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martedì 21 luglio 2026

GRAVI ERESIE SU L'OSSERVATORE ROMANO DEL 4 LUGLIO 2026


APRI LINK QUI SOTTO E ASCOLTA 

CON ATTENZIONE


        https://youtu.be/Q4uTMVqEUnc?is=ds_Mx6vvP_DIxUDf



CARI AMICI è con grande dolore che sento il dovere di inviare, assieme a notizie edificanti e incoraggianti per la nostra fede, anche queste “novità” diciamo pure sconvolgenti che accadono in forma sempre più palese e grave, soprattutto da quel fatidico anno 2013, noto per essere passato alla storia come l’anno dei “Due Papi” quando in realtà il vero e unico Papa era ed è rimasto Papa Benedetto XVI avendo rinunciato solo al “Ministerium” e non al “Munus” cioè all’investitura divina che Dio stesso conferisce al successore di Pietro, che è UNO.
 Il grande Papa Benedetto è stato costretto a questa decisione molto combattuta e sofferta, come da sua dichiarazione, la famosa “Declaratio” a motivo delle persecuzioni interne da cui era minacciato come da “lupi” (parole sue) che gli impedivano di compiere la sua missione con piena fedeltà al suo mandato pontificio. Tant’è vero che Benedetto XVI ha continuato a vestire l’abito bianco come il vero Papa, firmava con la sigla p.p. (pastor pastorum) esclusiva del Papa mentre Bergoglio mai ha firmato i suoi documenti con questa sigla e, neppure dopo la morte di Papa Benedetto, ha mai avuto l’accesso alle stanze pontificie: camera, studio, cappella, salottino ecc. riservate esclusivamente al vero Papa, stanze che non sono state concesse neppure al nuovo Papa Leone XIV in quanto anche per lui è incerta la sua vera successione apostolica, così dicono le varie fonti informative. Vuol dire che lo Spirito Santo continua in silenzio la sua missione nella difesa della Verità attraverso persone fidate in mezzo a tanti traditori, purtroppo, che si sono infilati all'interno della Chiesa per distruggerla, ma non ce la faranno, anche se i danni  spirituali sono purtroppo sempre più evidenti.

La gente comune, e probabilmente anche molti  Prelati, neppure conoscono le regole severe canoniche e legislative per la nomina del successore di Pietro, regole che devono essere rispettate nella loro totalità, perché provenienti dal mandato divino “Munus” e con esso, legate strettamente alla infallibilità del vero Papa nel caso di dogmi, e comunque all’assistenza dello Spirito Santo nei pronunciamenti di fede e di dottrina.
Inoltre dal 2013, anno dell’insediamento di Bergoglio con il nome di Papa Francesco, è stato tolto il titolo di “Vicario di Cristo” sia dall’annuario pontificio che da tutti i documenti ecclesiastici ufficiali, senza dire dell’ambiguità o peggio dei suoi documenti dove, in pratica, molto subdolamente, si demolisce tutta la morale cattolica per aprire la strada a qualsivoglia comportamento sessuale, con la scusa di concedere la Santa Comunione anche in peccato mortale, (Amoris Laetitia). Quando si parte dall’intenzione di aprire una piccola breccia all’errore o al peccato, anche in buona fede nell’intento di avvicinare le persone alla Chiesa, si finisce poi per far entrare di tutto e di peggio, senza possibilità di ritorno alla normalità.

Con l’insediamento di Bergoglio, è iniziato anche all'interno delle varie congregazioni religiose, parrocchie ecc. un difficile periodo di incomprensioni, diffidenze, persecuzioni, addirittura scomuniche assurde, probabilmente invalide per chi osasse nutrire dei dubbi sulla validità della sua nomina, mentre ricordo che ai tempi della pubblicazione del nuovo Catechismo di San Giovanni Paolo II nel 1992, tutti i cattolici, laici, preti, vescovi, catechisti ecc. potevano permettersi di criticarlo impunemente, comprese le meravigliose encicliche, addirittura orgogliosi di buttare tutto al macero davanti agli occhi scandalizzati degli alunni della scuola teologica "S. Pietro martire" di Verona, tra cui la sottoscritta che frequentava quella scuola per laici e difendeva il vero Papa Giovanni Paolo II che ha rischiato la morte, come il suo predecessore,  per il suo intrepido coraggio.

La nostra vera Chiesa Cattolica fondata da Gesù Cristo è da sempre “Una, Santa, Cattolica e Apostolica” e nulla ha da spartire con la cosiddetta “Chiesa Sinodale” voluta da Bergoglio nel 2023 e portata avanti dal suo successore, Prevost, senza limite di tempo, a motivo di queste differenze dottrinali basilari: il vero “Sinodo dei Vescovi” era istituito dal Papa per risolvere particolari problemi di carattere “contingente”, spesso solo locale di una Nazione o Nunziatura, di breve durata ed era riservato solo ai Vescovi locali per la loro specifica competenza di carattere giuridico, canonico, teologico, morale per quel determinato territorio. Mentre invece adesso, da Bergoglio a Prevost, si vuole istituire la nuova cosiddetta “Chiesa sinodale” che continua “sine die” e che è formata da sacerdoti o vescovi senza particolari competenze, ma anche da persone comuni, uomini e donne, neppure cattolici, anzi spesso di dubbia moralità, formazione e costumi che dovrebbero costituire le nuove “autorità ecclesiastiche” col compito di indicare al popolo cristiano sparso nel mondo le “nuove direttive spirituali” future!!! Manco fossimo un’azienda dei lavori pubblici dove ogni esperto del settore può dare il suo illustre parere su come costruire una ferrovia. 

Chiudere gli occhi e fingere che tutto questo non esista e che tutto proceda nella normalità, per non creare problemi personali o crisi alla comunità, è da stolti o incoscienti o ignoranti, e potrebbe avere delle conseguenze drammatiche per tutti. E’ vero che si  può rischiare grosso soprattutto per i sacerdoti e vescovi obbligati all’obbedienza, che però non deve mai essere cieca, (come accettare il vaccino come atto d’amore che ha mandato molta gente al creatore!!!) ma una obbedienza intelligente, motivata e fondata sulla Verità anche scientifica prima di assumersi responsabilità così gravi come quelle della salute e della sopravvivenza fisica, oltre che della salvezza della propria anima.

Ricordiamoci che il mondo non potrà avere mai vera pace, finché la Chiesa rimane in balia delle potenze del suo nemico, perché il benessere anche materiale, la pace, la giustizia, il rispetto, la vita, la famiglia, l’amore e tutte le altre virtù umane e soprannaturali, compreso il progresso, la serenità, la gioia con cui abbiamo il diritto di vivere questi pochi decenni che stiamo al mondo, vengono cancellate perché la Chiesa cattolica in balia del suo nemico non costituisce più un  solido baluardo contro le insidie del diavolo ma, come da visione di Leone XIII, è completamente assalita dai diavoli. Queste legioni di diavoli fanno la guerra al mondo intero e non solo alla Chiesa proprio perché manca il “BALUARDO” contro l’avanzata del male nel mondo che è sempre stato costituito dalla forza soprannaturale derivante dall’Onnipotenza di Dio attraverso la Chiesa Cattolica, nella quale non si crede più, oppure si crede solo per poterla demolire da dentro. Per cui anche un buddista, luterano, musulmano, ebreo ecc. pur essendo indifferenti alle vicende della Chiesa cattolica, tuttavia ne ricevono, consapevoli o no, le conseguenze pratiche, sia nel bene che nel male, perché il diavolo che è entrato nella Chiesa odia non solo i cristiani, come figli di Dio, ma tutta l’umanità e si accanisce contro tutto il mondo perché creato da Dio e lo vorrebbe distruggere, se noi continuiamo a fingere di non vedere la realtà, anziché aprire gli occhi, chiedere aiuto, pietà e misericordia a Dio nostro Padre che ci ama, per mettere fine a questo immane flagello con la preghiera, la supplica e la riparazione.

Come nei duemila anni di storia della Chiesa nei quali il Magistero solenne ha decretato l’esistenza di ben 40 antipapi, uno ogni 50 anni circa, che sono stati ufficialmente espulsi, anche dopo decenni dalla loro morte, buttando al macero tutto il loro operato, sia orale che scritto, anche noi cattolici, adesso aspettiamo con fiducia che il Magistero solenne della Chiesa, attraverso l’azione dello Spirito Santo, decreti in forma ufficiale quello che da tempo costituisce una grossa spina nel cuore di molti fedeli e cioè la verità su questi due ultimi presunti Papi, grazie ai quali viene concesso di tutto e di peggio, anche il peccato contro natura, altro che baluardo contro il male. Tanto che molti credenti adesso si domandano amareggiati che cosa ci stia a fare la Chiesa cattolica se non fa altro che benedire qualunque comportamento immorale e disonesto, comminando scomuniche a chi osa proclamare con coraggio la verità, e rimanendo in silenzio colpevole quando dovrebbe difendere sacerdoti o laici perseguitati nel mondo.

Dobbiamo comunque restare calmi e fiduciosi perché al timone della nave in mezzo alla tempesta c’è sempre il nostro "super timoniere" GESÙ CRISTO VERO DIO E VERO UOMO, il quale ha chiesto a Pietro, prima del rinnegamento, di osservare il suo mandato che è questo “E TU, UNA VOLTA RAVVEDUTO, CONFERMA I TUOI FRATELLI NELLA FEDE”. Non gli ha chiesto di fare miracoli o di risolvere i problemi che attanagliano il mondo, ma di confermare i fratelli nella Fede di sempre. Ma se colui che riteniamo il Papa fosse un antipapa, tutto il mondo, Chiesa  cattolica in primis, va alla deriva. Soprattutto in questo periodo storico perchè, rispetto ai 40 antipapi precedenti, bisogna sottolineare questa non piccola differenza: i 40 antipapi, tutti elencati con il loro nome e anno di falso mandato, erano mossi più che altro da ambizioni personali, più che altro di prestigio, col sostegno di gruppi di cardinali italiani o stranieri in guerra tra di loro, pessima cosa ovviamente, però mai come al giorno d'oggi. Perchè al contrario di allora, in questo periodo storico della Chiesa del terzo millennio, i vari gruppi che sostengono il vero o falso Papa, sono mossi da motivi  preternaturali voluti dal diavolo, di avversione, per non dire odio verso la Chiesa e Gesù Cristo, suo perenne antagonista, perchè mai nella storia della Chiesa si è riscontrato un tale odio contro la Fede e contro la Verità che è Gesù stesso, Via, Verità e Vita e contro tutta l'umanità e tutta la creazione uscita sempre e comunque dall'opera di Dio Signore e Creatore-

Io non sono fanatica di tante profezie e ancor meno di  "veggenti" così di moda, tuttavia neppure possiamo ignorare quelle più importanti riguardanti la Chiesa e la salvezza delle anime. Ricordiamo le profezie di papa Leone XIII, san Padre Pio, la Madonna de La Salette, La Madonna di Fatima ai tre pastorelli, le profezie di Akita in Giappone, della beata Emmerick e di altri mistici.  Ricordiamo inoltre che la Madonna già dal 1500 aveva chiesto a un gruppo di suore fedeli di quel tempo di pregare per la Chiesa del terzo millennio perchè sarebbe stata assalita da intere legioni di diavoli. (vedi le profezie della "Madonna del Buon Successo" a Quito in Equador approvate dalla Chiesa").  Infine riportiamo qui sotto anche il n. 675 del Catechismo Chiesa cattolica di San Giovanni Paolo II che ci prepara a questi avvenimenti chiedendoci la fortezza e la fede eroica per superarli, con l’aiuto di Gesù, Giuseppe e Maria e degli Angeli Custodi. “Prima della venuta di Cristo, la Chiesa deve passare attraverso una prova finale che scuoterà la fede di molti credenti. La persecuzione che accompagna il suo pellegrinaggio sulla terra svelerà il “Mistero di iniquità” sotto la forma di una impostura religiosa che offre agli uomini una soluzione apparente ai loro problemi, al prezzo dell’apostasia dalla verità. La massima impostura religiosa è quella dell’Anticristo, cioè di uno pseudo-messianismo in cui l’uomo glorifica sé stesso al posto di Dio e del suo Messia venuto nella carne” (n. 675 C.C.C. L’ultima prova della Chiesa)

Noi continuiamo a sostenere i nostri sacerdoti fedeli, anch’essi molto provati e tormentati a motivo del dovere dell’obbedienza a certe autorità ecclesiastiche di dubbia consacrazione, restiamo vicini a quei sacerdoti fedeli che ci possono assicurare ancora i Sacramenti validi di sempre, con la Messa di sempre “Vetus o Novus Ordo”, la confessione di sempre, il Magistero di sempre, il Vangelo di sempre, senza rincorrere "quel prurito di novità" denunciato già dai tempi di san Paolo che il demonio mette sulla nostra strada per fuorviarci dal retto cammino, buttando alle ortiche tutta la tradizione bimillenaria, teologica, sacramentale, biblica ecc. che ci ha sostenuti e illuminati fino ad oggi.

Siamo in piena battaglia, cari amici ma se resteremo fedeli alla Chiesa di sempre anche se ferita come una madre malata e bisognosa di cure, avremo assicurata la vittoria perché la Madonna di Fatima ce lo ha promesso “Alla fine il mio Cuore Immacolato trionferà” e avremo un millennio di pace e serenità e fede vera nel mondo intero. Allora vedremo anche il trionfo della vera Chiesa cattolica, purificata, solenne e maestosa pur nella sua povertà, come da profezie di Papa Benedetto XIV nel 1976. 

Comunque dovessero andare le cose, anche in vista di una probabile grossa guerra, e fossimo privati dei SACRAMENTI VALIDI, ci resta sempre l'arma più potente dopo la Messa che è il SANTO ROSARIO. Preghiamolo spesso, non solo per strada o in macchina, ma anche in ginocchio, da casa, da soli o con qualche amico che condivida con noi la consapevolezza di questa grave crisi all'interno della Chiesa cattoli che si sta realizzando adesso in questo preciso periodo storico per volontà di Dio.

SEI TU GESÙ L UNICO MIO BENE. 
GESÙ CONFIDO IN TE. 
GESÙ GIUSEPPE E MARIA SALVATE CHIESA ITALIA E LA FAMIGLIA MIA.

