venerdì 10 aprile 2020

LA SETTIMANA SANTA CON GESU'


LA SETTIMANA SANTA CON GESU’

Brani tratti dal libro “IN QUELLA CASA C’ERO ANCH’IO”
di Ferdinando Rancan


BREVE INTRODUZIONE

Per chi non avesse ancora letto questo libro di don Ferdinando Rancan citato nel titolo, la cui prima edizione è del 2005, è doveroso fornire alcune spiegazioni di base per poterlo comprendere meglio, riportando il commento dalla quarta pagina di copertina:
Essere un personaggio tra gli altri” nelle scene del Vangelo, nella vita di Gesù e dentro la Famiglia di Nazareth, è questo il filone principale di tutto il libro, cioè il desiderio che conduce l’Autore ad entrare nella storia di Cristo per viverla dal di dentro, in prima persona.
Volendo mettersi nelle scene del Vangelo come un personaggio tra gli altri, l’Autore non ha trovato niente di meglio che farsi piccolo e sentirsi come un bambino che Maria ha adottato introducendolo nella sua casa e poi nella sua famiglia. Da allora il Vangelo non viene considerato come semplicemente un libro, ma diventa una vicenda personale vissuta e raccontata in prima persona. E così il desiderio si trasforma in stupore, entusiasmo e infine amore appassionato e felice.
Il racconto è arricchito dalla fantasia dell’Autore il quale, pur muovendosi con libertà in mezzo ai vari personaggi, cerca di rispettare il più possibile la loro verità senza arbitrarie forzature che possano alterarne la realtà storica, e così il tratto intimo e diretto con Gesù e con la Vergine Santa trasforma la lettura del Vangelo in un itinerario contemplativo impregnato di fede e di amore”.

Il libro ha avuto la presentazione dell’allora Vescovo di Verona, Mons. Flavio Roberto Carraro (2005), l’approvazione con “imprimatur” di teologi cattolici, alcuni scritti di congratulazioni da parte di sacerdoti e Vescovi, oltre che di persone della cultura soprattutto veronese dove l’autore è più conosciuto. E’ stato tradotto per ora in spagnolo con diffusione in Spagna e nel sud America e ha vinto alcuni premi a seguito di concorsi culturali nell’ambito della letteratura di carattere religioso-ascetico.

Crediamo molto significativo riportare la “Presentazione” di S. Ecc.za Mons. Flavio Roberto Carraro:

Risuonerà per sempre nel mondo, perché consegnato alla Storia, il grido appassionato con il quale Giovanni Paolo II ha dato inizio al suo Ministero Petrino: “Aprite le porte a Cristo!... Non abbiate paura!... Permettete a Cristo di parlare all’uomo. Solo Lui ha parole di vita eterna”.  L’Uomo-Gesù, Figlio di Dio e Redentore nostro, al centro dell’intera vicenda umana. Egli deve entrare negli ambienti della cultura, dell’economia, della politica, in tutti gli ambienti dove l’umanità esprime se stessa, i suoi valori, ma anche i suoi problemi, le sue ansie, le sue aspirazioni. Soprattutto Egli deve entrare nella coscienza di ogni uomo per dare un senso divino, soprannaturale, all’esistenza umana di ognuno. Si tratta di un’antropologia cristocentrica che nei credenti dovrebbe diventare un cammino ascetico e spirituale.

A questo grido di Giovanni Paolo II si è aggiunto in questi giorni l’invito appassionato di Papa Benedetto XVI il quale, nell’omelia di apertura del Conclave, anticipava il suo programma di Pastore della Chiesa Universale invitandoci a cercare l’amicizia con Gesù Cristo, ad entrare nell’intimità con Gesù. Giovanni Paolo II muoveva da Cristo verso l’uomo, Benedetto XVI muove dall’uomo verso Cristo. È la stessa antropologia cristocentrica che vede Cristo al centro di ogni vicenda umana. Secondo Benedetto XVI non solo ogni credente, ma anche ogni uomo che cerca la verità è invitato a cercare Cristo, a conoscerlo sempre più profondamente per innamorarsi di Lui. Non si tratta quindi di una conoscenza puramente intellettuale, che nell’attuale congiuntura di globalizzazione delle Religioni porterebbe a collocare Cristo semplicemente nella categoria dei grandi leaders spirituali dell’Umanità, ma è l’invito verso un incontro “personale” con Gesù Cristo, vero Dio e vero Uomo, incontro che coinvolge la persona e la vita, e dona all’uomo l’intima esperienza che solo Gesù può dare la vera libertà interiore e la salvezza eterna.

Ed è su questa linea che si muove il presente volume nato dal cuore di don Ferdinando Rancan, sacerdote della diocesi di Verona. Una “biografia” di Gesù vista dal di dentro, che si propone, in sintonia con gli insegnamenti del Papa, di aiutare chiunque ad entrare sempre più profondamente e più intimamente nel mistero di Cristo, colui che “svela l’uomo all’uomo” (Gaudium et Spes, 22).

Formulo l’auspicio che questo intento abbia a realizzarsi pienamente, mentre a don Rancan rivolgo un sincero compiacimento e lo benedico.

+ Padre Flavio Roberto Carraro
Vescovo di Verona

Verona, 10 maggio 2005



Altri libri dell’autore editi per lo più da “Fede & Cultura”

LA MADONNA RACCONTA         
  Confidenze della Vergine Maria ai suoi figli-

LA’ DOVE CIELO E TERRA SI INCONTRANO     
La preghiera e la Messa nella vita del cristiano

RICEVI QUESTO ANELLO -           
Riflessioni sul matrimonio e la famiglia

IL TEMPO, L’ETERNITA’                
Riflessioni sul senso del vivere

LA MONETA DEL TEMPO             Un calendario per l’anima

FIORI DI MELOGRANO                  
Composizioni poetiche giovanili

INNAMORATO DEL CIELO            
Perle di spiritualità di un sacerdote ordinario

UN SOMARELLO E LA SUA STORIA       
 Autobiografia  (Verona Fedele editore)


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LA DOMENICA DELLE PALME

Il corteo delle palme    (…)  Quando infatti i due Apostoli tornarono col giovane asinello e Gesù si accinse a salire, nella folla che lo seguiva scoppiò l’entusiasmo. (…) Il corteo si faceva sempre più numeroso e variopinto: gente di tutte le età e di tutte le provenienze, ma tutti accomunati da un’unica convinzione: il momento decisivo era arrivato, il Figlio di Davide entrava come Re d’Israele nella Città santa. Molti si erano impadroniti delle fronde degli alberi e dei rami di olivo che provenivano dalla potatura primaverile, e danzando gridavano: “Benedetto colui che viene nel nome del Signore. Osanna nell’alto dei cieli”.
Gesù, seduto sull’asinello, si lasciava osannare dalla folla che lo proclamava Figlio di Davide, “inviato” da Jahvè, il che equivaleva a una proclamazione messianica. Questo spaventò i Farisei che erano venuti da Gerusalemme, e uno di loro, che vestiva pomposamente le insegne di dottore della Legge, forzando il cordone degli Apostoli, si avvicinò a Gesù e con tono di protesta gli disse: “Ma non senti cosa dice questa gente?”. Gesù fermò il puledro, fissò col suo sguardo penetrante il fariseo e poi, guardandosi intorno, esclamò: “Se questa gente tacesse, griderebbero le pietre!”, e diede un colpo al puledro che riprese il cammino.
Arrivammo così sulla sommità del Monte degli Olivi; il corteo si accingeva a scendere verso la valle del Cedron. Ma Gesù arrestò l’asinello e si fermò a guardare la Città santa che gli stava di fronte in tutta la sua magnificenza. Lo spettacolo era impressionante. Il sole, ormai alto sull’orizzonte, investiva da oriente la città che offriva in primo piano il complesso monumentale del Tempio. Era il Tempio ampliato e abbellito da Erode il Grande. Gesù stette immobile a guardare. La sua città, la città di Dio, il luogo di tante meraviglie compiute dal Signore, era lì ai suoi piedi. Improvvisamente si portò la mano davanti agli occhi e scoppiò in pianto. Quelle mura apparvero a lui in quel momento non come una cinta di difesa, ma come il segno di un rifiuto, il rifiuto della sua città ad accoglierlo come Salvatore. Era una città chiusa alla visita di Dio.
Quando con lo sguardo velato di lagrime tornò a guardare la città, tra un singhiozzo e l’altro, cominciò a mormorare: “Gerusalemme, Gerusalemme!”. Giovanni che era accanto a lui poté seguire, profondamente sorpreso, il lamento del Signore: “Se anche tu avessi compreso in questo giorno ciò che giova alla tua pace! Ma, ecco, ora è nascosto ai tuoi occhi. Verranno giorni per te in cui i tuoi nemici ti cingeranno di trincee, ti assedieranno e ti stringeranno da ogni parte. Abbatteranno te e i tuoi figli dentro di te, e non lasceranno in te pietra su pietra perché non hai riconosciuto il tempo in cui sei stata visitata”.
         Giovanni era a conoscenza di quale sorda ostilità regnasse nel Sinedrio da parte degli Scribi e dei Dottori del Tempio e della chiusura fatta di odio e di vendetta che regnava nell’animo dei capi religiosi di Gerusalemme nei confronti di Gesù; perciò il pianto del Maestro, per quanto imprevisto, trovò in lui una comprensibile giustificazione. Ciò che invece gli risultava incomprensibile era la fosca previsione sul destino della città, destino che nelle parole di Gesù appariva come una catastrofe spaventosa. Com’era possibile che tanto splendore, che la Città santa, la città che fu di David, di Salomone e dei Profeti e che ora vedeva il trionfo del Messia, com’era possibile che una realtà così eccelsa, segnata dalla predilezione e dalla gloria di Jahvè, andasse miseramente in rovina per mano dei pagani? Quarant’anni dopo, quelle parole di Gesù diventeranno una tragica realtà.  (…)

