si vanta con sfilate oscene applaudite anche da certi Prelati di spicco, di aver perso la coscienza di sé, della propria identità, delle proprie radici, dello scopo della nostra vita sulla terra, compresi i rapporti famigliari e interpersonali per tuffarsi ciecamente nel nebuloso mondo “Alias, woke, trans, bis, plus ...”, cioè il Nirvana del nulla, del mutevole, del delirio, dell’idiozia, senza tempo, senza volto, senza radici, senza relazioni, in pratica un mondo glaciale senza Amore, per abbracciare teorie distopiche, allucinanti, folli e devianti, neppure ci si meraviglia del fatto che si possa usare un cesso come sala da studio o da ricevimento, o che si possa girare nudi affermando di essere vestiti di mantelli preziosi, in barba all’evidenza dei fatti.




C’è da sperare, tuttavia che, almeno per quei pochi eroi che credono nel valore dell’intelletto, della ragione, della volontà, della realtà, della natura..., come riferimento per non cadere nell’inganno diabolico della schizofrenia, dell’intelligenza artificiale o del suicidio, c’è da sperare che almeno costoro mantengano integra la loro intelligenza, come faro luminoso per quelle folle disorientate che cercano la luce della Via, Verità e Vita, unica fonte di quella gioia che solo Gesù Cristo può dare a chi lo cerca con sincerità di cuore.




In fede ringrazio mentre, in ginocchio, chiedo al mio Vescovo mons. Domenico Pompili la Sua Santa benedizione.




Patrizia Stella

patriziastella.com

lunedì 17 novembre 2025

QUESTA E' UNA LECTIO MAGISTRALIS. PARERE DI ALCUNI STUDIOSI

 

Cari amici,

mi permetto di evidenziare, tra le omelie dell'Anno Liturgico di don Ferdinando Rancan esposte in questo blog, in particolare la presente che riguarda il fine ultimo e anche primo della nostra vita, lo scopo del nostro vivere sulla terra per questi pochi decenni che ci sono concessi. Tenendo presente le condizioni e le necessità sia del nostro corpo che della nostra anima, in un "connubio" inscindibile tra Vita Naturale e Vita Soprannaturale per chi vuole vivere da figlio di Dio.

Riportando una frase di Sant'Agostino, d. Ferdinando ci ricordava che "la nostra vita sulla terra è da paragonare a una moneta che il buon Dio ci consegna per spenderla nel migliore dei modi e guadagnarci la Vita Eterna."  Da questa frase don Ferdinando ha ottenuto lo spunto per un libro interessante intitolato precisamente "LA MONETA DEL TEMPO" 

A parere di molti, sia il libro che questa omelia sarebbe da diffondere soprattutto nei seminari dove si studia di tutto e di peggio molte volte con grande rischio di perdere quel "filo conduttore" che Gesù Cristo ci ha tracciato per vivere da figli di Dio sulla terra e godere poi della Comunione con Lui in Paradiso, altrimenti rischiamo di fallire tutto, come spesso ci ricordava il nostro don Ferdinando.


Anno C – 33^ Dom. T.O. - La fine del mondo

https://www.youtube.com/watch?v=wx8rRNZ9kZY



Ricordo che tutti i libri di don Ferdinando Rancan sono reperibili 

presso la libreria della casa editrice Fede E Cultura, Via Marconi, 60, Verona,  che li invia 

anche a domicilio dietro richiesta.  (tel. 045/941851)

          

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domenica 16 novembre 2025

CONOSCERE IL DIRITTO PER DIFENDERSI

 


DIRITTI INVIOLABILI DELLA PERSONA

da far valere nel caso di obbligo o coercizione


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ORDINANZA

DEL TRIBUNALE DI FIRENZE

12 LUGLIO 2022


SENTENZA N. 1805/2022



UNA PERSONA NON PUO’ ESSERE COSTRETTA

PER SOSTENTARSI,

A SOTTOPORSI A TRATTAMENTI

INIETTIVI SPERIMENTALI

TALMENTE INVASIVI

DA INSINUARSI NEL SUO DNA

ALTERANDOLO IN UN MODO

CHE POTREBBE ESSERE IRREVERSIBILE,

CON EFFETTI AD OGGI IMPREVEDIBILI

SULLA SUA VITA E SALUTE,



Giudice Susanna Zanda

della seconda sezione civile

del tribunale di Firenze




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Prof. Beniamino Deidda, direttore della

Scuola Superiore di Magistratura:


IN QUESTO PAESE TUTTI IGNORANO IL DIRITTO


O TI VACCINI O TI LICENZIO”

è reato di estorsione all’articolo 629 cp

IL CORPO UMANO: IL PROPRIO CORPO È INVIOLABILE

E LA SALUTE PERSONALE NON E’ SACRIFICABILE

A TUTELA DELLA SALUTE PUBBLICA


Esiste una sentenza al riguardo:

CORTE COSTITUZIONALE SENTENZA N. 308/1990

Non è permesso il sacrificio della salute individuale

a vantaggio di quella collettiva.

Ciò significa che è sempre fatto salvo 

il diritto individuale alla salute

anche di fronte al generico interesse collettivo”.


NORIMBERGA 1945:

la somministrazione di farmaci (i vaccini lo sono)

contro la volontà del soggetto è un crimine contro l’umanità”.


OVIEDO 2000:

Un trattamento sanitario (quale è il vaccino)

può essere praticato solo se la persona interessata

abbia prestato il proprio consenso libero e informato”.


Art. 32 DELLA COSTITUZIONE:

...Nessuno può essere obbligato ad un determinato

trattamento sanitario se non per disposizione di legge.

La legge non può in nessun caso violare

i limiti imposti dal rispetto della persona umana”.


TRIBUNALE DI ROMA SEZIONE 6° CIVILE,

nella ordinanza n. 45986/2020 R.G. del 16 dicembre 2020.

DICHIARA ILLEGITTIMI TUTTI I DPCM 

A PARTIRE DAL 31.01.2020.

DICHIARA ILLEGITTIMO TALE STATO DI EMERGENZA

NEL METODO E NEL MERITO

E DICHIARA DUNQUE NULLIFICABILI

TUTTI GLI ATTI DA ESSI SCATURITI”.