                                 patriziastella.com




venerdì 8 maggio 2026

CATECHESI SUL SACERDOZIO CATTOLICO

 Cari amici,

         invio questa lettera accorata inviata da S.E. Mons. Strikland, voce che parla nel deserto per essere stato perseguitato per aver denunciato certe verità, che chiarisce la dottrina perenne della Chiesa cattolica in merito soprattutto al Sacramento dell'Ordine Sacro, cioè di quel particolare sacramento voluto da Gesù Cristo con il quale il Vescovo consacra i sacerdoti.

      Come per tutti gli altri sacramenti, di cui parleremo prossimamente per rispolverare le idee sulla dottrina e catechesi cattolica,  questo particolare Sacramento dell'Ordine Sacro conferisce solo agli uomini, per espressa volontà di Dio, il potere di amministrare gli altri Sacramenti ai fedeli, in particolare Confessione ed Eucaristia.  Non è un semplice Precetto della Chiesa che può essere modificato a seconda del periodo storico!  E' un comando perentorio di Gesù Cristo che vincola fortemente la nostra coscienza e al quale ci si deve adeguare, volenti o nolenti.

    Leone XIV, ricevendo in pompa magna in Vaticano questa donna, dal comportamento oltretutto immorale,  che ha ricevuto per le mani del Vescovo di Canterbury (sia pure solo per la religione anglicana, che tuttavia rimane cristiana in forza della validità del Battesimo) questo sacramento che spetta solo agli uomini per volontà di Gesù Cristo, sia pure invalido per il mondo cattolico, tuttavia è un segnale di apertura molto ambiguo e pericoloso anche per la dottrina cattolica, perchè potrebbe dare il via a richieste pressanti sul conferimento del sacerdozio anche alle donne, cosa impossibile, ma purtroppo, vuoi per l'ignoranza generale in materia, vuoi per la pressione mediatica, potrebbe creare uno scisma incredibile anche all'interno della chiesa cattolica, già così provata dal nemico di Gesù Cristo all'interno della Chiesa.

Noi dobbiamo restare, come affermava con forza padre Pio, con la Chiesa di sempre, con i sacramenti di sempre, con il Magistero di sempre, letture dei Padri della Chiesa e dei due catechismi principali VALIDISSIMI: IL CATECHISMO DI SAN PIO X E QUELLO ULTIMO DI SAN GIOVANNI GIOVANNI PAOLO II DEL 1992, CON L'INTERVENTO DEL TEOLOGO PIU' GRANDE DI QUESTI TEMPI CHE ERA ALLORA IL CARD. RATZINGER, POI DIVENTATO PAPA COL NOME DI BENEDETTO XVI .

Qui c'è in gioco la salvezza della nostra anima.  Pertanto cerchiamo di rimanere attenti e di pregare lo Spirito Santo perchè ci mantenga nella Verità, l'unica che può conferire forza e grazia alle nostre preghiere che devono rimanere cattoliche e non qualunquiste.  Un conto è il dialogo con le altre religioni per una maggiore comprensione della volontà di Dio, altra cosa è il mescolamento di preghiere e benedizioni  recitate e impartite assieme col pericolo che venga vanificata l'azione di Gesù Cristo, vero Dio e vero Uomo, e tutta la sua opera di Incarnazione, Redenzione e di Salvezza dell'umanità.

Con Dio non si scherza!  

                               ******************************

DICHIARAZIONE DI MONS. STRICKLAND SULL’ACCOGLIENZA VATICANA DELLA «ARCIVESCOVA» DI CANTERBURY.

[...] Il sacerdozio cattolico non è una creazione umana. È un dono divino istituito da Nostro Signore Gesù Cristo, affidato alla Chiesa e custodito nei secoli con fedeltà e sacrificio. Il sacerdote, mediante l’ordinazione sacramentale, si configura a Cristo in modo unico e insostituibile, agendo in persona Christi Capitis, specialmente nell’offerta del Santo Sacrificio della Messa.

Per questo motivo, la Chiesa ha insegnato in modo definitivo di non avere l’autorità di conferire l’ordinazione sacerdotale alle donne. Questo insegnamento non è soggetto a modifiche, adattamenti o reinterpretazioni. Appartiene al deposito della fede.

[...] esorto i fedeli non solo a rimanere saldi, ma a rispondere con la preghiera e la riparazione. Quando la confusione tocca ciò che è più sacro – quando il sacerdozio e l’Eucaristia vengono oscurati – la risposta appropriata ai fedeli non è il silenzio, ma l’amore espresso attraverso il sacrificio.

Vi chiedo dunque di:

🔥 Trascorrere del tempo in adorazione eucaristica

🔥 Recitare il Santo Rosario con rinnovato fervore

🔥 Offrire atti di penitenza e riparazione al Sacro Cuore di Gesù

🔥 Intercedere per i sacerdoti, affinché siano fedeli alla loro sacra identità.

🔥 E pregare per la Chiesa, affinché sia ​​purificata e rafforzata nella verità.

Cristo non ha abbandonato la sua Chiesa.

Anche nei momenti di prova, Egli rimane presente nell’Eucaristia – lo stesso ieri, oggi e per sempre. La verità del sacerdozio rimane intatta, non per la forza umana, ma perché è radicata in Lui.

Rispondiamo dunque non con la disperazione, ma con la fedeltà. Restiamo fermi a Cristo, amiamo la sua Chiesa e preghiamo per la sua purificazione e il suo rinnovamento.

Possa la Beata Vergine Maria, Madre dell’Eterno Sommo Sacerdote, intercedere per noi, affinché il sacerdozio si rinnovi nella santità e l’Eucaristia sia sempre adorata con la riverenza che merita.

Vescovo Joseph E. Strickland
Vescovo emerito














domenica 3 maggio 2026

SCANDALO IN VATICANO.


PUBBLICAZIONE NON PER CREARE SCANDALO INUTILE MA PERCHE'LA VERITA' DEVE EMERGERE PER VOLERE DI DIO E PER LA SALVEZZA DELLE NOSTRE ANIME.

Madre Miriam lancia la bomba! Papa Leone XIV sta tradendo Cristo per abbracciare l’Islam? La voce più temuta del cattolicesimo tradizionale rompe il silenzio e accusa: “unirsi a loro significa stare con satana!”

Fratelli e sorelle in Cristo, fermatevi un attimo e leggete fino in fondo. Non è un post qualunque. È un grido di dolore e di verità che sta scuotendo migliaia di fedeli in tutto il mondo.

Da un anonimo del new hampshire è arrivata la domanda che tutti noi ci poniamo in silenzio da mesi:

«Come possiamo conciliare l’abbraccio del Vaticano all’Islam con i fatti? L’islam non crede nello stesso Dio, non riconosce Cristo come Dio, predica la conversione con la spada… perché il Papa sta facendo questo?»

La risposta è arrivata chiara, tagliente e senza filtri dalla voce più autentica del cattolicesimo tradizionale americano: **madre Miriam**, fondatrice delle figlie di Maria, madre della speranza d’Israele, ex ebrea convertita, religiosa benedettina e uno dei pochi che ancora parla senza paura.


Ecco le sue parole esatte, che stanno facendo il giro del web:
«Penso che lasci perplesso anche Dio. Noi non abbracciamo l’islam. Accogliamo i musulmani come Cristo ha accolto noi, per portarli alla verità, non per pregare con loro, non per unirci a loro… perché essere uniti a loro significa essere noi stessi con satana. Questo Papa ha un sincero desiderio di unità, ma l’unità senza la verità non è unità: sta conducendo tutti all’inferno, non alla vita.»

E non si ferma qui. Madre Miriam attacca senza mezzi termini due gesti concreti di Papa Leone XIV:

1. **la sala di preghiera musulmana nella biblioteca vaticana**

secondo lei, concedere uno spazio sacro del Vaticano a chi nega la Trinità, nega la divinità di Cristo e considera il corano superiore al vangelo equivale a riconoscere l’Islam come via religiosa valida. Questo è un colpo diretto al primo comandamento: «non avrai altri dèi fuori di me». È sincretismo puro.

2. **l’abbraccio all’arcivescovo di canterbury** (una donna che sostiene l’aborto e LGTB:::

complimenti pubblici a chi rappresenta un “sacerdozio” che la chiesa ha sempre dichiarato invalido e a chi difende l’abominio dell’aborto. Madre Miriam lo definisce «un grande dolore».

La religiosa ricorda con forza la vera missione della chiesa: «il vero ecumenismo cerca di capire per accompagnare alla verità, non per abbandonare le anime nel loro errore.»

E cita la Madonna di Fatima: non è apparsa per caso. Ha chiesto conversione, non dialogo a tutti i costi.

Madre Miriam non odia i musulmani. Li ama di vero amore cristiano: quello che vuole la loro salvezza eterna, non la loro conferma nell’incredulità. Ma rifiuta con tutta se stessa l’idea che “tutte le religioni siano uguali” o che “adoriamo lo stesso Dio nello stesso modo”. Perché Gesù ha detto chiaro: «io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al padre se non per mezzo di me» (gv 14,6).

#madremiriam

#papaleonoeXIV

#islam

cattolicesimotradizionale

#sincretismo

#fatima

#veritanoncompromessi


Considerazioni personali:

Islam in Vaticano col nuovo presunto papa Leone XIV?
Cari amici, non facciamoci prendere dallo sgomento, anche se ci sarebbero validi motivi con tutte le notizie orribili che stiamo ricevendo sull'operato di questo antipapa che sembra voler completare l’opera nefasta di distruzione dall’interno della Chiesa sulla scia dell"amato papa Francesco", come cita frequentemente l’attuale presunto Papa Leone.

Il lavoro certosino che l'eroico giornalista Andrea Cionci, assieme a una equipe di esperti studiosi cattolici! Canonisti, biblisti, teologi,,, filosofi ecc. sta conducendo da anni in merito alla questione della sede impedita di Papa Benedetto che non ha mai dato le dimissioni, anche alla luce dell’operato degli ultimi due Papi eletti abusivamente che lui chiama "antipapi" cioè Bergoglio e Prevost, sembra proprio confermare la realtà drammatica del momento storico presente.

E’ tutto vero e migliaia di nostre firme di fedeli laici sconcertati da questi e altre episodi precedenti già denunciati per gli ultimi due presunti Papi, sono pervenute agli uffici della segreteria di stato vaticano presieduta dal card. Parolin con richiesta urgente di chiarimenti, domanda che il cardinale con i suoi incaricati sta vagliando con molta serietà, alla luce del perenne Magistero della Chiesa. 
D’altra parte, se consideriamo che nei duemila anni circa di esistenza della Chiesa, il Magistero solenne ha già denunciato la presenza di ben 40 antipapi, i cui nomi e scritti e operato vario sono stati cancellati dalla storia della Chiesa, non ci sarebbe da stupirsi che il demonio, sotto mentite spoglie, continui a fare il suo lavoro di demolitore dall’interno della Chiesa.

Il card. Parolin ha risposto al dott. Cionci con molta cortesia affermando che La Segreteria dei Stato vaticana continua a ricevere questo robusto segno di "allarme" dai laici cattolici e che è tutto sotto il loro controllo di difensori della Fede dentro il Vaticano. Detto in parole semplici e non letterali. Ottimo segnale che ravvisino fondati motivi per tenere tutto sotto osservazione. Infatti il mandato principale ed essenziale che Gesù Cristo ha consegnato a Pietro, dopo la sua conversione dal rinnegamento durante la Passione, è lapidario e chiarissimo: “E TU PIETRO, UNA VOLTA RAVVEDUTO, CONFERMA I TUOI FRATELLI NELLA FEDE!.” Stop. 
Se il Papa anziché confermare i fratelli nella fede, offre solo motivi di perplessità, di scandalo, di ambiguità se non addirittura di presunto sacrilegio… avremmo tutti il dovere sacrosanto di intervenire, in particolare i laici fedeli e impegnati, qualora gli stessi ministri consacrati, per vari motivi che non vogliamo giudicare, non hanno il coraggio di segnalare. Ma sappiamo che a Dio non la si fa e che prima o poi, lo Spirito Santo suscita persone sia tra i consacrati che tra i fedeli laici affinché emerga la verità in mezzo a tante falsità e offuscamenti della coscienza che il nemico sta seminando con gravissimo danno per la salvezza delle nostre anime.

Io invito tutti a entrare nel canale di Cionci (Andrea Cionci – Codice Ratzinger) e vagliare attentamente le sue fondate affermazioni le quali, tranne la questione già risolta positivamente dell “una cum” circa la validità della Messa anche se in unione con un papa eretico o antipapa, come accaduto anche in passato, tranne questo suo punto contestabile, per tutto il resto finora dimostra molto equilibrio, fedeltà alla dottrina di sempre ma nel contempo trova il coraggio di confrontare la dottrina perenne della Chiesa con i comportamenti di questi due ultimi presunti Papi rispetto al mandato e alla volontà di Gesù Cristo, alla quale anche il Papa deve obbedire e sottostare!

Il Papa non è un monarca assoluto che decide lui arbitrariamente, spesso coadiuvato da cardinali eretici o massoni, che cosa è la verità cattolica. Lui deve semplicemente difendere la Verità che gli ha consegnato Gesù Cristo e che non cambia con le mode del tempo, se non in piccoli aspetti di modalità esterne comunque sempre vagliate dal Magistero della Chiesa, vale a dire non dal Papa solamente, ma assieme ai Cardinali preposti a tale ufficio e assistiti dallo Spirito Santo. Se poi qualcuno trasgredisce, abbiamo la prova lampante che, se non immediatamente, però col tempo, lo Spirito Santo lavora e fa emergere fatti non cattolici anche di molti decenni prima e li segnala all’attenzione dei fedeli e della storia della Chiesa. Pertanto anche il Papa e tutta la gerarchia ecclesiastica devono sottostare al Vangelo, alla dottrina di sempre, ai sacramenti di sempre, al Magistero perenne della chiesa illuminato dallo Spirito Santo.

La Chiesa è di Gesù Cristo, cioè ha Dio stesso come fondatore e le porte degli inferi non prevarranno mai, lo ha assicurato lo stesso Gesù. Ma proprio per questo, è sempre stata attaccata dal diavolo, vuoi attraverso lotte esterne con persecuzioni, guerre ecc. vuoi con demolizioni più subdole dall’interno realizzate dallo stesso clero che si ribella magari alle esigenze morali imposte dalla Chiesa e se ne va per altre strade, in cerca di quella verità che loro stessi non hanno voluto difendere con coraggio dentro la chiesa ma credono di trovarla altrove.