Il lamento di Gesù      Sei secoli prima, queste lacrime su Gerusalemme le versava il grande Profeta Geremia; egli piangeva sulle rovine della sua città messa a ferro e a fuoco dagli eserciti di Babilonia. Quelle lacrime cadevano sulle rovine della Città santa, ma il motivo non erano quelle rovine. Il Profeta versava lacrime sull’infedeltà di Gerusalemme. Il popolo eletto era venuto meno all’Alleanza col suo Dio. Il pianto del Profeta e i suoi struggenti lamenti andavano ben oltre il desolante spettacolo di una città distrutta. Quelle rovine fumanti non erano dovute alle armi di Nabucodonosor, ma alla infedeltà di Israele verso il suo Signore.
Ora, quella città è qui davanti ai tuoi occhi, o Gesù; la sua infedeltà all’Alleanza si consuma oggi nel rifiuto verso il suo Dio che viene a lei mansueto su un asinello. È un dolore d’amore quello che stringe il tuo cuore; tutte le strade che hai percorso per salire a Gerusalemme sono state strade d’amore e non c’è altra risposta al rifiuto della Città amata che le lagrime di dolore. Gerusalemme! Gerusalemme! Quanta tragica ironia in questo nome. La città che s’intitola “visione di pace” non ha saputo riconoscere ciò che giova alla sua pace! In quel momento, quella “visione di pace” si trasformava ai tuoi occhi, o Signore, in una “visione di distruzione e di guerra”, di dolore e di pianto.
Ma il tuo sguardo, o Gesù, immensamente più profetico di quello di Geremia, va ben oltre alla tua città, alle sue mura e al suo Tempio, al suo splendore così dolorosamente offuscato da un destino di morte. Per te ogni anima è una città santa, ogni anima è una Gerusalemme dove Dio ha compiuto le sue meraviglie; e quando quest’anima si cinge di mura impenetrabili, mura di indifferenza, di rifiuto, di ostinata chiusura alla voce di Dio che viene a visitarla, quest’anima finirà preda del maligno che distruggerà in lei ogni grazia, spegnerà ogni bellezza, cancellerà ogni segno dell’amore di Dio riducendola a un tizzone fumante, a un luogo tenebroso “dove è pianto e stridore di denti”. È la fine miseranda di ogni anima che rifiuta la visita di Dio il vero motivo del tuo pianto!

Ingresso in Gerusalemme   Ripreso il cammino sul sentiero che scende verso la valle del Cedron, Gesù si ricompose, assumendo un aspetto solenne, mite ma pieno di dignità, che contribuiva ad alimentare l’entusiasmo della folla. Folla che andava aumentando perché molti pellegrini, soprattutto Galilei venuti a Gerusalemme per la Pasqua, saputa la notizia, uscivano dalla città per andargli incontro. (…)
L’atrio dei Gentili rigurgitava di gente; in mezzo ad essa erano molti bambini e fanciulli che gridavano con l’insistenza propria dei bambini: “Osanna al figlio di David! Osanna! Osanna!”. Ma quando Gesù cominciò a parlare, si fece silenzio in tutto il grande cortile fin sotto i portici di Salomone: “È venuta l’ora, - cominciò, e la sua voce era forte e solenne - è venuta l’ora che il Figlio dell’uomo sia glorificato. In verità, vi dico: se il chicco di grano, caduto per terra, non muore, rimane solo: se invece muore, produce molto frutto… Ora l’anima mia è turbata; che dire? Padre, salvami da quest’ora? Ma proprio per questo sono venuto! Padre, glorifica il tuo Nome!”. Si udì in quel momento una voce dal cielo: “L’ho glorificato e lo glorificherò ancora!”.
Nel silenzio, quella voce echeggiò possente come un tuono. La gente cominciò a interrogarsi esprimendo le più diverse interpretazioni, ma nessuno, nemmeno gli Apostoli, compresero il senso delle parole di Gesù. Egli, infatti, prendendo spunto dalle manifestazioni di gloria umana che gli erano state tributate, volle proclamare che la sua gloria gli veniva soltanto dal Padre. Egli lo avrebbe innalzato da terra perché tutte le creature venissero riscattate e restituite alla gloria di Dio. “Quando sarò innalzato da terra - esclamò - attirerò tutti a me”.



LUNEDI’ SANTO, MARTEDI’ SANTO, MERCOLEDI’ SANTO

Il giorno dopo il trionfo del suo ingresso a Gerusalemme, Gesù era in piedi di buon mattino e si mostrava particolarmente vivace, deciso a recarsi di buon’ora al Tempio. Consumò insieme agli altri Apostoli la colazione che Marta e le altre donne avevano preparato, e si mise subito in viaggio. Indossava la tunica inconsutile che Maria gli aveva tessuto tre anni prima con un lungo e paziente lavoro, e che Gesù indossava ogni volta che andava a Gerusalemme per recarsi al Tempio. Gli conferiva particolare dignità, e faceva risaltare maggiormente la sua autorità.

Prima di partire mi prese in disparte e mi disse di restare con Lazzaro a Betania, e di mettermi a disposizione di sua Madre. L’atteggiamento di Gesù in quei giorni mi appariva più disteso e sicuro; aveva abbandonato le misure di prudenza seguite fino allora, e sembrava che volesse forzare i tempi. È vero che gli faceva da scudo il favore popolare ancora molto vivo dopo il suo ingresso in Gerusalemme, ma si vedeva che gli stava a cuore una cosa: chiudere la partita con i Capi del popolo: il Sommo Sacerdote, i Farisei, gli Scribi e tutti gli altri, ormai nemici irriducibili della sua persona. Mancavano infatti quattro giorni alla Pasqua ed egli faceva capire che erano per lui giorni decisivi.
Egli dunque per due giorni si recò di buon mattino al Tempio, per insegnare pubblicamente e affrontare i suoi avversari davanti al popolo; erano i suoi ultimi tentativi, gli ultimi lampi di luce con cui cercava di far breccia nelle tenebre di quei cuori. Alla sera, Gesù con gli Apostoli tornava a Betania. Si ripeteva la scena delle altre sere: la cena, le notizie della giornata, i vari commenti. Maddalena e anch’io cercavamo di documentarci sui dettagli di quanto era accaduto: Giovanni e Matteo erano i nostri referenti preferiti. Così venimmo a sapere della cacciata dei venditori dal Tempio, delle diatribe con i suoi nemici, delle parabole, dei discorsi e di altri episodi come quello del fico maledetto.