Alla luce di quanto sta avvenendo di pericoloso (e non sappiamo ancora tutto) in particolare riguardo questi due ultimi presunti antipapi (Bergoglio e Prevost), nel dubbio fondato che siano abusivi per vari motivi che verranno segnalati al momento opportuno dagli uffici incaricati della Santa Sede, è opportuno che non si citino assolutamente più nelle varie omelie, conferenze, lezioni o quant'altro i loro scritti o le loro esortazioni o peggio ancora, encicliche.

Forse che non esistono scritti meravigliosi o discorsi approvati di altri grandi Papi, o di santi, o documenti del Magistero e dei Vescovi ecc. da citare in qualche convegno se non sempre e solo papa Francesco? Anche se è possibile estrapolare dalle sue fantasticherie, per essere benevoli, qualche frase giusta che tutti, anche gli eretici, sanno produrre, conviene evitare di citarli, perché non si fa un vero servizio alla verità. 
 Dice il saggio "Nel dubbio, se non puoi lodare, taci!" Io non ricordo nella mia esperienza pluridecennale di catechista o saggista, non ricordo di nessun Papa che sia stato lodato ed esaltato e citato dai media con libri, filmati, stendardi e magliette col suo faccione ecc. quanto papa Francesco, neppure i Papi dichiarati santi o beati.

Senza dire che se venisse alla luce qualcosa di più scandaloso di quello che sta emergendo giorno dopo giorno riguardo questi due presunti papi, ne seguirebbe uno scandalo e una caduta rovinosa per tutto il Papato e per tutta la Chiesa cattolica, con un "fuggi fuggi" generale di anime sconcertate e provate nella fede. 
 Se invece nel frattempo fossero giudicati antipapi con motivazioni chiare che già conosciamo e che detestiamo come laici cattolici, potremmo sempre dire "Per forza che erano fuori della vera dottrina della chiesa! Non erano veri Papi!" 
 E così salviamo la struttura del  vero Papato assieme all'immagine della Chiesa, Una, Santa, Cattolica, Apostolica, come l'ha voluta nostro Signore Gesù Cristo,  il quale ci ha assicurato che "Le porte degli Inferi non prevarranno", nonostante attacchi di ogni tipo e qualità.

Che lo Spirito Santo illumini tutti noi e soprattutto la gerarchia ecclesiastica perchè la verità che è Gesù Cristo emerga nella sua pienezza e nella sua bellezza, anche attraverso il Codice di diritto canonico e la dottrina di sempre, veri fari segnalatori della verità o della menzogna.
                        
Perciò cari amici fedeli

Nei momenti gravi come questo , facciamo corpo tra di noi restando uniti al Corpo Mistico di Gesù Cristo, alla dottrina di sempre ecc. come da suggerimento del grande San Pio da Pietralcina.

Finché il Signore Gesù ci lascerà dei bravi e fedeli sacerdoti che ci assicurano i sacramenti, andiamo a riceverli con fiducia incoraggiando anche loro, nel fondato dubbio che assale tutti, ad essere fedeli nella prova, con fede eroica nella certezza che Dio non perde le battaglie, ma le vince anche con certi "bisturi" dolorosi, separando il buon grano dalla paglia inutile che si è infiltrata dentro la Chiesa ad opera dei suoi nemici. Restiamo tranquilli perché il primo interessato a compiere certe "operazioni chirurgiche" è Gesù stesso e ci sta lavorando.

Ricordo inoltre che il Prossimo candidato alla santità è un sacerdote straordinario americano, Fulton Sheen, il quale aveva capito che l’urgenza più impellente per la Chiesa era salvaguardare le sue radici, la sua dottrina perenne, la filosofia di san Tommaso, fondamento sicuro per ogni studio di teologia, specificando inoltre una profezia che si sta realizzando e cioè "Verrà un giorno in cui la Chiesa sarà salvata non dal clero, ma da laici fedeli fino all’eroismo". Parole non letterali.

Questa è l ora dei laici, cari amici, non perché vogliamo sostituirci al clero regolarmente ordinato dal Vescovo col sacramento dell'ordine sacerdotale, l unico che ha il potere di far scendere Dio stesso sulla terra attraverso il meraviglioso mistero ineffabile della Santa Eucaristia, ma per mezzo della nostra fedeltà alla Chiesa di sempre una, santa, cattolica e apostolica.

Perciò dobbiamo aiutare i nostri sacerdoti in crisi a perseverare nella fedeltà eroica, anche in mezzo a tempeste, confusioni e lotte intestine provocate dal diavolo.

Per questo dobbiamo pregare la Madonna , colei che schiaccia la testa al diavolo a venire in nostro aiuto, assieme a S. Michele arcangelo, affinché possiamo presentarci davanti a Dio come umili servi buoni e fedeli.

Mi permetto di ricordare anche la figura straordinaria di un sacerdote veronese in concetto di santità don Ferdinando Rancan, del quale invio le omelie domenicali registrate 30 anni fa, come esempio di fedeltà eroica nelle continue prove che ha dovuto subire nell'arco di tutta la sua vita di grandi sofferenze, tutte offerte al Signore per la Chiesa e le anime da salvare.

Io ho avuto l'immeritato onore di ospitarlo nella mia casa assieme alla mia santa mamma Anna negli ultimi anni della sua vita quando doveva usare ossigeno e ventilatore notturno per poter vivere ed essere poi sempre a disposizione delle anime che lo cercavano per consigli, confessioni ecc. dando la precedenza assoluta alla celebrazione della Messa quotidiana, anche nello studio di casa quando ultimamente perfino la cecità gli aveva impedito di muoversi.

Cari amici, mai mollare!

Siamo protetti dalle schiere angeliche che fanno il tifo per noi, piccolo gregge che vuole rimanere fedele nella prova per poi avere la grande gioia di vedere finalmente il trionfo del Cuore Immacolato di Maria, regno di pace, di giustizia, di verità e di amore, preludio del paradiso.

                                             Patrizia


martedì 24 febbraio 2026

SACERDOTI CON MENTALITA' LAICALE E ANIMA SACERDOTALE

 Premessa: questa relazione fu scritta da don Ferdinando poco dopo la proclamazione della beatificazione di mons. Josemaria Escrivà. (17 maggio 1992)


I miei incontri con le persone dell’Opus Dei e soprattutto col Beato Josemarìa avvennero all’inizio del mio sacerdozio. Quegli incontri influirono radicalmente sulla mia formazione e diedero al mio sacerdozio un’apertura e prospettive inaspettate. La figura e la personalità del Beato mi fecero profonda impressione; sentivo ardere in lui un’anima sacerdotale con una mentalità completamente aperta al mondo, un sacerdote innamorato di Cristo e del suo sacerdozio e che insieme amava il mondo appassionatamente, con il desiderio di “innalzare Cristo alla sommità di tutte le attività umane”.

Accanto a lui e ai sacerdoti che egli aveva formato compresi la esaltante novità del suo messaggio: la “vocazione universale alla santità” attraverso la “santificazione del lavoro e della vita ordinaria. Quel messaggio, però, senza quella categoria fondamentale che caratterizza la vita del cristiano comune: la secolarità, restava incomprensibile. L’anima ardentemente sacerdotale del Beato, sempre consapevole della propria identità col sacerdozio di Cristo, aveva il suo habitat per così dire naturale in una lucida mentalità laicale che lo rendeva presente e partecipe delle situazioni di vita dei cristiani che vivono nel mondo. Accanto al Fondatore dell’Opera si percepiva che la secolarità non è soltanto una categoria che caratterizza la vita, essa deve diventare nel cristiano anche una categoria di pensiero, un abito mentale.

Così scoprii la dimensione teologica della secolarità, che si fonda sul Battesimo, e con essa la dimensione sacerdotale della filiazione divina, che il Beato Josemarìa pose, per ispirazione di Dio, come fondamento dello spirito dell’Opus Dei. Ora, il sacerdote condivide la stessa condizione secolare del fedele laico; l’Ordine Sacro che riceve non lo toglie da quella condizione, ma lo abilita al servizio ministeriale dei fedeli in persona Christi Capitis. Perciò il sacerdote secolare è chiamato a camminare fianco a fianco dei suoi fratelli laici che percorrono i “cammini divini della terra” e affrontano le vicende della vita e del mondo santificandosi in esse, ma restando, egli sacerdote, soltanto e sempre sacerdote, sacerdote al cento per cento, a tempo pieno, come “Cristo che passa” benefaciendo…omnes.

In secondo luogo, la secolarità battesimale mi portò a comprendere l’aspetto ascetico dello spirito dell’Opera. La dimensione ascetica della secolarità, insegnata e vissuta dal Beato Josemarìa, non necessariamente passava attraverso i voti religiosi, assumeva invece tre aspetti fondamentali, era:

1)- un’ascetica delle virtù umane. Il suo dobbiamo essere molto umani per essere molto soprannaturali ripetuto frequentemente, appariva realizzato in lui con tale normalità da sembrare quasi spontaneo; in realtà era frutto di un lungo e costante lavoro ascetico. Dal suo esempio mi resi conto che anche nella vita e nel comportamento del sacerdote secolare, proprio perché egli deve muoversi nel mondo in mezzo agli uomini, dovranno figurare, come corredo di una mentalità autenticamente laicale,. tutti i valori umani che hanno importanza per un onorato uomo di mondo.

2)- ascetica positiva. Il Beato spingeva, sì, a lottare per sradicare la zizzania dalla nostra anima con una lotta quotidiana, concreta, condotta sulle cose piccole, per togliere dal nostro cuore tutto ciò che impedisce l’amore di Dio, ma poi spingeva a lavorare senza sterili lamentele e senza prendersela con le persone, per affogare il male nell’abbondanza di bene. Era dunque un’ascetica fatta più di affermazioni che di negazioni. Per il cristiano, e per un sacerdote che vive nel mondo, egli voleva una lotta interiore esigente ma “sportiva”, con un ascetismo sorridente impregnato di gioia e di ottimismo.

3)- ascetica dell’unità di vita: è la chiave ermeneutica per capire l’ascetismo dell’Opus Dei. Il Beato passava con sorprendente naturalezza dalle cose più materiali della vita quotidiana alle cose di Dio; si capiva che in lui tutto passava attraverso il suo costante colloquio con Dio, per cui egli stava contemporaneamente e con gli uomini e con Dio. Era solito dire che egli aveva un solo cuore, e con quell’unico cuore di carne amava Dio e tutte le persone e le realtà della sua vita; come dire che l’unità di vita si realizza nel cuore del credente. Infatti, è lì nel cuore dove si svolge il nostro intimo colloquio con Dio e di lì dovrebbe passare tutta la nostra vita. Perciò, ci avvertiva, se noi sacerdoti che trattiamo cose sante e ci occupiamo della vita delle comunità cristiane non facciamo passare l’attività pastorale attraverso il nostro cuore perché diventi dialogo intimo con Dio - con la Trinità santissima, con Gesù e con la Vergine santa - impregnandolo di fede viva e di amore, rischiamo di fare del nostro ministero una vita parallela alla vita spirituale, col pericolo che diventi un lavoro di burocrati. In pratica, per il laico e il sacerdote dell’Opus Dei, la lotta ascetica personale deve tendere a fare di ciascuno un’anima contemplativa in mezzo al mondo.

In terzo luogo, la personalità del Beato Josemarìa mi illuminò sulla dimensione giuridica della secolarità. Il suo intelletto estremamente lucido e rigoroso nonché la sua formazione scientifica lo hanno portato a definire con chiarezza di dottrina e a tradurre poi nella vita vissuta la dimensione giuridica della condizione laicale e di quella del sacerdote secolare. Nella vita del Beato mi colpirono due aspetti della secolarità giuridica, che mi aiutarono a evitare ogni forma di clericalismo: un assoluto rispetto per ogni singola persona con i diritti propri alla sua condizione e un grande amore alla libertà.

Sono convinto che pochi uomini di Chiesa e anche di mondo hanno amato e difeso la libertà personale come il Beato Josemarìa. Egli rilevava nella vita personale del sacerdote un ampio spazio di libertà dove il sacerdote può gestire con maturità umana e con responsabilità i propri talenti e le proprie iniziative. Cercava che ogni figlio suo nell’Opera – laico o sacerdote – maturasse come persona nella consapevolezza dei propri diritti e dei propri doveri, mettendosi con responsabilità di fronte alle esigenze della propria vita e della propria condizione. Mai ho sentito dire che il Beato abbia imposto qualcosa a qualcuno; egli faceva leva sempre ed esclusivamente sulla responsabilità delle persone.

Nel Beato Josemaria la forte allergia a sentirsi modello per chicchessia e il rifiuto quasi istintivo di proporsi come esempio da imitare, avevano la loro motivazione nel rispetto che egli aveva per la libertà della persona e per la libertà di Dio. Libertà e grazia si coniugano nell’esperienza personale di ciascuno in maniera unica e inimitabile. E’ infatti nella libertà che la persona si realizza come qualcosa di unico e irrepetibile così da essere inalienabile, impartecipabile e insostituibile. Vivendo vicino al Beato Josemaria si respirava a pieni polmoni una grande libertà, una libertà che lo rendeva anima appassionata per tutto ciò che di nobile, grande, degno e bello si trova nell’uomo e nel mondo. Accanto a lui s’imparava che solo nella libertà è possibile l’amore. In lui l’amore superava, senza scavalcarle, sia la morale e, più ancora, ogni moralismo, sia qualunque forma particolare di spiritualità. L’Opus Dei, infatti, non ha una spiritualità propria come viene intesa negli Ordini e negli Istituti religiosi. Esiste invece uno “spirito” dell’Opus Dei: è questo il termine usato comunemente dal Beato per descrivere lo “stile” di vita cristiana praticata dai fedeli e dai sacerdoti della Prelatura

Infine, il senso vivo del diritto e l’amore grande per gli Ordinari delle diocesi e per la condizione del sacerdote diocesano portarono il Beato Escrivà a configurare in modo peculiare la secolarità del lavoro pastorale. La dimensione pastorale della secolarità si esprime e ha il suo fondamento nella Chiesa locale: l’incardinazione fa il sacerdote membro del Presbiterio diocesano mentre la missione canonica lo fa collaboratore del Vescovo per tirare il carro nella stessa direzione dell’Ordinario, come diceva il Beato e vivere con pienezza il nihil sine Episcopo. D’altra parte la secolarità conferisce al ministero del sacerdote la caratteristica della universalità e di una totale apertura, ne fa, cioè, una pastorale di base in comunione a quella della Chiesa universale, e una pastorale rivolta a tutti, nel rispetto e nella positiva convivenza con i carismi propri dei Religiosi e dei Movimenti, senza però identificarsi con nessuno di essi. Perciò il sacerdote nel suo ministero rispetterà la condizione laicale del cristiano, promuovendo non la sua clericalizzazione ma la sua vita battesimale, fino alla pienezza dell’età di Cristo. Questa secolarità viene tuttora, da qualche parte, contrapposta alla diocesanità. Il rapporto conflittuale e perciò la difficoltà di comprensione del binomio secolarità-diocesanità, viene alimentato dal fatto che alle volte si considera la diocesi alla stregua di un Ordine religioso e si usa l’espressione “spiritualità diocesana”. Il termine “spiritualità” si presta ad equivoci, per cui sarebbe più corretto parlare di “spiritualità sacerdotale” che è in rapporto di continuità con la spiritualità battesimale.