Giovanni raccontò anche che Gesù, entrato nel Tempio, si era fortemente adirato con i venditori lasciandosi andare a espressioni di rabbia e di violenza. Al ché mi sentii spinto a rettificare l’espressione dell’Apostolo ricordandogli che Gesù non conosceva né l’ira né la violenza; il suo intervento, anche se duro e accompagnato da invettive che suonavano violente, era invece provocato dall’amore verso il Padre e dallo zelo verso la sua casa, e anche dall’amore verso quelle persone che avevano smarrito il profondo significato del culto a Dio. Gesù ci aveva detto più volte che dovevamo imparare da lui, mite e umile di cuore, e che i veri adoratori del Padre dovevano adorarlo in spirito e verità. Giovanni non s’aspettava il mio intervento, ma si ricordò del richiamo del Signore quando, chiamandolo “figlio del tuono”, gli disse che non aveva ancora conosciuto lo spirito di misericordia che doveva animare i figli di Dio. Per Gesù e per gli Apostoli, furono, quelli, giorni di grande tensione e di dura fatica. Solo il riposo serale a Betania compensava in parte il dispendio di tante energie. Arrivò finalmente il mercoledì e Gesù volle passarlo in tutta serenità nella casa amica, circondato dalle premure e dall’affetto di Marta, di Maria, di Lazzaro e di tutti noi. Sembrava che volesse prepararsi con particolare intensità alla celebrazione della sua Pasqua. Fu questa, infatti, l’unica sua preoccupazione in quella giornata. Per i discepoli, quel mercoledì fu una giornata di attesa. Aspettavano che Gesù si manifestasse e facesse capire le sue intenzioni; non sapevano infatti come interpretare il suo comportamento di quei giorni, soprattutto il senso dei suoi discorsi che alludevano a cose tremende sulla sorte di Gerusalemme, del Tempio e di tutto il popolo, e anche il significato dell'ennesimo accenno alla sua morte: “Voi sapete - aveva detto - che fra due giorni è la Pasqua, e il Figlio dell’uomo sarà consegnato per essere crocifisso”.
L’unico a muoversi in quel mercoledì fu Giuda. Aveva un fare misterioso e volle andare in città col pretesto di alcune commissioni in vista della Pasqua. Tornò verso sera e appariva profondamente cambiato. Si mostrava rilassato e quasi contento. Disse di essere stato al Tempio e di avere dato un’occhiata ai prezzi praticati dai rivenditori che esponevano dentro e fuori l’atrio del Tempio, ma aveva deciso di non fare spese per adesso, e di rimandare invece a dopo le feste perché i prezzi sarebbero di certo calati. Del resto, gli agnelli li avevamo già; si trattava di scegliere il luogo dove mangiare la Pasqua. Nei confronti di Gesù si mostrava particolarmente espansivo, quasi affettuoso, ma era evidente che voleva in tal modo coprire il suo tradimento consumato proprio quella mattina nel suo incontro con i capi del Sinedrio. Gesù, invece, lo guardava pensieroso e insieme con addolorata benevolenza.
Tutto fu rimandato al giorno dopo, giovedì, primo giorno degli Azzimi. I discepoli ruppero il silenzio e chiesero a Gesù dove preparare la Cena pasquale. Gesù chiamò Pietro e Giovanni e li mandò a Gerusalemme; diede loro indicazioni precise, ma senza far capire qual era la casa dove avrebbero celebrata la Pasqua. Gli agnelli li avrebbero ricevuti dal padrone di casa, essi dovevano provvedere al loro sacrificio nel Tempio.
Verso mezzogiorno chiamò in disparte sua Madre e le disse di partire con Myriam, Salome e Maddalena senza farsi notare, e di recarsi a casa di Marco dove avrebbero preparato la Cena. Fece loro capire che si trattava di una Cena pasquale particolare, perciò dovevano chiedere agli ospiti di preparare nella sala grande addobbandola a festa. Verso sera partimmo anche noi per Gerusalemme, mentre Lazzaro, su decisione di Gesù, si trattenne a Betania per celebrare la Pasqua in casa con i suoi familiari.

Durante il percorso Giuda cercava di stare sempre vicino a Gesù, gli girava intorno come un cagnolino e gli faceva domande sui suoi programmi futuri. Gesù taceva; camminava raccolto e spedito in testa al drappello dei discepoli. Noi lo seguivamo in silenzio, in attesa di capire dove ci avrebbe condotti. Arrivammo in città verso l’imbrunire e solo all’ultimo momento ci rendemmo conto che era la casa di Marco il luogo dove avremmo celebrato la Pasqua. Compresi allora che Gesù volle tenere nascosto a Giuda, fino all’ultimo momento, il luogo della Cena.



   1..  GIOVEDI’ SANTO    ULTIMA CENA

Inizio della Cena: la lavanda dei piedi      La casa di Marco offriva ampia comodità di alloggio; aveva diverse stanze al piano terra, con un comodo cortile interno, e al piano superiore una grande sala con alcune stanze di servizio che si potevano utilizzare anche per soggiorno e per alloggio. Quando arrivammo, ci accolsero tutti con grande gioia. Ci fecero accomodare nelle stanze per riposarci e risciacquarci in preparazione alla Cena pasquale. Erano le prime giornate calde di una primavera inoltrata e dovevamo metterci un poco in ordine prima di andare a tavola.
Maria di Marco ci accompagnò al piano superiore mostrandoci la sala per la cena. La sala offriva un colpo d’occhio solenne, quasi fastoso: ai quattro angoli ardevano quattro candelabri accesi che diffondevano una luce calda e dorata in tutta la sala; nel mezzo erano disposti tre tavoli a forma di ferro di cavallo, già imbanditi e ornati di fiori; drappi di lino bianco decoravano le pareti e sontuosi tappeti di tessitura orientale coprivano il pavimento; tutto ciò che di bello e prezioso c’era in casa di Marco venne impiegato per adornare la sala. All’esterno dei tavoli erano collocati tutt’intorno dodici divani, mentre al centro un divano elegantemente rivestito indicava il posto più importante riservato al capo famiglia, in questo caso a Gesù. Tutto faceva capire che quella cena pasquale rivestiva un’importanza particolare; la sala infatti venne salutata dagli Apostoli con esclamazioni di meraviglia e di compiacimento.

Il numero dei divani, tredici in tutto, era segno evidente che per me non c’era posto in quella sala; tuttavia mi ero accodato agli Apostoli ed ero entrato in tempo per ammirare lo splendore di quell’arredamento, e anche per assistere all’increscioso incidente provocato da Giuda, il quale, rimasto appiccicato a Gesù tutto il giorno, si era precipitato ad occupare a tavola il posto più vicino a lui, suscitando la reazione di Pietro, di Giovanni e di altri, soprattutto di Simone e di Taddeo, i cugini di Gesù, ai quali Giuda risultava particolarmente antipatico.
Ne seguì un’accesa discussione, accompagnata da frasi scomposte e da qualche spintone di troppo. La scena non era affatto piacevole, tanto che Maria, accorsa di fretta, mi prese per un braccio e cercò di allontanarmi da quel triste spettacolo. Le feci un po’ di resistenza e restai lì finché vidi Gesù che, senza dire parola, si alzò da tavola, depose il mantello, si recò all’angolo dov’erano le anfore per le abluzioni, si cinse un asciugatoio ai fianchi e, preso un catino d’acqua, andò a inginocchiarsi davanti all’ultimo apostolo; gli slacciò i sandali e cominciò a lavargli i piedi.

Improvvisamente si fece silenzio in tutta la sala e gli Apostoli stettero a guardare Gesù, sbigottiti davanti a quel gesto inaspettato. Gesù era colui che avevano onorato come Maestro, proclamato come Messia e anche riconosciuto e adorato come Figlio di Dio, e vederlo ora, lì, in ginocchio, a compiere un servizio che era riservato agli schiavi, fu per loro una insopportabile umiliazione; questo era decisamente troppo, non avrebbero mai potuto immaginare un gesto simile.
Anche Maria, che si era fermata dietro di me sulla porta della sala, presa dalla commozione, volle seguire la scena. Mi voltai verso di lei, la vidi con gli occhi lucidi e con un tenue sorriso che diceva sorpresa e gioia. Era la gioia silenziosa di chi si era proclamata “serva del Signore”, e perciò l’unica che in quel momento poteva capire il gesto di Gesù.