Per concludere, diciamo che la dimensione della secolarità conferisce al ministero pastorale del sacerdote una libertà e un’ampiezza senza limiti. Il mondo e l’intera umanità, nella varietà delle razze e delle cultura e nella diversità degli ambienti, sono il luogo naturale dove il sacerdote si trova a vivere e ad operare come sacerdote, sacerdote al cento per cento, che illumina, consola, guarisce, perdona in nome di Dio, come ipse Christus. Il sacerdote diventa così l’uomo di Dio, l’uomo del soprannaturale, l’uomo della Chiesa che tiene fra le sue mani le risorse infinite della misericordia divina.

Amare il mondo appassionatamente con cuore di sacerdote: così visse il Beato Josemarìa. Sul filo dei suoi insegnamenti, il sacerdote secolare è spinto a esercitare il suo ministero pastorale nel mondo come in un “mare senza sponde” che egli percorre instancabilmente in tutte le direzioni come pescatore di uomini, col desiderio di portarli, feriti di contrizione e di amore, ai piedi di Cristo.

                     Don Ferdinando Rancan



venerdì 26 dicembre 2025

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domenica 21 dicembre 2025

L'EREDITA' LASCIATA DA DON FERDINANDO RANCAN



Verona, 7 luglio 2025

PREMESSA: In questo contesto ci soffermiamo soprattutto sull’eredità diciamo pure materiale, cioè quei beni o lavori o ristrutture, realizzati da don Ferdinando ovunque gli fosse stato assegnato un luogo dove poter esercitare il suo ministero sacerdotale.

Ovviamente non è stata solo questa la sua “eredità” diciamo così, come parroco, perché diede grande impulso a tutto il lavoro pastorale soprattutto privilegiando la catechesi per ragazzi e adulti, incontri con le famiglie, orari per incentivare le confessioni, benedizione delle case, Comunione ai malati, preparazione per i fidanzati ecc. Il tutto con molta disponibilità a costo di mollare la tazzina del caffè in canonica se veniva chiamato all’improvviso per una confessione.

Ma in questo scritto particolare vogliamo soprattutto far emergere l’amore di don Ferdinando, anzi la sua passione per il mantenimento, la ristruttura o l’abbellimento fatto con arte e buon gusto ma senza esagerazioni, di quelle chiese soprattutto antiche o cappelle o arredi sacri che non possono andare perduti per l’incuria di certi parroci, perchè la cura delle anime e della pastorale dovrebbe andare di pari passo, lui sosteneva, anche con il dovere di mantenere nel migliore dei modi la “struttura sacra” dentro la quale si sono potuti celebrare migliaia di Messe, battesimi, sacramenti ecc. E siccome in Curia sembra che non ci siano mai fondi per queste iniziative, o assai raramente, si devono interpellare i vari Enti pubblici e privati, che di solito si dimostrano generosi. Anche perché ogni azienda di media grandezza prevede un budget di denaro per opere di beneficenza, restauro monumenti, chiese, scuole ecc. ma bisogna andarli a chiedere presentando domanda e progetti ben precisi agli uffici preposti.

Questo ha fatto don Ferdinando durante il periodo in cui è stato parroco ai Santi Apostoli, (e poi anche per San Lorenzo, come diremo), avendo trovato una chiesa romanica bellissima, con cripta e sacello raro del VI secolo, però molto malandata, addirittura coi quattro pinnacoli di pietra del campanile così pericolanti che rischiavano il crollo sui passanti, senza che nessuno se ne accorgesse, se non grazie all’avvio delle sue indagini con ingegneri, tecnici ed esperti dell’edilizia che ripararono anche buona parte del tetto dell’abside della chiesa.

Anche per questo dovere che hanno i parroci di mantenere in sicurezza i beni ecclesiastici loro affidati (non di loro proprietà) per un certo periodo di tempo, grande è la loro responsabilità, come pure quella del Vescovo nel provvedere, ribadiva don Ferdinando, non solo alla pastorale o alla cura dei giovani, ma anche al controllo e consolidamento delle strutture ecclesiastiche, senza delegare al prossimo parroco.

RESTAURO DEL COMPLESSO DEI SANTI APOSTOLI. Sin dal 1980, anno di insediamento del nuovo parroco, don Ferdinando Rancan, presso la chiesa dei Santi Apostoli, in Verona, ebbero inizio, dietro sua iniziativa i lavori di ristrutturazione di tutto il complesso parrocchiale: chiesa, campanile, sacello sante Teuteria e Tosca, aule catechismo, canonica su due piani, attigua casa delle suore, cortile, servizi igienici, (da un solo servizio che c’era per tutti ne realizzò ben nove, tra privati su in canonica e pubblici giù nelle sale parrocchiali). Questo fu possibile realizzare anche grazie alla competenza e generosità, talvolta offerta gratuitamente, dell’ing. Sandro Muttinelli che, assieme all’artista prof. Gianni Lollis, si prestarono con grande impegno per portare a termine i lavori delle varie zone spesso fatiscenti.

Infatti tutto il complesso, molto vasto, in buona parte distrutto dall’ultima guerra, era stato “rattoppato” in qualche modo dai parroci precedenti, dal 1950 al 1980, i quali si erano distinti comunque per grande zelo apostolico soprattutto in opere assistenziali a vasto raggio, indispensabili nelle difficoltà del dopoguerra. Da notare che una delle attività principali promossa dai precedenti parroci, la Società di San Vincenzo per l’aiuto ai poveri, fu mantenuta e rinvigorita dallo stesso don Ferdinando e diede sempre copiosi frutti per la generosità soprattutto di quei parrocchiani benestanti che si prendevano veramente a cuore le necessità dei poveri, anche sanitarie e logistiche, ben oltre i confini della parrocchia. Tutto il dettaglio dei lavori di ristrutturazione eseguiti sono elencati in un plico a parte con allegati.

CREAZIONE DI UN CENTRO SACERDOTALE. Oltre ad aver ricavato, da grandi spazi inutilizzati, i locali necessari per le lezioni di catechismo, un salone per incontri con le famiglie, sala giochi per ragazzi, e su in canonica grande sala con biblioteca dove accoglieva i sacerdoti per incontri settimanali di preghiera e anche conviviali, ciò che stava maggiormente a cuore a d. Ferdinando era la ristrutturazione del secondo piano della canonica (in stato di semi abbandono tranne la prima stanza da letto del parroco), per ottenere dei mini appartamenti per sacerdoti. Riuscì a ricavarne fino a 5, ciascuno composto da studio, camera e bagno, secondo un progetto che d. Ferdinando serbava nel suo cuore e che, purtroppo, mai gli fu concesso di portare a compimento, come tutto il resto nella sua vita intessuta per lo più di contrasti e difficoltà, e cioè un centro sacerdotale per accogliere sacerdoti anziani ma ancora autosufficienti, i quali avrebbero trovato assistenza in questa specie di grande famiglia sacerdotale con un’amministrazione di signore incaricate.

I sacerdoti assistiti non erano però accolti come malati in una casa di riposo, ma avevano dei doveri ben precisi da assolvere, cioè incarichi affidati dall’autorità del Parroco o del Vescovo e che potevano riguardare l’aiuto nelle varie parrocchie o Rettorie, o come cappellani per gruppi ecclesiastici assistenziali o culturali, o presso Istituti di suore o di case per anziani, o per Centri Aiuto Vita o altre Associazioni di volontariato…il tutto unito a una vita di preghiera più intensa a disposizione delle anime.

CONTINUAZIONE DELLA MEMORIA STORICA DEI SANTI APOSTOLI. Tutto questo d. Ferdinando lo sentiva molto forte nel suo cuore anche per un motivo che lui considerava molto importante e cioè continuare la memoria storica della sua parrocchia, in quanto la venerabile Pieve dei Santi Apostoli era sede, fin dal secolo X°, di una congregazione sacerdotale riconosciuta dallo stesso Imperatore e confermata poi da Papa Lucio III, il cui corpo, per una serie di circostanze storiche, riposa dentro la cattedrale di Verona. Anche negli ultimi decenni, con Mons. Accordi e don Signorato, si contavano nella Pieve dei Santi Apostoli, fino a 6,7 sacerdoti, ciascuno con un mandato ben preciso: chi collaborava all’interno della parrocchia, che a quei tempi era molto abitata e si occupava di molte attività assistenziali (mensa dei poveri o degli studenti, attività ricreative, catechesi ecc.), chi invece aveva incarichi fuori parrocchia.

RIFORMA ECCLESIASTICA. Oltre alla motivazione storica di cui sopra, d. Ferdinando sentiva la necessità dell’apertura o fondazione di questo Centro sacerdotale anche a seguito della riforma ecclesiastica di quel periodo storico (anni 1970/80) che prevedeva le dimissioni da ogni incarico per ogni Sacerdote o Vescovo al compimento del 75.mo anno di età, fatto che costringeva molti ecclesiastici ancora in buona salute a cercare soluzioni di emergenza non sempre accolte altrove, fino ad essere costretti a rinchiudersi in appartamenti privati, col pericolo di cadere in depressione o peggio, al vedere che, da molti impegni che avevano, all’improvviso, ancora in buona salute, si trovavano soli, abbandonati, disoccupati, non interpellati, come se fossero spariti dall’elenco dei sacerdoti appartenenti alla Curia di quella determinata diocesi. E anche se per alcuni sacerdoti questa riforma poteva tornare di loro comodo perché potevano dedicarsi con tranquillità alle attività di loro gradimento: pubblicazioni, studi, conferenze, sport, amicizie, incarichi saltuari per Messe ecc. in realtà per la maggioranza di essi invece costituì un vero problema (come per don Ferdinando più tardi, come diremo) perché si sentivano quasi dei poveri mendicanti che andavano a elemosinare un po’ di “lavoro” presso parrocchie o istituti che non sempre erano disposti ad accoglierli, a tal punto che molti di loro si vedevano costretti a celebrare la Santa Messa nella loro casa privata con qualche famigliare o amico.

L’ISTITUTO MONS. GIACOMELLI. Importante fu l’opera iniziata alla Pieve dei Santi Apostoli agli inizi del 1900 subito dopo la prima guerra mondiale, da un parroco, mons. Giacomelli, che acquistò un Istituto attiguo alla chiesa per raccogliere le orfanelle della città e provincia. Tanto grande era comunque l’amore che legava mons. Giacomelli alla sua Pieve romanica, che lasciò scritto come testamento di non distaccare mai l’Istituto che aveva fondato e che prese poi il suo nome “Istituto Giacomelli” dal complesso della parrocchia dei Santi Apostoli, di cui lui è stato parroco fino alla sua morte. Anche per questo motivo, don Ferdinando coltivò nel suo cuore la speranza che quegli spazi enormi dell’Istituto Giacomelli, rimasti vuoti con gli anni per la mancanza di orfanelle e la morte delle ultime suore da lui fondate a tale scopo, potessero essere utilizzati per fini apostolici, o per i giovani con i loro animatori e tutor che in centro storico non avevano spazi adeguati per trovarsi, giocare e fare amicizia (esisteva anche un bel cortile grande all’interno dell’Istituto), o per un’eventuale scuola privata o doposcuola, senza però trascurare quei sacerdoti anziani ma ancora desiderosi di “fare i preti” se avessero potuto godere di spazi e assistenza adeguati. Nel frattempo una parte dell’Istituto venne utilizzata dal Comune, previa sistemazione sommaria, per aprire un asilo della prima infanzia che tornò molto utile alle famiglie della zona per alcuni anni, ma essendo stato in seguito sostituito da un altro fabbricato più moderno, tutto lo stabile “mons. Giacomelli” tornò di nuovo vuoto e in abbandono.

Da notare la posizione strategica dell’Istituto Giacomelli perché, pur essendo in centro storico, era accessibile da più parti, sia a piedi che con le macchine, avendo all’interno anche un parcheggio spazioso concesso provvisoriamente in comodato all’attigua scuola Pindemonte: si poteva raggiungere a piedi dal Corso Cavour attraverso il cortile della parrocchia, oppure con le macchine da via Fratta che collegava il corso Cavour con Via Cattaneo, passando attraverso un parcheggio che risultava prezioso per i genitori che andavano a prendere i loro figli, nonché per gli insegnanti ecc. Insomma questo Istituto poteva essere utilizzato di comune accordo tra la parrocchia e la diocesi per dei progetti comuni ma che avessero come scopo primario delle finalità apostoliche o culturali per le quali era stato acquistato. Questo fu lo scopo che si prefisse il parroco dei Santi Apostoli, don Ferdinando, in pieno accordo senza saperlo con il nuovo Vescovo di Verona che arrivò nel 1992 in sostituzione di mons. Giuseppe Amari.

IL NUOVO VESCOVO DI VERONA MONS. ATTILIO NICORA. Quando il nuovo Vescovo di Verona, Mons. Attilio Nicora, (1992/1997) chiese a d. Ferdinando di lasciare il suo incarico di parroco, nonostante avesse solo 71 anni, in favore del nuovo parroco da lui nominato, mons. Gino Oliosi, lui accettò in piena obbedienza sia perché lo rasserenò la proposta di poter rimanere in parrocchia come collaboratore del nuovo parroco, mons. Gino Oliosi, con cui era sempre andato molto d’accordo, sia perché sperava che quel progetto larvatamente manifestato dal Vescovo sull’Istituto Giacomelli potesse essere una specie di “apripista” anche per il suo progetto segreto che, alla fine, collimava con quello del Vescovo, cioè istituire un centro di vera cultura cristiana cattolica di proprietà della diocesi, a servizio dei sacerdoti anziani, come detto, e di tante nuove esigenze pastorali, sociali e culturali per i giovani, che mancavno totalmente in centro storico. In effetti c’era spazio per tutti.