Il silenzio s’era fatto assoluto e imbarazzante; si udiva solo lo sciacquio leggero dell’acqua nel catino man mano che Gesù passava dall’uno all’altro degli Apostoli, rimasti confusi e incapaci di una pur minima reazione. Solo Pietro lo si vedeva ribollire internamente e trattenere a stento la sua emozione, ma quando Gesù arrivò a lui, la protesta lo travolse e, balzando in piedi: “Questo no! - esclamò con forza - Non sarà mai che tu lavi i piedi a me!”. Come dire: gli altri possono anche sopportare questo gesto, ma io no! Gesù lasciò passare qualche momento, poi rimanendo in ginocchio e senza guardare Pietro, con voce grave e severa: “Se non ti laverò i piedi, - disse - non potrai restare a tavola con me, né avrai parte con me nel mio regno!”. Pietro stette fermo qualche istante come per cercar di capire in cuor suo il significato di quelle parole, poi lasciandosi andare sul divano: “Signore, - esclamò - se è così, non solo i piedi, ma lavami tutto, le mani e il capo!”.
Gesù non rispose subito, passò a Giovanni e poi a Giuda, il quale nonostante le proteste degli altri apostoli era riuscito a piazzarsi vicino a Gesù subito dopo Giovanni. Gesù lo fissò per un momento, poi disse: “Chi ha fatto il bagno, non ha bisogno di lavarsi se non i piedi ed è tutto puro; e voi siete puri… ma non tutti!”. Giuda non mosse ciglio, e continuò nel suo sforzo di simulare la sua affettata attenzione verso Gesù.
A questo punto Maria mi prese per mano: “Figlio mio, - disse - vieni! Andiamo anche noi a mangiare la Pasqua”, e mi condusse nella stanza attigua dove Marco, le donne e tutti gli altri si stavano mettendo a tavola per dare inizio al rito pasquale.

L’Eucaristia      Ci riunimmo dunque, con la famiglia di Marco, nella sala accanto al Cenacolo. (…) Nel frattempo gli inservienti avevano portato in tavola l’agnello arrostito. Recitammo a quel punto la prima parte della grande preghiera dell’Hallel; seguirono i salmi che celebrano le lodi di Jahvè, che con braccio forte aveva liberato il suo popolo. Il capo-tavola prese allora il pane azzimo e lo distribuì; si passò poi a consumare l’agnello. Seguì la benedizione della terza coppa del vino, la “Coppa di benedizione”, così chiamata per la preghiera speciale con cui veniva benedetta.
Incominciammo a recitare la seconda parte dell’Hallel quando ci giunse dalla stanza di servizio la voce di Giuda che parlava con gli inservienti. Maria si alzò a andò a vedere se mai ci fosse bisogno di qualcosa. Mi alzai anch’io e andai con lei. Trovammo Giuda che stava infilandosi il suo ampio mantello con l’immancabile borsa che teneva sempre con sé. Ci salutò dicendo che andava a portare qualche aiuto ad alcuni poveri per la loro cena pasquale. Maria non gli disse nulla. Con lo sguardo triste lo seguì mentre scendeva al piano inferiore, finché uscì dalla porta. Dietro il Monte degli Olivi stava salendo la luna, ma era ancora buio, e la sagoma di Giuda si perse nella notte.

(…) Giovanni mi raccontò poi, quello che, poco prima, era accaduto. Dopo aver lavato i piedi all’ultimo apostolo, Gesù riprese le vesti e tornò al suo posto. Gli occhi di tutti erano su di lui. Allora con voce ferma ma calma e suasiva cominciò: “Avete visto ciò che vi ho fatto? Voi mi chiamate Maestro e Signore, e fate bene perché lo sono. Se dunque io, il Signore e il Maestro, vi ho lavato i piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri. Vi ho dato l’esempio perché come ho fatto io facciate anche voi”.
In un’atmosfera più distesa cominciò così il rito pasquale. Tutto pareva rientrato, quando all’improvviso, Gesù uscì con un’affermazione che lasciò tutti senza fiato: “In verità, vi dico: uno di voi mi tradirà”. I discepoli si guardarono in silenzio, ma nessuno se la sentì di fare domande. Il rito continuò, ma gli animi erano ormai turbati. Consumato l’agnello con la seconda coppa del vino, Gesù ritornò sul discorso: “Ora si sta compiendo la Scrittura che dice: colui che mangia il pane con me ha levato contro di me il suo calcagno”. Poi, fattosi triste e intimamente addolorato, aggiunse: “Uno di voi, che mangia con me, mi tradirà”.

Questa seconda allusione sconcertò gli Apostoli; ciascuno cominciò a domandarsi se il Maestro si riferisse a lui, e tutti profondamente addolorati, gli chiedevano: “Sono forse io, Signore?”. Solo Pietro, che stava alle spalle di Gesù, sentendosi fuori causa, fece un cenno a Giovanni che si trovava davanti al Signore, perché gli chiedesse a chi si riferiva. Giovanni allora, ruotando su sé stesso, con un gesto di affettuosa familiarità si adagiò sul petto di Gesù e gli chiese sottovoce: “Signore, chi è?”. Gli rispose Gesù: “Colui al quale darò un boccone di pane intinto nella salsa”. Staccò un pezzo di pane, lo intinse e, allungando il braccio, lo porse a Giuda. Il quale, in quel momento, per distogliere l’attenzione degli altri, domandò anche lui: “Sono forse io, Signore?”. Gesù, guardandolo con grande tristezza: “Proprio tu, - sussurrò - tu stesso lo dici”. E dopo un profondo sospiro: “Il Figlio dell’uomo - continuò - se ne va, come sta scritto di lui, ma guai a colui dal quale il Figlio dell’uomo viene tradito. Sarebbe meglio per quell’uomo se non fosse mai nato”. Quel boccone fu per Giuda un boccone maledetto. Egli non seppe più sopportare la presenza di Gesù, e si alzò per andarsene. Giovanni ebbe uno scatto repentino verso Giuda: avrebbe voluto trattenerlo e impedirgli di andarsene, ma Gesù trattenne Giovanni per le spalle e, rivolto a Giuda, disse: “Va’, quello che devi fare, fallo presto”.
Gesù, allora, volgendo lo sguardo sugli Apostoli, li fissò in silenzio uno per uno. Il suo sguardo era intenso e penetrante, ma dolce e pieno di affetto. Il suo volto si era fatto sereno e disteso; era come se si fosse levato un macigno dal cuore.
Fu a questo punto che Maria mi spinse nella sala come se sapesse ciò che sarebbe accaduto. Gesù infatti chiuse gli occhi lasciandosi andare a un profondo raccoglimento, poi con una voce da cui traspariva commozione e tenerezza, scandendo le parole, disse: “Ho desiderato ardentemente di mangiare questa Pasqua con voi prima della mia passione”. E dopo una pausa continuò: “Vi dico infatti che non la mangerò più finché non si compia il Regno di Dio”. Stette in silenzio alcuni istanti; aveva davanti a sé una focaccia di pane azzimo, che egli aveva trattenuto volutamente, e la quarta coppa del vino.

A quel punto, anziché terminare secondo il rito ebraico il banchetto pasquale, Gesù volle concludere quella Cena con alcuni gesti che non entravano nel rituale della cena pasquale, e che lasciarono in tutti una profonda impressione. Si raccolse di nuovo intensamente per qualche minuto, poi prese il pane, ne fece dodici pezzi e li depose su un piatto grande, alzò gli occhi al cielo con una preghiera di rendimento di grazie, e rivolto ai discepoli disse: “Prendete e mangiatene tutti. Questo è il mio Corpo sacrificato per voi”. Passò il piatto a Pietro e agli altri; tutti mangiarono. Matteo, che era l’ultimo in fondo alla tavola, si trovò con il dodicesimo pezzo avanzato - Giuda infatti se n’era andato - e non sapeva cosa fare. Gesù allora guardò lui e guardò me; Matteo comprese, mi portò il pezzo di pane avanzato, che era diventato “Eucaristia”, e consegnò il piatto a Gesù.