D. Ferdinando dovette comunque lasciare l’abitazione che aveva in canonica con la sorella perché il nuovo parroco di solito si porta dietro i suoi famigliari o persone di fiducia, e riuscì a trovare un alloggio per lui e la sorella Assunta, in Via Risorgimento, 25, appartamento di media grandezza ma scelto da don Ferdinando soprattutto per la presenza di un grande salone che gli consentiva di continuare ad accogliere i sacerdoti una volta la settimana per il loro incontro di preghiera spesso accompagnato da momenti di convivialità e di amicizia fraterna.

Purtroppo anche il progetto di mons. Nicora andò in fumo perché venne “trasferito” a Roma dopo soli 5 anni e anche il nuovo parroco da lui nominato per avviare questo ambizioso progetto, mons. Oliosi, venne sostituito dal nuovo parroco, don Adriano Vincenzi, in vista di ben altri progetti che avrebbe realizzato d’accordo col nuovo Vescovo, il cappuccino padre Roberto Flavio Carraro.

DIATRIBA PER L’UTILIZZO DELL’ISTITUTO GIACOMELLI. Con l’avvento del nuovo parroco don Vincenzi e del nuovo Vescovo, iniziò a sorgere la diatriba sul diritto di possesso di quello stabile perché, anche se lo statuto diceva con chiarezza che apparteneva alla parrocchia dei Santi Apostoli, per volontà del fondatore che lo acquistò coi suoi beni personali, e pertanto doveva essere il parroco e il consiglio pastorale a decidere della sua destinazione sempre nell’osservanza dello statuto fondazionale, in realtà il nuovo Vescovo Padre Roberto Flavio Carraro non era affatto d’accordo su questo e, forte dell’appoggio del nuovo parroco, don Vincenzi, studiarono un piano strategico al fine di vendere tutto il complesso (era una grande villa nobile in centro storico) a un’impresa di costruzione che ne avrebbe ricavato appartamenti di lusso a pochi metri da piazza Brà, e il denaro incassato sarebbe servito, dicevano, per la ristruttura del Seminario Maggiore iniziata in quel periodo. Ne nacque una diatriba con i parrocchiani (sostenuti in segreto dall’ex parroco don Ferdinando) che volevano il rispetto dello Statuto per dei progetti che potevano anche essere valutati insieme, tranne quello di svendere tutto per ricavarne quattrini. Fu interpellata la Giunta Regionale della Regione Veneto la quale rispose il 2 dicembre 2005 dando ragione alla parrocchia in base allo studio dei documenti presentati (vedi allegato). Ciononostante, per ordine del Vescovo, iniziarono subito dopo i lavori di demolizione e ristrutturazione e così, in barba a tutti gli statuti, nessuno ebbe il coraggio di opporsi al Vescovo e a don Adriano, anche se per poco tempo perché il primo iniziò un lento ma progressivo declino fisico fino alla demenza e il secondo venne a mancare di tumore pochi anni dopo aver combinato questo disastro.

“Sic transit gloria mundi” ma il progetto apostolico di d. Ferdinando e del Vescovo Nicora, anche lui estromesso con la scusa che lo richiedevano in Vaticano, andò totalmente in fumo per sempre, con grande sua amarezza e direi anche sofferenza per tutta la tensione accumulata nel tentativo di salvare il salvabile.

LA CAPPELLA DI SAN DOMENICHINO. Amarezza e sofferenza arrivate quasi a infarto quando un giorno venne chiesto a don Ferdinando di celebrare nella parrocchia dei Santi Apostoli l’anniversario della morte di un suo fedele parrocchiano, il dott. Mazzi, secondo la richiesta della vedova e dei figli, e gli capitò di entrare in quella stanza ex magazzino che lui, quand’era parroco, aveva trasformato in una elegante cappella invernale che era un vero gioiellino: finestre con immagini sacre in alabastro, banchi nuovi con inginocchiatoio ovviamente, pavimento in parquet e marmo, Via Crucis del 700, pareti tutte tappezzate di una stoffa raffinata, ma soprattutto un altare policromo di rara bellezza del ‘700 fatto arrivare con la gru da una cappella privata abbandonata di un paesino di Mondovì, regalato dal proprietario al parroco, altare sul quale don Ferdinando aveva celebrato, soprattutto d’inverno, centinaia o forse migliaia di Sante Messe. E lì accanto fece collocare uno studiolo tutto tappezzato di legno in noce per ricevere persone con un piccolo confessionale adiacente. Ricordo anche una bellissima acquasantiera in marmo rosso di Verona, finemente scolpita a conchiglia, che troneggiava all’ingresso della cappella come per invitare tutti coloro che entravano a usare l’acqua santa.

Ebbene, quando d. Ferdinando entrò, accompagnato dalla sottoscritta, che prese parte a tutti i lavori di ristrutturazione anche con piccoli consigli utili da donna pratica, per poco non gli prese un colpo al cuore: tutto sparito nel nulla. Perfino l’altare che era pesantissimo era sparito. Ma dove poteva essere stato trasportato? Poi ci si accorse che era stato “murato vivo” in fondo alla cappella dove era stato collocato, dentro una parete di cartongesso per adibire quello che restava di quella miserabile stanza a…. studio medico per omeopatia, con tavoli orrendi di formica quasi in disprezzo della bellezza sacra e artistica precedente. Queste demolizioni e altri cambiamenti all’interno della parrocchia, oltre alla vendita, s-vendita dell’Istituto Giacomelli, avvennero con il parroco Adriano Vincenzi che poi, deceduto, fu sostituito da preti provvisori fino all’attuale parroco e Vicario episcopale mons. Ezio Falavegna che diede un nuovo impulso pastorale a tutto il complesso della parrocchia pur nell’impossibilità di ripristinare il danno ormai compiuto anni addietro.

L’ALTARE POLICROMO DEL ‘700 DI SAN DOMENICHINO. In seguito a questa traumatica “scoperta” vennero avviate trattative tra d. Ferdinando che reclamava la proprietà di quell’altare che aveva ricevuto personalmente in dono e per il quale aveva pagato il trasporto con la grù fino a Verona per poi vederlo sparire in quel modo miserabile, e il nuovo parroco, mons. Falavegna, il quale, a onor del vero, nulla centrò con le precedenti “demolizioni” e pertanto si dimostrò ben disposto a favorire questo passaggio anche per la grande stima che nutriva per don Ferdinando. Purtroppo emersero difficoltà di ogni genere soprattutto per la burocrazia e il lavoro che comportava l’abbattimento del muro di copertura e il conseguente trasporto e collocazione in un luogo o cappella alla quale sarebbe stato destinato, anche per le notevoli spese da sostenere a tale scopo.

Spese o regolamenti che, guarda caso, non avevano mai costituito per don Ferdinando un freno o un pretesto per bloccare iniziative o riforme che avessero lo scopo di ristrutturare o abbellire le chiese a gloria della maestà di Dio, ancor meno per impedire ai sacerdoti consacrati la possibilità di continuare a “fare i preti” in luoghi pubblici a qualunque età fino all’ultimo giorno della loro vita, a Dio piacendo, perché la Scrittura dice “TU ES SACERDOS IN AETERNUM” e non puoi andare in pensione a 75 anni, ancora nel pieno delle forze al giorno d’oggi e contro la volontà di Dio, richiuso in un bilocale o dentro un ospizio quando c’è un bisogno estremo di vocazioni generose e anche eroiche. E Dio lo ha dimostrato con un calo stratosferico delle vocazioni.

Pertanto l’altare è ancora lì, collocato nello stesso posto, nascosto da una parete di cartongesso a memoria di questa deplorevole situazione che non torna certo a onore di chi ha smantellato tutto il raffinatissimo arredo sacro per finalità contrarie agli scopi che normalmente dovrebbero essere priorità assoluta per qualunque sacerdote. (vedi allegato). Nota bene che la proprietà dell’altare dovrebbe essere sempre dell’ex parroco don Ferdinando, e semmai consultare don Ezio Falavegna per eventuali informazioni perché l’accordo è rimasto questo: l’altare resta lì finchè non viene richiesto da qualche Istituto interessato (come voleva don Ferdinando per la cappella dell’Opus Dei) il quale Istituto lo avrà gratuitamente purchè si accolli le spese di trasporto. Ma se nessuno sa che lì dentro è tuttora murato un altare del ‘700 bellissimo, chi mai lo potrà richiedere? Tenere presente e spargere voce. 
D. Ferdinando ricompenserà dal cielo chi riuscirà a estrarlo da lì e trasportarlo in una chiesa o cappella. 

LA RETTORIA DI SAN LORENZO SUL CORSO CAVOUR. Siccome a d. Ferdinando stava a cuore, assieme alla cura per la dignità della liturgia e degli arredi e paramenti sacri, soprattutto il suo ministero sacerdotale a disposizione della gente in un luogo pubblico, continuò a cercare delle soluzioni in tale senso perché intuiva che la sua collaborazione ai Santi Apostoli sarebbe stata provvisoria, come infatti avvenne.

Vide che la Rettoria di San Lorenzo, un grande complesso romanico puro di fronte alla chiesa dei Santi Apostoli sul corso Cavour, era abitata da un solo sacerdote, Mons. Rolando Zera, e gli parve l’ideale. Tutto il complesso è tuttora costituito dalla chiesa centrale con attorno una specie di muraglione di edifici su tre piani suddiviso fra appartamenti di varie metrature, salette, saloni, aula magna a quel tempo fatiscenti e inagibili, quasi tutti prospicienti il Corso Cavour, famoso a Verona per la bellezza dei palazzi antichi che lo caratterizzano. Questo contrasto ben visibile tra i palazzi antichi dei nobili del settecento (palazzo Bevilacqua, Canossa, Balladoro, Malfatti ecc.) e quel complesso fatiscente della Rettoria di San Lorenzo suscitava scandalo per tutti i veronesi che si domandavano come mai la Curia e lo stesso Rettore non si fossero mai attivati per ristrutturarlo e affittare i vari appartamenti a privati o Associazioni, Istituti ecc.

Nessuno ci pensò mai fino all’arrivo di don Ferdinando il quale andò di persona dal Rettore mons. Rolando Zera, a fargli una proposta concreta: se lo accoglieva come aiuto ministeriale per la celebrazione delle Messe, confessioni e servizi liturgici vari, mons. Zera poteva sentirsi più libero di andare a Roma per dedicarsi alle cause dei santi di cui si occupava.

E davanti alla risposta incoraggiante del Rettore frenata però dall’evidenza dello stato di abbandono degli appartamenti, don Ferdinando non si arrese ma andò oltre dicendogli che sarebbe stato molto opportuno, con l’occasione, provvedere anche alla ristruttura del complesso di quegli edifici cadenti e prospicienti il corso Cavour, che forse potevano essere affittati, approfittando dell’impresa di costruzione che aveva ristrutturato e abbellito la parrocchia dei Santi Apostoli, senza lasciare nessun debito alla Curia.

Poi prospettò al Rettore mons. Zera anche il progetto della neonata associazione culturale “Romano Guardini”, fondata da d. Ferdinando per diffondere la cultura cristiana tra i giovani universitari, il cui presidente prof. Leonzio Veggio sarebbe stato molto lieto se avesse potuto godere di una stanza al piano terra per le sue attività. L’accordo fu fatto in via informale supportato anche da lettere degli amici di don Ferdinando o suoi ex parrocchiani che scrivevano ai vari Vescovi chiedendo per d. Ferdinando un luogo pubblico dove lui potesse essere presente per continuare a celebrare e confessare, com’era sempre stato suo desiderio.

Si cercarono di nuovo fondi economici come già fatto in precedenza per la chiesa dei Santi Apostoli e questi arrivarono anche con facilità, perché quando si spiegava che erano per la ristruttura di quello stabile ecclesiastico fatiscente sul nobile Corso Cavour, i negozianti, aziende, comune, banche ecc. della zona fecero a gara per stanziare tutto quello che potevano per tale scopo.

I lavori iniziarono sotto la guida dell’architetto Vittorio Gugole e furono portati a termine con grande cura, in poco tempo e anche qui senza debiti ma, alla fine di tutto, avvenne un fatto che lasciò tutti a dir poco traumatizzati: giunto il momento di rispettare l’accordo di cui sopra, mons. Zera si rifiutò categoricamente di accogliere d. Ferdinando come ministero e ancor meno di assegnare una stanza alla sua associazione culturale. A nulla valsero le proteste degli amici, ex parrocchiani, impresa di costruzione ecc. sia presso il Rettore che presso il Vescovo ma… tutto fu inutile.

E anche se il Giudice di Pace interpellato a tale scopo dava ragione da vendere a tutta l’equipe dei costruttori e amici che facevano il tifo per vedere d. Ferdinando presente a rendere viva e agibile quella bellissima chiesa romanica quasi sempre vuota o chiusa, d. Ferdinando calmò gli animi di tutti, peraltro animati soprattutto dall’affetto sincero per lui, adducendo la motivazione che, ragione o torto, chi aveva il potere decisionale in quel caso era il Rettore, Mons. Zera, e pertanto consigliò di non insistere più con nessuno e di lasciare perdere mettendo tutto nelle mani di Dio, com’era il suo stile. D. Ferdinando accettò questa ennesima sconfitta con una sofferenza che cercò di comprimere a fatica dentro il suo cuore, com’era sua abitudine ormai, eppure anche in quella palese umiliazione pubblica dove lui aveva coinvolto con entusiasmo più persone in un progetto svanito nel nulla, anziché abbattersi, riuscì a rincuorare anche gli animi dei presenti palesemente delusi e amareggiati, offrendo un risvolto positivo e perfino ironico della situazione, dicendo a tutti con un bel sorriso: “Be’, tutto sommato, ci resta la gioia nel cuore di aver compiuto una grande opera che sa di miracolo, perché abbiamo ristrutturato in poco tempo un complesso storico importante ma cadente, che nessun altro in tanti decenni o forse anche secoli è riuscito a fare, e senza debiti, anzi… con un bilancio positivo”. E davanti a un caloroso applauso dei presenti soddisfatti da questa nobile motivazione, anche l’impresario volle chiudere “in bellezza” offrendo un aperitivo a tutti con un brindisi di consolazione.

Alcuni lavori rimasti incompiuti furono portati a termine dal nuovo Rettore con una nuova impresa di costruzione, dopo la morte di mons. Zera, dopo pochi anni, nel 2010.