Quel gesto mi riempì di gioia indicibile; avrei voluto gridare la mia felicità e correre ad abbracciare Gesù. Ma quanto stava accadendo era troppo solenne e qualsiasi gesto diventava incompatibile con l’intensità del momento. Gesù prese il piatto e versò i frammenti nella coppa del vino, poi, sollevando leggermente la coppa verso l’alto, rinnovò il rendimento di grazie e continuò: “Prendete e bevetene tutti. Questo è il mio sangue, il sangue della nuova Alleanza, che sarà sparso per tutti in remissione dei peccati”. Fece passare la coppa e tutti ne bevvero. Restituirono la coppa a Gesù, il quale riprese il rito facendo l’abluzione delle dita, che non aveva fatto dopo la terza coppa, e concluse: “Fate anche voi questo, e ogni volta, fatelo in memoria di me”.
Gesù aveva pronunciato ogni parola adagio, pacatamente, con una tonalità di voce profonda e insieme calda e appassionata. Ebbi l’impressione che quelle parole fossero incandescenti, che cadessero come fuoco nella mia anima. Anche gli Apostoli avevano seguito tutto con una attenzione fatta di stupore e di attesa e, senza sapere perché, si sentivano intimamente emozionati. Infatti, pur non riuscendo a capire fino in fondo quello che stava accadendo, avvertivano che i gesti di Gesù, nella loro semplicità, nascondevano qualcosa di misterioso e di grande, qualcosa di intimamente legato alla Pasqua e che non avrebbero dovuto mai più dimenticare.
Il Dono più grande      Eucaristia! Dono di ogni dono. Gesù, tu stavi per donarti totalmente al Padre, e hai voluto donarti totalmente a noi. Fino alla fine dei tempi tu sarai in mezzo a noi come l’Amore misericordioso del Padre e come il Redentore dell’uomo. Ormai non ci sarà più bisogno dell’agnello pasquale; ogni sacrificio e ogni vittima offerta dall’uomo non avrà più valore. Sarai tu l’unico Agnello, l’unica Vittima, l’unico Altare, l’unico Sacerdote: questa stanza è diventata stasera il cuore del mondo.
L’amore cerca l’unione completa, la comunione piena. Tu sei una sola cosa col Padre, hai voluto essere, nell’Eucaristia, una sola cosa con noi. La comunione tra due persone è proporzionale al loro amore: il tuo amore trascende ogni misura umana, perciò la comunione che desideri realizzare con noi, trascende ogni comunione umana. Nell’amore sponsale “saranno due in una sola carne”, nell’Eucaristia saremo due in un solo corpo e in un solo spirito: tu in me e io in te. Nella Comunione eucaristica tu mi unisci al tuo corpo e al tuo sangue, mi fai partecipe della tua divinità, della tua filiazione divina, e anticipi la mia comunione con te nella gloria.

Gesù mio, potremo noi comprendere questa pazzia d’amore che ti ha preso? Potremo mai misurare le altezze vertiginose del tuo prodigio, la profondità abissale del tuo dono, l’ampiezza incommensurabile della tua sete d’amore? Come potremo noi corrispondere a questa tua sete, lasciarci amare dallo stesso amore che ti unisce al Padre, ed essere anche noi una sola cosa con te? Gesù mio, come potremo seguirti su questa strada? “Ho desiderato ardentemente di mangiare questa Pasqua con voi”… Comunica anche a noi il desiderio ardente di comunione con te, di condividere la tua vita, di partecipare alla tua Pasqua ed essere anche noi uniti nell’amore, e un giorno uniti nella gloria!
Gesù, hai voluto che i tuoi Apostoli potessero rinnovare quello che tu hai fatto questa sera. Perciò li hai fatti partecipi del tuo sacerdozio, hai chiesto loro di rinnovare lungo i secoli il tuo gesto di amore, il gesto sacrificale che offre ad ogni uomo la possibilità di incontrarti come Redentore, e di unirsi al tuo sacrificio, al tuo corpo sacrificato e al tuo sangue versato, corpo e sangue che danno la salvezza, la vita eterna, il diritto a risorgere con te nella gloria. Ogni sacerdote diventerà un altro te stesso e, usando le tue stesse parole, potrà rinnovare su tutti gli altari della terra il miracolo di questa Cena. I tuoi Apostoli saranno il fondamento della Chiesa in quanto saranno i sacerdoti della tua Eucaristia. Dove non c’è Eucaristia, non ci sarà Chiesa. Con l’Eucaristia tu prolungherai nei secoli, in mezzo a tutti i popoli della terra, la tua presenza: presenza di salvezza, presenza di Dio che cerca, redime, cammina con le sue creature su tutti i cammini della terra, che ormai saranno per sempre i cammini del Cielo.

Gesù mio, come hai potuto pensare una cosa simile? Come hai potuto inventarti una meraviglia come questa, un miracolo così grande? Solo un amore senza limiti può fare questo, e tu ci hai amati “fino in fondo”! Solo l’onnipotenza di un Dio innamorato, “impazzito!” per la sua creatura può arrivare a tanto. Un giorno, su tutta la faccia della terra, innumerevoli tabernacoli saranno, in mezzo all’umanità, tanti “roveti ardenti” che parleranno d’amore, tante sorgenti d’Acqua viva, tante fonti di grazia e di misericordia, luoghi di pace e di riposo. Lì, innumerevoli anime assetate d’amore troveranno colui che s’è fatto “prigioniero d’amore” per non lasciare orfani quanti dall’Amore sono nati e all’Amore hanno creduto.



2.. GIOVEDI’ SANTO:  LA PREGHIERA SACERDOTALE

Signore, mostraci il Padre      Alla conclusione del rito della Cena restava ancora la recita dell’ultima parte dell’Hallel, l’inno pasquale di ringraziamento, ma Gesù non mostrava alcuna fretta. Anzi, dava la netta impressione di intrattenersi con noi come se volesse prolungare quel momento di intimità e di riposo prima di affrontare la dura battaglia che dava compimento alla sua missione. Pareva combattuto tra l’urgenza di un grave compito che lo attendeva e la preoccupazione di non abbandonare gli Apostoli a sé stessi.
Gli inservienti intanto avevano sgombrato le tavole dai resti della cena. Myriam e Salome, con Giovanna e Maria di Marco, stavano riordinando le altre stanze; Maddalena invece, preso un piccolo sgabello, si era messa seduta nell’angolo di fronte a me, appena dentro la porta del Cenacolo. Maria andava e veniva, sostando ogni tanto sull’entrata della stanza. Quando gli inservienti terminarono il loro servizio, (…) Gesù guardò lungamente gli Apostoli, fermando lo sguardo su Giovanni che sedeva davanti a lui, e con tono caldo, quasi materno e pieno di tenerezza: “Figlioletti miei, - cominciò - ancora per poco sono con voi. Poi me ne andrò dove voi, per ora, non potete venire”.
Quello sguardo e quelle parole dette in quel modo commossero Giovanni il quale istintivamente, come un ragazzino spinto da affettuosa incoscienza, si girò su sé stesso e si abbandonò sul petto di Gesù. Gesù gli passò leggermente la mano sulla testa e continuò: “Vi lascio dunque un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri come io vi ho amati”. Gesù accompagnò quelle parole con un tono grave e solenne, come se volesse far capire agli Apostoli che si trattava di una cosa di grande importanza, e aggiunse: “Da questo tutti conosceranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri”.