LA RETTORIA DI SAN GIOVANNI IN FORO SUL CORSO PORTA BORSARI. Si presentò l’ultimo tentativo per avere finalmente una Rettoria, quella di San Giovanni in Foro sul Corso Porta Borsari che rimase vuota tra un Rettore anziano e l’altro e che gli era stata promessa due volte dai due Vescovi, Mons. Flavio Roberto Carraro e mons. Giuseppe Zenti.

Oltretutto aveva un grande appartamento al primo piano che gli avrebbe facilitato l’abbinamento del suo lavoro sacerdotale con l’abitazione senza dover usare continuamente la macchina che cominciava a costituire un problema per via della vista. Si recò più volte nella bella chiesetta romanica per vedere dove poter sistemare soprattutto il confessionale in legno che neppure esisteva, lo volle piccolo ma funzionale, con la grata, l’inginocchiatoio ma anche una piccola panca per potersi sedere, come aveva visto in qualche rivista di arredi sacri, dichiarandosi disponibile per funzioni liturgiche, colloqui, confessioni per i molti passanti che spesso entravano per visitare la chiesa e magari pregare in silenzio. Se i passanti avessero visto la presenza di un sacerdote, molto probabilmente avrebbero aperto il loro cuore alla grazia.

D. Ferdinando non ebbe il tempo di entusiasmarsi che gli arrivò la notizia, portata come sempre in silenziosa obbedienza, che il Vescovo Zenti aveva nominato il nuovo Rettore, un sacerdote incaricato della Charitas che aveva il suo appartamento a Verona ma che era spesso a Roma, e pertanto sarebbe passato dalla chiesa “al volo” per celebrare due Messe la settimana: il sabato sera e la domenica sera, ore 20, come è tuttora, cedendo l’appartamento al primo piano della Rettoria a un sacrista straniero di sua fiducia.

Grande resta sempre la responsabilità di certe autorità ecclesiastiche nella nomina di un sacerdote o parroco o cappellano, che non deve essere un “optionall” qualunque basato su convenienze o interessi reciproci, ma solo in vista di privilegiare il bene per le anime a maggior gloria di Dio. Scelte non facili, ma felici, come dicono i santi.

PERIODO DI EMARGINAZIONE E DI PROVA. Fatto sta che d. Ferdinando, dopo che ebbe lasciato la parrocchia dei Santi Apostoli, fu costretto a celebrare la Messa in casa sua, Via Risorgimento, sul tavolo dello studio per circa due anni (2001-2003), chiedendo talvolta “ospitalità” per qualche Messa domenicale a don Giuseppe Benini, parroco della vicina chiesa di San Pietro, sua parrocchia logisticamente parlando, il quale consentiva molto volentieri ma era cosa eccezionale e fuori regola.

Oltre a questa emarginazione da parte della diocesi, come succede spesso ai santi o candidati alla santità, d. Ferdinando si è visto emarginato in quello stesso periodo e in modo inspiegabile, anche dalla sua Opus Dei che, all’improvviso, lo ha destituito da ogni incarico, senza essere mai più invitato nei loro centri per confessioni o Messe o ritiri spirituali. Inutili si dimostrarono anche le mie lettere ai dirigenti dell’Opera di Milano ai quali spiegavo, nel caso fossero preoccupati della sua salute, che d. Ferdinando godeva della salute di sempre per cui era in grado di occuparsi ancora di qualche incarico spirituale, essendo ancora abbastanza giovane, sui 71 o 72 anni, che gli affidassero almeno qualche compito saltuario, qualche meditazione, qualche ritiro, insomma qualche “mezzo di formazione o sacramento” occasionale che gli permettesse di sentirsi ancora pienamente parte di quella famiglia soprannaturale che Dio stesso gli aveva fatto conoscere a Roma perché la presentasse nel Nord Est d’Italia.

Ricordo che io, nel bollore ardente del mio carattere, non accettavo questa specie di “terra bruciata” che si è trovato attorno all’improvviso, e spesso lo spronavo perché anche lui reagisse, e chiedesse spiegazioni ai responsabili del perché lo avevano completamente accantonato, creandogli non poca sofferenza interiore che lui cercava di reprimere offrendola a Dio, come il suo solito. Ho potuto anche notare da varie esperienze anche personali, che, se è vero che la vera Fede aiuta molto a reagire con visione soprannaturale davanti a certe situazioni dolorose, come anche a lutti, fallimenti, separazioni, tradimenti, ingratitudine dei figli o amici ecc. questa virtù della Fede non toglie affatto la sofferenza che l’accompagna, ma la differenza sta proprio qui: un credente sa offrire a Dio tutta la sua sofferenza che diventa corredenzione e riparazione di molti peccati, propri e altrui perché alla fine di tutto, onori, gloria, umiliazioni, persecuzioni ecc. ciò che conta, come ci ricordava spesso d. Ferdinando, è che non perdiamo la Vita Eterna.

Tornando a d. Ferdinando, la situazione cominciò a migliorare quando arrivò a Verona don Ermanno Tubini nel 2010 che lo invitò, dopo parecchi anni di assenza, alla residenza Ponte Navi per qualche allegra tertulia (nome spagnolo dato dal fondatore dell'Opus Dei a quella mezzoretta di ricreazione quotidiana dove si poteva anche scherzare e raccontare episodi apostolici o comunque positivi per tenere sempre alto il morale di tutti), il quale si impegnò a venire ogni settimana a casa sua, che era la mia, per la confessione e due chiacchiere in amicizia con vero affetto fraterno. Ma erano passati ben 9 anni dalla prima accorata richiesta da parte di d. Ferdinando di avere un luogo sacro dove essere a disposizione delle anime. Nel frattempo sono stati sistemati molti sacerdoti e sacristi e ministranti vari, però… per lui non c’era mai posto!!! La Rettoria di Santa Caterina, quella di Santa Maria della Scala, celebrò per qualche mese perfino nella chiesetta di S. Pietro Martire sul lungadige vicino alla chiesa romanica di Santo Stefano, ma era troppo piccola perché costituita solo dal quadrato della chiesetta  senza altre stanze.

No! Per lui esisteva solo la prospettiva sempre libera e accogliente di Casa Perez! Peccato davvero. Perché la diocesi di Verona e gli amici vari dell’Opus Dei hanno perduto un’occasione d’oro di poter usufruire per circa un’altra decina di anni della preparazione ascetica e teologica di un sacerdote che, a detta di tutti, aveva il dono della Sapienza, sapeva leggere nei cuori intuendo le vere necessità di ogni singola anima ed era veramente innamorato del Cielo, del suo sacerdozio diocesano e della sua amata Opus Dei. Tanto che il Penitenziere della Curia che conosceva bene don Ferdinando, un giorno uscì con questa espressione, poi ripetuta in altre occasioni “posso affermare, con i dovuti distinguo, che la santità di don Ferdinando non era da meno del suo Fondatore San Josemaria Escrivà”

Per la consolazione di tutti, comunque, racconto un fatto molto significativo. Una volta che mi sono permessa di esprimere a d. Ferdinando, anche a nome di altre persone, questo nostro rammarico generale descritto sopra per questa sua emarginazione che ci impediva di seguire le sue meditazioni e catechesi ormai da anni, tanto che molti lo credevano ricoverato davvero a Casa Perez, lui mi troncò subito e mi disse “Ma tu sai quanto immenso beneficio ha portato al mondo il silenzio di Gesù sulla croce piuttosto che tante prediche?” Rimasi senza parole, lo ringraziai, e feci tesoro di queste sue parole ispirate dallo Spirito Santo e dalla sua esperienza viva della croce offerta in silenzio.

FONDAZIONI CULTURALI PER I GIOVANI. Fu in questo periodo di apparente disoccupazione, diciamo così, che d. Ferdinando, oltre a portare a termine gli ultimi dei suoi libri, pensò di dar vita a qualche iniziativa culturale per la formazione dei giovani e degli studenti. La prima fu dedicata al sacerdote veronese di grande cultura e ricca spiritualità “Romano Guardini”, poi una seconda ebbe il nome di “Centro Cultura Cristiana”, infine quella che diede maggiori frutti fu intitolata a “Nicolò Stenone” uno scienziato del 1600 di Copenaghen, accanito luterano che, venuto in Italia alla Corte dei Medici, un po’ alla volta si aprì alla grazia di Dio, si convertì al cattolicesimo rinnegando il passato, dopo gli studi di teologia fu consacrato Sacerdote e Vescovo e inviato nella sua terra luterana a convertire quella gente, con grandi sacrifici, eroismo e incomprensioni. Dopo qualche decennio dalla sua morte, qualche discendente dei Medici, chiese di portare la salma del futuro beato Nicolò Stenone a Firenze, dove avvenne la sua conversione, e tuttora è sepolto nella chiesa di San Lorenzo, in un robusto sarcofago di pietra, sul quale gli studenti vanno a deporre i foglietti con la richiesta di aiuto per i loro esami universitari. Davvero commovente ed esemplare la storia dei nostri santi che andrebbe rispolverata e valorizzata.

Infine d. Ferdinando diede impulso, anche economico, all’avvio della nuova casa editrice “Fede e Cultura” fondata dal prof. Giovanni Zenone per la diffusione della cultura cristiana, tanto che il direttore considera d. Ferdinando come “cofondatore” di Fede e Cultura perché lo incoraggiò ad andare avanti per quella strada difficile, affidandogli come “debutto” della Casa Editrice, la pubblicazione del suo primo libro “In quella casa c’ero anch’io” che ebbe molto successo e lo aiutò anche economicamente nella partenza impegnativa sia della Casa editrice che della attigua libreria. Ma di queste fondazioni culturali di ispirazione cristiana vedi un opuscolo a parte.

REAZIONE SOPRANNATURALE SIN DA GIOVANE. Don Ferdinando manifestò sempre somma gratitudine e riconoscenza verso tutti senza mai portare alcun segno di rancore per nessuno, anzi sfoderando sempre un bel sorriso incoraggiante. Ormai mi ero accorta che, ad ogni colpo al cuore che riceveva, lui non reagiva, ma rimaneva in silenzio e si capiva che pregava in cuor suo offrendo a Dio la sofferenza e rinnovando il pieno abbandono alla sua volontà, il tutto senza mai arrendersi o rassegnarsi, perché cercava di individuare la volontà di Dio su altre strade che gli sarebbero state aperte, non secondo il suo desiderio, ma quello di Dio.

La stessa reazione che ebbe da giovane chierico a seguito di quella grande prova che lo vide estromesso dall’ordinazione sacerdotale a pochi mesi dall’evento per un malinteso col Vescovo. Anche in quella terribile, e sicuramente traumatica circostanza, portata con grande visione soprannaturale, il giovane chierico impallidì, ma in silenzio accettò la prova, con molta padronanza e serenità, senza neppure chiedere spiegazioni o giustificazioni, nella certezza che tutto questo era volontà di Dio e che ci sarebbe stato un perché, una motivazione chiara che si sarebbe manifestata quando Dio lo credeva opportuno per il bene suo e di tutti. E così fu. Al momento obbedì al Rettore che gli consigliò di andare a Roma, comunque via dagli occhi curiosi dei veronesi, a continuare gli studi di Scienze Naturali all’università “La Sapienza”, sapendolo portato per questo tipo di facoltà. Lui accettò con fede, fu accolto con affetto dai padri di don Calabria a Primavalle, vestì sempre l’abito talare perché non ci fossero malintesi, soprattutto nell’ambiente femminile dell’Università, sulla sua decisione irremovibile di consacrazione a Dio, e proprio in quella circostanza, ma dopo alcuni anni, si aprì, anzi si spalancò per lui la strada della volontà di Dio: infatti a Roma venne a conoscere l’Opus Dei, attraverso alcuni studenti, nuova realtà carismatica che muoveva i suoi primi passi dalla Spagna in Italia e capì che quella era la spiritualità giusta che il Signore voleva per lui. (1953/54)

RAVVEDIMENTO DEL VESCOVO. Nel frattempo lo stesso Vescovo di Verona, mons. Cardinale, chiarito il malinteso, lo riaccolse nella sua diocesi e, dopo ben quattro anni, di “esilio forzato” a Roma, come detto,  lo ordinò sacerdote, come da sue previsioni. Spesso accade che certe croci o umiliazioni che ci sembrano ingiuste possono crearci una certa ribellione interiore, ma se abbiamo fede e perseveranza, prima o poi si spalanca la strada della volontà di Dio. Questo ci insegnò don Ferdinando anche in quell’occasione. Dopo tanto peregrinare fuori della sua diocesi, ma con profitto perché nel frattempo si laureò in Scienze Naturali, si aprì anche per lui la strada giusta: avrebbe continuato ad essere sacerdote diocesano ma seguendo la spiritualità del fondatore, Mons. Josemaria Escrivà. Capì che questo percorso, sia pure doloroso e rocambolesco, era stato permesso da Dio affinché lui, sia pure malaticcio, povero e di un paesino sconosciuto, (o forse proprio per questo), potesse conoscere l’Opus Dei, assimilarne la spiritualità e poi farla conoscere a Verona e nel Veneto.

LA PARROCCHIA DI SANT’EUFEMIA. Finalmente il Vescovo Mons. Carraro, dopo l’insistenza di tanti amici ed ex parrocchiani attraverso incontri personali e l'invio di una lettera con raccolta firme, assegnò un incarico ufficiale a don Ferdinando come collaboratore del nuovo parroco della chiesa di Sant’Eufemia, don Valentino Guglielmi (2003/2012). Lì si recava ogni giorno per la celebrazione della Messa vespertina delle ore 19, e quella domenicale ore 11,30 accompagnato in macchina da Patrizia perché ormai la sua vista indebolita non gli permetteva la guida dell’automobile, ma di fare il prete certamente.

Quando la sorella di d. Ferdinando si ammalò in modo grave e fu presa in carico dal figlio Gianni con la badante, il medico dott. Adriano Farinazzo che non ringrazierò mai abbastanza per le cure che gli ha prestato a qualunque ora del giorno, gli intimò che non poteva più vivere da solo in Via Risorgimento perché aveva iniziato da tempo l’uso dell’ossigeno quotidiano e si intravedeva la necessità anche del ventilatore polmonare che andava usato regolarmente tutte le notti e controllato da persone di fiducia per evitare che, spostandosi la mascherina coi movimenti notturni, potesse andare inavvertitamente in apnea. Neppure era pensabile accogliere in Via Risorgimento un badante o una badante perché, al di là della inopportunità di prendersi in casa una persona estranea, non esisteva lo spazio vitale per ospitare entrambi (la sorella si poteva adattare ma estranei no).

L’unica soluzione poteva essere, secondo il Vescovo e il responsabile dei sacerdoti anziani, Mons. Fiorio l’ospitalità a “Casa Perez” a Negrar per sacerdoti anziani e malati. Ma questa soluzione offerta e ripetuta oltretutto quando lui aveva poco più di 70 anni ed era ancora in buone forze, non solo rappresentava una spesa insostenibile per le sue possibilità economiche, ma soprattutto gli creava molta sofferenza per le motivazioni dette sopra e cioè perché lui chiedeva solo una cosa ovvia, inerente alla sua scelta vocazionale: la possibilità di fare il prete in una chiesa o chiesetta o cappella pubblica. Stop. Invece la risposta martellante, che sapeva quasi di inspiegabile punizione o penitenza permessa da Dio per le anime “vittime”, senza che lui mai si considerasse tale, era sempre quella: per don Ferdinando nulla di meglio di Casa Perez. Con tutta la stima per simili realtà necessarie e di tutto rispetto, d. Ferdinando la accoglieva come la sua condanna a morte.

OFFERTA DI OSPITALITÀ DI DUE SIGNORE. 
Di questo suo disagio se ne accorsero da tempo due signore che conoscevano da decenni don Ferdinando e la sorella Assunta: la signora Anna Stella, vedova di Arduino, e la figlia Patrizia, le quali, dopo varie consultazioni, pensarono di proporgli una soluzione alternativa: accoglierlo a casa loro, previo trasloco in alloggio più grande con opportune modifiche, ricavando per lui un mini appartamento dignitoso composto da studio, camera e bagno, addirittura con ingresso indipendente, in modo da assicurargli una certa privacy e nel contempo poterlo assistere tenendo sotto controllo anche i macchinari. Questa soluzione fu davvero un balsamo ricostituente per d. Ferdinando perché si sentiva accudito in un ambiente sereno da parte di due signore di fiducia, e questo gli permetteva di dedicarsi al suo ministero dentro una chiesa pubblica, Sant’Eufemia, accanto a un suo confratello di apostolato, don Valentino Guglielmi che, purtroppo, venne a mancare prematuramente, all’improvviso, il 4 ottobre 2012.

Ma da dove e perché sono spuntate queste due signore nella vita don Ferdinando? Si conoscevano da decenni in quanto la famiglia Stella, soprattutto il capo famiglia, Arduino Stella, conobbe don Ferdinando quando, pretino magro appena ordinato, fu inviato dal Vescovo nel borgo di San Pancrazio dove abitavamo, e lì crebbe una bella amicizia soprattutto tra il novello sacerdote e il padre di Patrizia che, dirigente presso la Motorizzazione del Genio Civile, era stato eletto Sindaco del borgo e Presidente del Consiglio Pastorale.

Amicizia che si consolidò quando don Ferdinando, dopo un paio di anni come curato a San Pancrazio si ammalò di tisi e fu ricoverato all’ospedale dei cronici. In quell’occasione dove la sua vita era in pericolo, il padre di Patrizia andava a trovarlo, sia pure tra molte difficoltà perché non lasciavano entrare facilmente le visite per ovvi motivi, e così si mantenne nel tempo questo legame di affetto, di stima e confidenza non solo con lui ma, attraverso mia madre, anche con la sorella Assunta la quale, sia da sposata che poi da vedova, mai cessò un solo giorno di accudire suo fratello, con grande generosità e anche sacrificio, e anche alla loro mamma, Maria Marchi, santa donna straordinaria, che visse col figlio sacerdote fino alla sua morte, il 10 ottobre 1973, con soluzioni abitative vicine e comode.

MIO PADRE ARDUINO STELLA. Mi permetto in questa occasione di spendere due righe in memoria del mio carissimo papà Arduino, persona generosa, umile, di grande fede, sempre disponibile a cercare una soluzione concreta ai vari problemi delle persone che, soprattutto in quel periodo del dopoguerra cercavano lavoro, casa, famiglia ecc. Mi pare di ricordare che nessuna delle persone aiutate da mio padre nella sua veste di delegato del Sindaco di Verona se ne sia andata senza aver ricevuto o quello che chiedeva, o qualche altra soluzione simile escogitata da mio padre, dal suo cuore grande e generoso. (allora si potevano aiutare le persone liberamente senza tanti problemi burocratici come adesso, anche tirando fuori dalla tasca in silenzio e con grande sacrificio mille lire che suonavano per il povero come balsamo refrigerante)

Mi sembra degno di nota un episodio molto importante e per mio padre anche traumatico che gli è accaduto qualche anno prima che mancasse. Una mattina si sveglia tutto agitato e racconta in cucina un sogno che aveva fatto quella notte. Sentiva dalla stanza vicina un tichettio come di una macchina di scrivere (a quel tempo non esistevano ancora i computer). Incuriosito entrò e vide la Madonna su una nuvoletta che stava battendo a macchina e che gli porse il foglio che aveva appena staccato dal rullo della macchina da scrivere. Lui lesse davanti al viso sorridente della Madonna e c’era scritto “Di’ un’Avemaria che lunedì sarai in mia compagnia”. Possiamo immaginare la sua trepidazione davanti a un sogno del genere, anche se mia madre, com’era il suo stile pacificatore, lo tranquillizzò dicendogli che siamo tutti in viaggio verso la Madonna e nell’anno ci sono molti lunedì e nessuno sa quale sia, se fra un anno o dieci o venti ecc.

Mano a mano che i mesi passavano, mio padre si convinse della ragione di mia mamma e si rasserenò, però nello stesso tempo notai che mise un maggior impegno nella preghiera, nell’assiduità alla Messa, spesso anche feriale, tanto che trovammo nel suo taccuino una preghiera che lui recitava ogni giorno sulla preparazione per una buona morte.

Un giorno, non ricordo esattamente quanti anni dopo quell’episodio del sogno, ma non molti, avvenne un fatto davvero grave: finché mia madre era andata ad accompagnare mia nonna dall’oculista fuori città, mio padre fu preso di buon mattino da un ictus sempre più forte che gli impedì di andare a lavorare. Siccome allora non c'erano i cellullari per chiamare la moglie, si affrettò a chiamare col telefono di casa la sorella Maria che abitava poco distante. Questa si precipitò dal fratello e chiamò immediatamente l’ambulanza che lo portò d’urgenza all’ospedale geriatrico di Borgo Trento. La situazione si aggravò notevolmente perché si trattava di una emorragia celebrale progressiva e così forte che non era possibile bloccarla (almeno con i mezzi di allora). Quando mia madre tornò a Verona e le dissero che il papà era moribondo all’ospedale, si precipitò al suo capezzale ma era da poco passato a miglior vita. Il trauma che subì mia madre dal vederlo bello attivo pronto per andare in ufficio e vederlo morto lo stesso giorno fu terribile, tanto che io fui costretta a lasciare l’Opus Dei come numeraria e starle vicino perché credevo che anche lei morisse dal dolore, tanto si volevano bene.

Furono chiamati immediatamente i figli e parenti vari. Anch’io arrivai da Milano dove stavo lavorando e corsi ad abbracciare mia madre che non riusciva a rassegnarsi, nonostante la sua fede profonda. In quel momento ebbi come un lampo fulminante: la lettera della Madonna! Quel famoso e angosciante “lunedì sarai in mia compagnia”. Chiesi dunque ai medici la conferma del giorno esatto in cui lui era mancato e mi dissero tutti d’accordo: il 4 marzo 1974. ERA DI LUNEDÌ. Lo comunicai con gioia e trepidazione alla mamma mentre l’abbracciavo, rassicurandola che il papà, uomo di grande fede e di carità esemplare, era andato dritto in Cielo accompagnato dalla Madonna. Questo episodio fu di grande consolazione per tutta la nostra famiglia, non solo per mia madre, ma anche per mio fratello Alessio e mia sorella Cristina, ma dovette passare molto tempo prima che mia madre riprendesse la sua abituale e contagiosa serenità.

Grazie caro papà Arduino per tutto il bene che hai seminato nel silenzio, anche nella discreta povertà che la nostra famiglia ha dovuto superare alcune volte con tre figli piccoli e il tuo solo stipendio statale, ma con molta dignità, senza che nessuno lo immaginasse, perché a quei tempi ci si aiutava gratuitamente, discretamente, senza pensare a ricompense o tornaconti personali, e anche i veri politici di allora, come lo era stato mio padre nella vecchia ma gloriosa Democrazia Cristiana dei primi tempi, nulla guadagnavano da questo incarico se non un saltuario rimborso spese. Però si confidava nella Provvidenza di Dio che non delude mai.

IL PRIMO APOSTOLATO DI DON FERDINANDO: PORTO SAN PANCRAZIO. Nel borgo periferico di “Porto San Pancrazio” dove entrò nel 1955/56 mandato dal Vescovo, don Ferdinando fece la sua prima esperienza di apostolato secondo lo spirito dell’Opus Dei (avendo chiesto l’ammissione come sacerdote aggregato nel 1954 quando si trovava a Roma per studi, come detto) presentando questa nuova spiritualità a qualche famiglia più sensibile della zona, tra cui la famiglia Gaspari con la figlia Meri, poi numeraria, e la famiglia Stella con la figlia più giovane Patrizia anch’essa numeraria per soli 13 anni, vocazione purtroppo interrotta dall’improvvisa morte del padre, come detto in precedenza, che la costrinse a tornare a casa per accudire alla madre, anche se rimase sempre affezionata e grata all’Opus Dei per la formazione ricevuta.

Quando don Ferdinando tornò a casa, quasi miracolosamente, dall’ospedale detto brutalmente “degli incurabili” (la tisi a quel tempo era difficilmente guaribile), il suo primo pensiero fu il suo inserimento come sacerdote diocesano.

I dettagli di questi periodo della sua vita sono esposti magnificamente nel suo libro autobiografico “UN SOMARELLO E LA SUA STORIA”, oltre che nel libro biografico di don Ermanno Tubini dal titolo “DON FERDINANDO RANCAN” entrambi reperibili presso la casa editrice “Fede e Cultura” del prof. Giovanni Zenone. 
Pertanto in questo contesto riassumo al volo, giusto perché non ci siano salti enigmatici di interi decenni, la vicenda della sua vita dopo l’esperienza come novello sacerdote a Porto San Pancrazio e il suo rientro a casa dopo il suo traumatico ricovero ospedaliero, come detto, diciamo dal 1957 in poi.

Fu assunto, solo la mattina, come insegnante di biologia presso il seminario e più tardi anche nel Liceo “Agli Angeli come docente di religione, mentre nel pomeriggio svolgeva il suo ministero sacerdotale soprattutto con la Santa Messa e come confessore per quasi tutto il pomeriggio, prima presso la Rettoria di Santa Toscana e poi, accolto con vero affetto paterno dal rev. Mons. Emilio Venturi, presso la sua parrocchia dei Santi Nazzaro e Celso in Veronetta.

Lui stesso narra nel suo libro autobiografico che rimaneva intere ore in confessionale anche col freddo dell’inverno a consolare, dirigere spiritualmente, insegnare e presentare l’amore di Gesù alle anime che si accostavano per ricevere perdono, aiuto, conforto e discernimento nelle varie scelte della vita.

NUOVO LAVORO PER PATRIZIA.
Patrizia, al ritorno da questa sua esperienza di lavoro e di preghiera nell’Opus Dei, fu assunta come impiegata presso l’Assicurazione “Cattolica” e nel tempo libero prestava il suo servizio di volontariato un po’ nel Movimento Vita occupandosi soprattutto di due fratellini abbandonati, e un po’ come catechista presso la parrocchia dei Santi Apostoli dove don Ferdinando nel frattempo era stato nominato parroco nel febbraio 1980. Pertanto anche le due vedove, mia madre e la sorella di d. Ferdinando, si trovavano spesso in chiesa e si consolavano a vicenda trovando nella figura di don Ferdinando un valido punto di riferimento umano e spirituale, che dava loro, come a tutti coloro che lo cercavano, carica e conforto.

Queste situazioni difficili che si passano nella vita, quando trovano la presenza di qualche parente o conoscente o persona di buona volontà, che magari il Signore stesso ti mette accanto, rinforzano i rapporti di stima e di amicizia a tal punto che poi diventano come legami solidi, talvolta di più degli stessi legami parentali, che ci aiutano, come in una cordata di montagna, a non mollare mai finché non si è arrivati a destinazione secondo la volontà di Dio.

DECISIONE EROICA DI MAMMA ANNA. Dopo varie perplessità davanti a una decisione così importante e oserei dire, quasi sconvolgente soprattutto per mia madre Anna, la quale con vero eroismo, all’età di 80 anni decise di lasciare la sua confortevole casa di Ponte Crencano “per amore del Signore e di don Ferdinando”, queste due signore intuirono che fosse volontà di Dio il fatto di occuparsi di don Ferdinando, che ormai consideravano uno di famiglia, come uno zio acquisito dopo tanti decenni di conoscenza e amicizia e aiuto reciproco, e da quel momento in poi, vista la chiusura ermetica da parte della diocesi di assegnargli una chiesetta o rettoria con attiguo appartamento per  facilitargli il suo ministero sacerdotale, non esitarono a procedere a un impegnativo trasloco, allo scopo di poterlo accudire e metterlo nella condizione di poter fare il prete "fino all'ultimo suo respiro" come era sempre stato il suo desiderio.
Individuarono l’appartamento giusto in Via Isonzo, 5 a Borgo Trento, aiutate dal fratello di Patrizia, Alessio che, da direttore di banca si premurò di aprire un mutuo impegnativo intestato a Patrizia, e dal nipote di don Ferdinando, Gianni, il quale, da bravo geometra, seppe guidare bene e con modica spesa i lavori di ristrutturazione dell’appartamento che ci accolse tutti e tre fra il 2002 e 2003.