A Pietro però non garbarono le parole di Gesù che aveva detto di andarsene senza di loro e protestò: “Dove vai, Signore, perché io non possa seguirti ora? Io sono pronto a dare la vita per te!”. Gesù si voltò leggermente verso di lui: “Pietro, tu darai la vita per me? Ti dico in verità: questa stessa notte, prima che il gallo canti, mi rinnegherai tre volte”. Pietro riuscì a fatica a trattenere la sua reazione e pensò di non insistere, ma la sua faccia diceva tutto il suo disappunto.
Gesù se ne accorse e cambiando l’espressione del volto, che divenne più sereno e sorridente: “Coraggio! - disse - Non si turbi il vostro cuore. Come vi fidate di Dio, così fidatevi anche di me. Dove io vado, nella casa del Padre mio, lì vi preparerò un posto e tornerò a prendervi, perché dove sono io voglio che siate anche voi. Avete capito?... Ora sapete dove vado e conoscete anche la via”. Alcuni Apostoli si guardarono l’un l’altro in silenzio, cercando di capire. Pietro invece, appariva assente; si vedeva che la profezia di Gesù a suo riguardo l’aveva lasciato molto male.

Alle spalle di Pietro stava Tommaso e fu proprio lui a intervenire per tutti: “Signore, - disse - non sappiamo nemmeno dove vai, come possiamo conoscere la via?”. E Gesù di rimando e scandendo le parole: “Io, - disse - sono la Via, la Verità e la Vita. Vi ho già detto che io vado al Padre e che nessuno va al Padre se non per mezzo di me. Se aveste conosciuto me, avreste conosciuto anche il Padre mio; ma ora lo conoscete e lo vedete!”. Sul volto degli Apostoli, perplessità e confusione più di prima. Fu allora la volta di Filippo, che tra gli Apostoli era il più semplice e spontaneo: “Signore, - disse - mostraci il Padre e non avremo più bisogno di altro!”. Gesù lo guardò quasi con tenerezza: “Filippo, - rispose - siete con me da tanto tempo e ancora non mi conoscete? Non sai che chi vede me, vede anche il Padre mio? Come puoi allora dirmi: mostraci il Padre? Le parole che io vi dico e le opere che io faccio, è il Padre che le fa in me. Se avrete questa fede, farete anche voi le opere che io faccio. E se mi chiederete qualunque cosa, io la farò perché il Padre venga glorificato in me”.

Non abbiate paura!”   Dopo queste battute di dialogo, gli Apostoli parvero rassegnati e non parlarono più. Era comunque un silenzio che nascondeva attesa e riflessione insieme a tanta perplessità. Quali erano in definitiva i progetti di Gesù? Che cosa intendeva fare il Signore in quei giorni di Pasqua o nell’immediato futuro? Che senso avevano le cose da lui compiute e i discorsi che aveva fatto? Una cosa era certa, e lui l’aveva ripetutamente affermata: lo attendevano momenti difficili e straordinariamente dolorosi, i capi del popolo e i sacerdoti lo avrebbero preso, maltrattato e - diceva lui - ucciso.  (…)  In questa atmosfera di incertezza, di dubbio e di paura, che pesavano come macigni sull’animo di tutti, Gesù riprese a parlare. Parlava adagio, con voce calda ma anche vibrante, come se volesse comunicarci sicurezza, fiducia, e soprattutto difenderci dall’angoscia. Gli Apostoli ascoltavano in silenzio, alcuni appoggiati alla tavola, altri seduti con le braccia sulle ginocchia o con la faccia sorretta dal palmo delle mani, mentre Giovanni continuava abbandonato confidenzialmente sul petto del Signore, ma tutti col desiderio di ascoltare parole rassicuranti che fugassero i tristi presentimenti che ormai si erano impossessati del nostro animo.

Proprio per infonderci fiducia, Gesù intercalava ogni tanto le sue parole con l’invito: “Non abbiate paura, non si turbi il vostro cuore... Vi ho detto, sì, che vado al Padre, ma non vi lascerò orfani; io sarò con voi sempre. Quello che vi chiedo è di rimanere nel mio amore. Rimarrete nel mio amore se osserverete i miei comandamenti. E se uno mi ama e osserverà la mia parola, anche il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. Non solo, ma io voglio che resti con voi anche la mia pace. La pace che vi do io, non è quella che vi promette il mondo. Nel mondo avrete tribolazioni e il mondo si rallegrerà di vedervi afflitti; anzi il mondo stesso vi odierà e come ha perseguitato me, perseguiterà anche voi. Il mondo vi odia perché non siete del mondo. Se foste del mondo esso amerebbe ciò che è suo, ma il mondo non ha conosciuto né me né il Padre mio. Per questo avrete da soffrire; ve lo dico adesso prima che avvenga, perché non vi scandalizziate. Ma coraggio! Abbiate pace in me! Io ho vinto il mondo”. Nel silenzio della sala si udivano soltanto i guizzi delle lucerne ai lati del Cenacolo. Nel frattempo anche Maria era entrata in sala, in punta di piedi senza farsi notare, e si era seduta su uno scanno alle spalle di Gesù.

Gesù riprese a parlare. Tornò a raccomandarci di rimanere nel suo amore: anche se lui ci lasciava per tornare al Padre, noi dovevamo continuare a vivere uniti intimamente a lui. Ce lo disse con un’immagine e con un esempio. L’immagine gli veniva dalla sua esperienza di lavoro nella vigna di Alfeo, a Nazareth: paragonò sé stesso alla vite e noi ai tralci. Il Padre suo era l’agricoltore. “Rimanete in me, - continuò - e io in voi. Come il tralcio non può far frutto da sé stesso se non rimane nella vite, così anche voi se non rimanete in me. Chi rimane in me e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla... In questo viene glorificato il Padre mio, che voi portiate molto frutto. Come il Padre ha amato me, così io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà dato. Vi dico questo perché la mia gioia sia in voi, e la vostra gioia sia perfetta”.
Detto questo, guardò ancora una volta gli Apostoli, lentamente e intensamente, poi continuò sullo stesso argomento richiamandosi all’amicizia: “Non vi ho chiamati servi, ma vi ho chiamati amici, perché il servo non sa ciò che fa il suo padrone, mentre io vi ho detto tutto quello che ho udito dal Padre mio. Voi siete i miei amici che io ho scelto; non siete stati voi, infatti, a scegliere me. E vi ho scelti per mandarvi nel mondo perché portiate molto frutto, un frutto che rimanga. Se dunque vi ho chiamati e amati come amici, dovete anche voi amarvi gli uni gli altri come io vi ho amati. Allora qualsiasi cosa chiederete al Padre mio, egli ve la darà. Questo dunque è il mio comandamento: amatevi gli uni gli altri”.