Parte delle pensioni dei tre “inquilini” servivano per le spese ordinarie e per vivere con dignità, senza per questo trascurare le necessità dei poveri, alcuni dei quali, come la giostraia Iole, continuavano a venirlo a trovare sin dai primi tempi dei Santi Apostoli. Tutti tre si andava molto d’accordo e ci si voleva veramente bene, senza mai tagliare i ponti con le nostre famiglie, anzi invitandole in occasione di feste e ricorrenze. Talvolta i miei due “tesori”, dopo pranzo, si mettevano a canticchiare qualche canzone dei loro vecchi tempi con grande loro commozione perché ricordavano perfino le parole oltre che la musica, e questo rendeva felice la sottoscritta nel vederli così contenti. Spesso veniva a pranzo o a cena con noi anche Assunta, accompagnata dal figlio Gianni che la affidava a me anche per una giornata o due ogni settimana, nei giorni liberi della badante fissa, e allora le vecchie canzoni di un “coretto a tre” diventavano non solo commoventi, ma perfino strazianti, perché stonati da morire ma lo stesso pieni di gioia sincera e profonda perché ricordavano i loro vecchi tempi e la guerra e altre vicende della loro vita tribolata a Tregnago delle quali io prendevo nota a parte sul computer. Quanti rosari abbiamo recitato, quante belle risate ci siamo fatti tutti insieme e quanto bene ci si voleva e ci si vuole tuttora chiedendo il loro aiuto dal cielo. 

Mamma Anna è volata direttamente in Paradiso (ne ho avuto la prova) dopo quattro anni circa dall’inizio della nostra convivenza e allora, mancando la sua pensione e vivendo in un appartamento abbastanza grande, con due ingressi separati come due appartamenti attigui, e acquistati con un mutuo impegnativo le cui quote mensili salivano in quel periodo, a dismisura, pensammo di vendere tutto, chiudere debiti e mutui, e vivere in un appartamento in affitto trovato per miracolo o per volontà di Dio, comunque bello e spazioso sul lungadige Matteotti che diede molto conforto a d. Ferdinando negli ultimi dieci anni di vita, dal 2007 al 2017.

LUNGADIGE MATTEOTTI. Anche in Lungadige Matteotti continuarono le visite di don Ermanno e di altri amici di don Ferdinando, soprattutto il gruppo dei sacerdoti che si trovavano ogni settimana per i loro incontri di preghiera nella casa di Via Risorgimento i quali erano spesso invitati anche in Lungadige Matteotti in occasione di qualche festività coronata spesso da un buon pranzetto con le famose “tertulie” finali, volute dal fondatore San Escrivà che erano come accennato, una specie di ricreazione rilassante dove ci si raccontava episodi simpatici di apostolato o di esperienze varie, spesso edificanti che servono a incoraggiare tutti a perseverare sulla strada difficile e impegnativa dell’apostolato in mezzo al mondo per far conoscere Gesù Cristo e la Chiesa che alla fine, è l’unico vero grande scopo di tutta la nostra vita, “altrimenti abbiamo fallito tutto” come ci ricordava don Ferdinando.

Ricordiamo in breve i luoghi di incontro voluti da d. Ferdinando per i suoi giovani e preti: all’inizio in casa sua, in Viale Nino Bixio dove viveva con la madre, poi per alcuni anni presso la sala di qualche parrocchia dei preti presenti, poi nel salone della parrocchia dei Santi Apostoli, poi in quello di Via Risorgimento, infine in Lungadige Matteotti, almeno finchè visse d. Ferdinando.

Lo stesso appartamento di Lungadige Matteotti divenne anche punto di riferimento per gli amici e simpatizzanti del nostro gruppo di preghiera, voluto da d. Ferdinando per supplicare San Giuseppe (Patrono della Chiesa) di intercedere per le necessità della Chiesa cattolica, dell'Italia e delle nostre famiglie. Ci si riuniva una volta al mese di sabato pomeriggio per il rosario, meditazione e confessioni, Santa Messa, il tutto coronato da merenda-cena in allegria.

Memorabile rimase l’ultimo giorno dell’anno, 31 dicembre 2016, passato col gruppo quando, dopo la Messa e il Te Deum celebrato in casa, uscimmo sul terrazzo a contemplare, incantati, i fuochi artificiali che si alzavano da ogni parte di Verona, scoppiettando con un bagliore di luci colorate, come fosse stato un invito gioioso per lui verso la patria celeste, che avvenne da lì a pochi giorni.

LIBRI SCRITTI DA DON FEDINANDO.
Vale la pena anche ricordare che nell’ultimo decennio di vita di d. Ferdinando in lungadige Matteotti (2007-2017) furono portati a termine, un po’ con lo scritto e un po’ con la registrazione a nastro, a motivo della sua cecità, gli ultimi suoi libri: “In quella casa c’ero anch’io” presentato nel dicembre 2005 nel salone della Banca Popolare di Verona; poi “La Madonna racconta” presentato nel marzo 2016 nel salone del circolo ufficiali di Castelvecchio, a pochi mesi dal suo passaggio al cielo, e infine l’ultimo suo libro “Un somarello e la sua storia” presentato, come da richiesta dell’autore, dopo il suo passaggio al cielo, nel gennaio 2019, nel salone dei Vescovi, alla presenza del Vescovo mons. Zenti e di un folto pubblico.
   Da segnalare anche il libro biografico di don Ermanno Tubini dedicato appunto alla vita di d. Ferdinando (ed. Ares) in modo completo.  
    I libri scritti e pubblicati da don Ferdinando sono in tutto nove, tutti sui vari aspetti della vita ascetica cristiana, elencati in un file a parte e reperibili presso la Casa Editrice “Fede & Cultura” che li invia a domicilio. (tel. 045/941851)

L’EREDITÀ MATERIALE LASCIATA DA DON FERDINANDO. Siccome ogni tanto emergono voci critiche sul fatto che don Rancan, nel suo testamento aveva pensato solo all’Opus Dei e non alla Curia (ai nipoti aveva già pensato anni addietro con la sorella Assunta), è doveroso precisare, come memoria storica, che d. Ferdinando nulla possedeva alla sua morte se non la sua pensione di insegnante che superava appena gli 800 euro, e l’importo mensile di 270 euro del Sostentamento Clero che bastavano appena per le spese vive.

L’unico bene immobile di Via Risorgimento 25, che fu acquistato coi suoi risparmi e con le offerte di qualche benefattore amico, ritenne giusto lasciarlo ai sacerdoti dell’Opus Dei per il loro apostolato e con la possibilità di venderlo a loro discrezione. Tuttora viene utilizzato per scopi apostolici, solo per la sessione maschile: incontri di preghiera,  detti comunemente "circoli" per vari gruppi di diversa età, momenti di convivialità in occasione di ricorrenze dell'Opera o di compleanni vari e ospitalità nel bisogno per qualche socio di passaggio.

Da parte mia, comunque, avendo ricevuto più volte anche se molto educatamente, qualche lettera dalla Curia con richiesta di chiarimenti riguardanti la mia posizione nei confronti "dell’eredità" del sacerdote che accudivo, (forse nel timore che d. Ferdinando, come purtroppo accade per molti anziani, sacerdoti o laici, lasciasse a me tutto il suo “immenso” patrimonio!) io ho sempre dichiarato pubblicamente con lettera al Vescovo, alla Curia e all'incaricato di quel tempo che era mons. Fiorio, che innanzitutto non avevo il ruolo di badante, con tutto il rispetto, perché lui è stato accolto in casa mia e di mia madre acquistando con grande sacrificio un appartamento più grande per mantenere la sua dignità e privacy, (ingresso privato con studio, camera e bagno), visto che dalla diocesi in genere e dai vari Vescovi che si sono succeduti, aveva ricevuto sempre, sia pure con manifestazioni di stima e di comprensione, un bel "NO" riguardo le sue proposte di esercitare il suo sacerdozio ministeriale in luogo pubblico con chiesetta e appartamento, come ce ne sono tante in diocesi.

Ho dichiarato altresì di non sapere che farne di eventuali eredità da parte di d. Ferdinando (che oltretutto nulla possedeva, al di là dell’appartamento citato, tanto che a fatica mi ha lasciato un piccolo compenso per il mio trasloco dopo la sua morte come segno di riconoscenza), perché non mi ha mai interessato l’eredità di nessuno, non perché io sia una ricca signora, ma perché, se fossi partita solo da calcoli umani e non dalla certezza di fare la volontà di Dio, anche rimettendoci, avrei speso la mia vita ben diversamente, come pensionata benestante dell’Assicurazione Cattolica, forse per viaggi culturali e magari anche apostolici, ma non certo in una sorta di clausura a domicilio con una persona anziana e malata, da accudire in modo, permettetemi la sincerità, talvolta eroico. Ma l'ho fatto col cuore, come diceva sempre la mia eroica mamma, per amore del Signore e di un santo prete come d. Ferdinando, e ne ero anche ben ricompensata, se non economicamente, ma spiritualmente si, moltissimo, e anche umanamente, perchè la gioia grande che si prova nel compiere qualche opera buona, anche solo con offerte di denaro, nei confronti di chi è nel bisogno, è immensa e viene ricompensata da Dio stesso qui sulla terra con grandi soddisfazioni e poi, in cielo con la Vita Eterna.
    
Il Signore mi ha fatto capire questa necessità del distacco e della generosità proprio col "vile ma necessario denaro" quando ho venduto la casa grande di Via Isonzo, guadagnando molto bene rispetto all'acquisto, e pertanto decisi di elargire la decima del mio guadagno ai poveri di casa nostra (vicini e conoscenti in difficoltà a motivo di sfratto, fallimenti sul lavoro, licenziamenti ecc. i quali sapevano conservare anche nell'indigenza una dignità ammirevole indossando il vestito più bello nelle feste mentre erano costretti a digiunare, giusto per fare un esempio ecc.)
   Cosa difficile da capire per molti arroccati solo ai beni di questo povero mondo, perchè il solo fatto di vantarsi di pregare molto, fare 5 o più pellegrinaggi all'anno (capirai che penitenza!!)  senza mai mettere le mani al portafoglio per quelle varie situazioni difficili che il Signore ti fa conoscere vicino a casa tua, senza cercarle necessariamente all'estero, non copre affatto la responsabilità di chi è troppo attaccato al denaro. Molto comodo spendere molto denaro solo per sè stessi, anche con la scusa che si tratta di "pellegrinaggi mariani!"  che spesso ti costano più di una vacanza alle Maldive in mezzo ai bagordi.
Quando vedi intere famiglie benestanti che si "accoltellano" per dividere l'eredità e alla fine spendono per avvocati dieci volte tanto rispetto alla cifra da spartire, viene proprio da pensare a quella frase di San Paolo "L'attaccamento al denaro è la radice di tutti i mali!" 
E questi mali non sono di piccola entità ma di una gravità inaudita davanti a Dio e per questo attaccamento spesso morboso che crea litigi, invidie, odio, rabbia e perfino ritorsioni tra famigliari e parenti non è escluso che si rischi la dannazione eterna.  Non è da sottovalutare affatto questo gravissimo peccato. Ma cosa c'è di più bello che vantarsi di essere stati generosi verso i propri famigliari o parenti cedendo loro anche di più di quello che gli sarebbe spettato a norma di legge?  
Da parte mia posso affermare molto umilmente  di aver sperimentato questa grande gioia quando ho potuto aiutare mia sorella a finire il pagamento del suo pesante mutuo per l'acquisto della prima casa, sobbarcandomi quasi la metà dell'intera somma del mutuo, a forza di rate mensili. E adesso,  a chiusura definitiva del mutuo (diciamo pure anni addietro), e vedendo la sua gioia per essere riuscita ad acquistare finalmente la casa tanto sognata, non posso che partecipare a questa sua gioia come se la casa fosse mia. Ma bisogna avere il cuore distaccato dai beni di questo mondo e invece mi rendo conto sempre di più di quanto gli stessi sedicenti cattolici praticanti siano lontani da questa indispensabile virtù del distacco se si vuole raggiungere la vita eterna.  Questo non vuole dire che dobbiamo vivere sullo stile di San Francesco, assolutamente NO! perchè siamo laici non mantenuti da una comunità monastica, come frati e suore, ma dal nostro lavoro e dalle nostre fatiche spesso eroiche.  Però anche qui occorre molto equilibrio e preghiera perchè lo Spirito Santo ci guidi sulla strada della volontà di Dio che comprende non solo preghiere, penitenze e digiuni, ma in particolare l'uso corretto del denaro e dei beni che il Signore ci ha messo a disposizione. "Rendimi conto della tua amministrazione" ci ammonisce Gesù nel Vangelo! E molto severo sarà il suo giudizio nei confronti di chi ha pensato solo a sè stesso, al limite massimo fino allo stretto cerchio dei figli, ma non oltre a quello.

LA VERA EREDITA' LASCIATA DA DON FERDINANDO
Pertanto, anche alla luce del suo ultimo testamento allegato e inviato alla Curia e delle testimonianze qui riportate, posso dire che, dal punto di vista puramente materiale ed economico, ben più grande è stata l’eredità che don Ferdinando ha lasciato alla sua diocesi che a tutti gli altri, Opus Dei, poveri e nipoti compresi, e cioè:
la ristruttura di due importanti complessi ecclesiastici del centro storico di Verona, con cospicui contributi pubblici e privati senza lasciare alcun debito e senza ricevere nulla in cambio, ma solo umiliazioni ed emarginazioni perché allontanato anzitempo dalla sua parrocchia e dal suo progetto per i sacerdoti anziani, rifiutato dai responsabili della Rettoria di San Lorenzo dai quali è stato ingannato, e mai esaudito nel suo desiderio di avere un suo sacrosanto diritto come sacerdote “in cura d’anime”, cioè una sua Rettoria, tra le parecchie rimaste libere in diocesi, per essere a disposizione delle anime fino all’ultimo suo respiro.

Don Ferdinando, comunque, come sacerdote diocesano, ha lasciato un’eredità che è molto di più di un po’ di denaro o di beni immobili o quant’altro, perché è la vera eredità che lasciano di solito i santi che hanno una profonda spiritualità ascetica e anche mistica, nel nascondimento di una vita umile ma sempre impegnata per le anime, perché sono quelli i veri tesori che la Chiesa domanda per qualunque persona incamminata verso la santità: il tesoro delle virtù, quelle umane e quelle teologiche, fatte di sacrificio nascosto, di donazione incondizionata, di generosità anche in denaro per chi ne ha bisogno, sempre a disposizione per gli afflitti e tribolati, anche se malato lui stesso, sempre con un sorriso contagioso sul viso, privilegiando fra le molte preghiere, la celebrazione per eccellenza che è la Santa Messa quotidiana, sempre, ogni giorno e anche più volte al giorno se necessario, anche dall’ospedale, tanto che, alla fine della sua vita, si svegliò dal coma con queste ultime parole: “Portatemi a casa perché voglio dire la Messa”. Era il 10 gennaio 2017.

La celebrò in Paradiso con il suo Fondatore, San Josemaria Escrivà, che lo aspettava con grande gioia.

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