Per la seconda volta Gesù fece come se volesse concludere e disse: “Ormai è ora di andare; alzatevi e partiamo di qui”. Ma nessuno si mosse. Nemmeno lui, che rimase fermo al suo posto in silenzio. In realtà il torrente di pensieri e di affetti che urgeva dentro di lui non poteva essere fermato, e inoltre la preoccupazione per i suoi Apostoli, tanto amati ma ancora tanto fragili, alla vigilia della prova più dolorosa e terribile della loro vita, lo spingeva a prolungare il più possibile quell’intrattenimento così intimo e così intenso che voleva essere l’addio e insieme la prova di un amore senza limiti, che non sarebbe mai venuto meno e che si consegnava alla loro fedeltà.
(…) Gesù, del resto, era ben consapevole che avevamo, noi e tutti coloro che sarebbero venuti dopo di noi fino alla fine dei secoli, cioè la Chiesa che egli aveva preparato sul fondamento degli Apostoli, tutti avevamo bisogno di un supplemento di grazia, di una forza che non poteva essere nostra, ma che doveva venire solo dall’alto, tutta divina e soprannaturale.
Gesù guardò ancora una volta uno a uno gli Apostoli e passò leggermente la mano sulla testa di Giovanni; il suo sguardo possedeva un’intensità e una tenerezza nuove, mai viste prima di allora. Comunque quel gesto mi riempì di invidia; senza accorgermene mi alzai quatto quatto dal mio angolo e quasi strisciando lungo le pareti mi portai dalla parte dove era Maria, mi accucciai vicino a lei e adagiai il mio capo sulle sue ginocchia. Era per me come una rivincita, una sorta di compensazione. Maddalena, che si trovava vicino all’ingresso del Cenacolo, seguì il mio esempio e si avvicinò anche lei a Maria appoggiandosi alla sua spalla. Eravamo all’altezza di Gesù e potevamo seguire senza fatica le sue parole.
Egli allora cominciò a parlarci dello Spirito Santo. Avevamo bisogno di Lui, della sua luce per comprendere le cose divine che Gesù ci aveva rivelato, nonché della sua forza per superare le prove e le tentazioni del maligno, e avevamo bisogno della sua assistenza per essere testimoni dell’amore di Dio e delle sue opere davanti al mondo.
“Se dunque mi amate - riprese Gesù - osserverete i miei Comandamenti e io pregherò il Padre che vi mandi un altro Paraclito, affinché sia con voi sempre, lo Spirito di Verità che il mondo non può ricevere perché non lo vede né lo conosce. Voi lo conoscete perché dimora presso di voi e sarà in voi. Vi ho detto che io vado da Colui che mi ha mandato e per questo la tristezza ha riempito il vostro cuore. Ma non abbiate timore, la vostra tristezza si cambierà in gioia. La donna, quando partorisce, è afflitta, perché è giunta la sua ora; ma quando ha dato alla luce il bambino, non si ricorda più dell’afflizione per la gioia che è venuto al mondo un uomo. Così anche voi, ora siete nella tristezza, ma vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno potrà togliervi la vostra gioia. Io vi dico la verità: è bene per voi che io vada, perché se non vado non verrà a voi il Paraclito. Se invece me ne vado, lo manderò a voi. E quando egli verrà, confuterà il mondo riguardo al peccato, perché non crede in me, alla giustizia perché vado al Padre e non mi vedrete più, al giudizio perché il Principe di questo mondo è già stato giudicato”. “Molte cose ho ancora da dirvi ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. Quando però verrà lo Spirito di Verità, Egli vi guiderà alla Verità tutta intera, perché non parlerà da sé, ma dirà tutto ciò che avrà udito e annunzierà le cose future. Egli mi glorificherà perché prenderà del mio e ve lo annunzierà”.
“Ecco, ormai viene l’ora, anzi è già venuta, in cui vi disperderete ciascuno per conto suo e mi lascerete solo. Ma io non sono solo perché il Padre è con me. Vi ho detto che in questo mondo avrete da soffrire, ma abbiate fiducia; io ho vinto il mondo!”.

La preghiera sacerdotale      Gesù scandì le ultime parole con forza, facendo capire che intendeva concludere il suo intrattenimento con noi. Si alzò infatti dal divano, si pose seduto, appoggiò i gomiti sul tavolo incrociando le dita sotto il mento, poi alzò gli occhi verso il cielo e con voce appassionata, ma insieme calma e serena: “Padre, - cominciò - è giunta l’ora”.
(…) Tutti noi eravamo abituati a sentire Gesù rivolgersi direttamente al Padre; lo aveva fatto tante volte, ma sempre con un atteggiamento di subordinazione. Quella sera, invece, l’atteggiamento e il tono della voce erano molto diversi. Certamente erano diverse le circostanze e l’ambiente, se pensiamo a tutto quello che era accaduto in quella Cena: la scenata umiliante del litigio fra gli Apostoli, il gesto scioccante della lavanda dei piedi, la denuncia del traditore, il rito commovente dell’Eucaristia, la consegna del suo testamento riguardo all’amore fraterno e altre intense raccomandazioni… tutto questo aveva creato un’atmosfera talmente carica di emozione e di stupore che tutti noi eravamo come intontiti e confusi. Ma quelle parole di Gesù, il suo dire ispirato e appassionato, il suo atteggiamento che appariva di uguaglianza, quasi alla pari, con il Padre, erano completamente nuovi. Quella preghiera era fatta di affermazioni assolute e le sue petizioni erano comandi: “Padre, ti chiedo… voglio…”. Chiedeva per sé la gloria stessa del Padre, e per gli Apostoli la forza di restare nel mondo come testimoni e continuatori della sua missione di salvezza. Chiese con forza, come se fosse la cosa che più gli stava a cuore, l’unità di tutti coloro che sarebbero venuti lungo i secoli e avrebbero creduto in lui.
(…)  “Io ho fatto conoscere a loro, (agli Apostoli) il tuo nome e lo farò conoscere, affinché l’amore con il quale mi hai amato sia in essi e io in loro”. Gesù concluse con queste parole la sua preghiera al Padre e stette qualche istante in silenzio. Poi si mosse e si staccò dal tavolo; fu come se ritornasse in mezzo a noi da un lungo viaggio, da un mondo lontano, come se si svegliasse da un’estasi immensa. Si alzò dal divano e intonò l’ultima parte dell’Hallel a conclusione della Cena Pasquale. Quindi si infilò il mantello e: “Andiamo via di qui, - disse - si è fatto tardi”. Passando davanti a sua Madre, si fermò qualche istante. Si guardarono in silenzio, come sempre. Maria gli prese il volto fra le mani e lo baciò sulla fronte con insolita tenerezza; poi gli assestò accuratamente il mantello sulle spalle e lo accompagnò alla porta. Egli si mosse deciso, con l’aria di chi ha molta fretta e, senza salutare più nessuno, uscì seguito dai discepoli.
Gli ultimi della comitiva furono Simone e Taddeo che si intrattennero un momento con Myriam e Salome. Taddeo chiese alcune coperte, dovendo passare la notte nell’Orto degli Olivi dove Gesù negli ultimi tempi era solito recarsi; Simone invece, ricordando un avvertimento di Gesù che invitava a premunirsi in vista di momenti difficili, prese dal ripostiglio due spade e volle portarle con sé.
Marco, che era presente: “Vengo anch’io con voi!”, esclamò, e si attaccò al braccio di Taddeo. La madre di Marco e la Madonna si guardarono per consultarsi su che cosa fare. Allora Maria si volse verso di me, e con cenni del capo mi fece intendere che dovevo andare anch’io con loro e prendermi cura di Marco. E così uscimmo di casa insieme con gli Apostoli.


  
  3.   GIOVEDI’ SANTO    NELL’ORTO DEGLI OLIVI

Nell’orto degli olivi      Era il plenilunio di primavera. La luna splendeva ormai alta nel cielo e illuminava tutta la città con i monti che la circondano; all’orizzonte s’intravedeva il riverbero notturno del deserto. Camminammo senza accendere lucerne e cercammo di muoverci in silenzio, evitando ogni rumore. Davanti a noi, non molto lontano, appariva, ancora illuminato all’interno, il palazzo di Caifa. Noi prendemmo la direzione opposta seguendo la scorciatoia che dalla città alta scende verso il Cedron; è una lunga gradinata che porta al quartiere di Siloe. Di lì, attraverso la Porta della Fonte, uscimmo dalla città. Non incontrammo anima viva; tutto il quartiere sembrava deserto.
Oltrepassato l’alveo secco del torrente, Gesù rallentò il passo e tutta la comitiva degli Apostoli poté ricomporsi. Quando li ebbe tutti vicini, Gesù ribadì un avvertimento che aveva espresso durante la Cena, subito dopo che Giuda se n’era andato: “Ricordate che sta scritto: Percuoterò il Pastore e le pecore saranno disperse. Voi tutti sarete messi alla prova per causa mia questa notte, ma dopo la mia risurrezione vi attenderò in Galilea”.

Pietro che ormai non si allontanava di un passo da Gesù, come fosse una guardia del corpo, gli si pose davanti e, guardandolo con fierezza: “Signore, - gli disse - anche se tutti si scandalizzeranno di te, io non ti lascerò mai!”. Gesù, mettendogli una mano sulla spalla: “Proprio tu, Pietro, - gli disse - prima dell’alba, prima che il gallo canti due volte, mi avrai rinnegato tre volte. Io però ho pregato per te, perché non venga meno la tua fede e tu, una volta ravveduto, conferma i tuoi fratelli”. Questa insistenza di Gesù, per quanto affettuosa, anzi proprio per questo, diede fastidio a Pietro, il quale però, anche se con minore convinzione, tornò a protestare: “Io ti difenderò, anche se dovessi morire con te!”. “Anche noi!”, risposero in coro gli altri. E subito si fece largo Simone: “Ecco qui, ho portato con me due spade!”. Gesù lasciò cadere il discorso, e aggiunse mestamente: “Basta così!”, e riprese il cammino.
Arrivammo in breve all’entrata del Getsemani, l’Orto degli Olivi. (…) Gesù, entrato nell’orto, ordinò ai discepoli di sistemarsi dove potevano per passare la notte; egli sarebbe andato più in là a pregare. Ma già appariva tremante, con forti brividi che lo scuotevano tutto, dalla testa ai piedi. Gocce di sudore freddo gli imperlavano la fronte. Allora, come se fosse preso da un panico improvviso, chiamò Pietro, Giacomo e Giovanni: “Voi, - disse - venite con me. Ecco, un’angoscia mortale sta schiacciando la mia anima. Statemi vicino e vegliate con me in preghiera per non soccombere nella prova!”. Così dicendo, prese Pietro da una parte e Giacomo dall’altra, e aggrappandosi alle loro spalle si allontanò alcuni metri tra gli olivi, strisciando i piedi nella terra come se improvvisamente gli fossero venute meno tutte le forze. Il suo respiro s’era fatto ansimante, e ad ogni passo sembrava che crollasse al suolo. I tre discepoli che lo accompagnavano non sapevano cosa dire; con fatica lo sorreggevano portandolo quasi di peso. Arrivati presso un olivo, Gesù ebbe come un ritorno di forze: con uno sforzo imperioso si staccò da loro, proseguì per alcuni metri e infine si prostrò in ginocchio con la testa penzoloni fino a terra. Intanto gli Apostoli, quelli che potevano starci, avevano preso posto nella capanna di frasche dov’erano conservati gli arnesi di lavoro, mentre io, Marco e Taddeo, trovammo posto più in là nella grotta scavata nel monte dove si trovava il frantoio delle olive.  (…)

Passò qualche tempo, non saprei quanto, e cominciai a udire come dei lamenti. Erano gemiti lunghi, impregnati di dolore; venivano a intervalli con intensità crescente. Erano gemiti che mi riempivano l’anima di angoscia, come se qualcuno mi chiedesse disperatamente aiuto. Dovetti alzarmi e uscire dalla grotta. Quei lamenti provenivano dalla parte del giardino dove s’era inoltrato Gesù. Fissai lo sguardo tra gli olivi e alla luce della luna intravidi la figura dei tre Apostoli che Gesù aveva preso con sé: Pietro stava seduto sotto un olivo col capo appoggiato al tronco; Giacomo teneva la testa penzoloni fra le ginocchia e Giovanni giaceva su un fianco disteso per terra.
Quando i lamenti cessarono, vidi l’ombra di Gesù che si muoveva barcollante in direzione degli Apostoli. Si avvicinò a Pietro e lo scosse per un braccio. Gli Apostoli si alzarono di scatto e Gesù parlò con loro. Poi si allontanò di nuovo di qualche metro, finché lo vidi crollare bocconi per terra e strisciare carponi verso uno spuntone di roccia. Io non sapevo che fare; mi tranquillizzai quando vidi i tre Apostoli che, in ginocchio, cercavano di vegliare. Pietro non dimenticherà per tutta la vita quella supplica accorata che nel dormiveglia era riuscito a cogliere e che gli era penetrata dentro l’anima: “Padre, allontana da me questo calice!... Tuttavia, non ciò che voglio io, ma ciò che vuoi tu”. Pensai, vedendoli, che i tre discepoli avrebbero vegliato accanto a Gesù; rientrai perciò nella grotta e mi addormentai. (…) Non so per quanto tempo rimasi assopito; ricordo che nel sonno udii grida disperate che mi giungevano da lontano. Ma poi mi resi conto che non sognavo; quelle grida erano vere, e venivano di là, dal giardino degli Olivi. Balzai nuovamente fuori dalla grotta e stetti in ascolto. Erano urla strazianti che laceravano il silenzio della notte. Cercai di capire, ma riuscii a distinguere soltanto una parola: “Abbà! Abbà! Abbà!…” - “Padre mio! Padre mio! Padre mio!”. I tre erano di nuovo crollati nel sonno. Quelle grida mi mettevano i brividi, e un nodo di tristezza mi saliva alla gola. Ma non riuscivo a piangere, come non riuscivo a capire perché quelle urla cadessero inascoltate nel silenzio notturno come nel vuoto. Anche la luce della luna inondava di indifferenza tutte le cose. Tutto il creato taceva: non un soffio di vento, non un grido di animale, non uno stormire di fronde. E anche i tre Apostoli, laggiù nell’ombra, immobili.

(…) Finalmente una luce tenue, come un nimbo, si accese tra gli olivi in fondo all’orto. Era una luce non naturale, una luce sovrumana. In lontananza, vidi la figura di Gesù, prostrato a terra, con le mani appoggiate alla roccia. A quella luce cessarono le urla, e i gemiti si fecero flebili, divennero come sospiri sempre più distesi e rarefatti, finché nel giardino tornò il silenzio. Gesù, lentamente e faticosamente, si drizzò sulle ginocchia e si rivolse verso quella luce come se dialogasse con una presenza invisibile. Qualcosa in quel momento attraversò l’aria, sembrava un sospiro che sciogliesse un incubo; era come se le cose si riposassero dopo un’immane fatica.
Gesù, infatti, uscì dal dialogo con quella luce visibilmente cambiato. Capii che una creatura celeste, forse un angelo, era venuto a confortarlo. Era certamente la risposta del Padre che lo strappava ai morsi del Maligno e lo liberava dall’angoscia. Lo vidi infatti alzarsi senza i brividi che prima lo scuotevano tutto; si sedette sulla roccia con la testa fra le mani come per riflettere su quanto aveva provato. Sembrava uno che si riposasse per riprendere le forze dopo un duro ed estenuante combattimento.

Solo allora mi resi conto che il silenzio nell’aria era finito. Uno strano rumore veniva dal sentiero che dal torrente Cedron portava al Getsemani. Erano i passi di una comitiva che con fiaccole e armi stava dirigendosi verso il giardino. Gesù intanto si era alzato, s’era scrollato da dosso terra e polvere ed era tornato ai suoi Apostoli. Era ancora lui, quello di sempre, ritto, solenne, consapevole, padrone della situazione. Accanto a me vidi Taddeo ancora avvolto nella sua coperta che cercava di capire che cosa stava accadendo. Quando vide tutta quella gente con torce, spade e bastoni ammassata disordinatamente all’entrata del giardino, scese di corsa verso la capanna dov’erano alloggiati gli Apostoli che nel frattempo erano usciti dai loro giacigli, confusi e costernati, e insieme con loro si diresse verso Gesù. Io non riuscii a muovermi; rimasi fermo a guardare. Le urla di quella notte continuavano ad echeggiare drammaticamente dentro di me, e una specie di incubo immobilizzava la mia mente che si sentiva prigioniera di un’angosciosa impotenza.

la solitudine di Dio      Gesù mio! Chi mai avrebbe potuto vegliare con te in quella notte? Chi mai avrebbe potuto pregare la tua preghiera, unirsi alla supplica straziante che dal tuo cuore saliva verso il Cielo? Quale creatura avrebbe mai potuto aiutarti nella titanica agonia che ha schiacciato la tua anima fino a farti trasudare rivoli di sangue? E quale essere umano poteva farti compagnia nell’abisso della tua tristezza, o sopportare il mare sconfinato della tua angoscia? Tu, invece, hai voluto cercare aiuto e sei venuto a noi a mendicare anche solo una parola, uno sguardo, un silenzio…; e noi non abbiamo saputo darti altro che sonno, torpore, apatia.
Gesù mio, come hai potuto farlo? Può l’Onnipotenza di Dio cercare aiuto nella debolezza dell’uomo? Può la Sapienza eterna di Dio chiedere comprensione dove non c’è intelligenza per capire? E può “Colui che è”, invocare sostegno da “colui che non è?”.
Gesù mio, chi mai poteva pensare che in quel “verme della terra” che strisciava nella polvere c’era il Figlio diletto del Padre? Chi mai poteva immaginare che in quelle urla che straziavano i cieli notturni c’era la voce del Verbo eterno che ha creato la terra e tutto l’universo? No, Gesù mio, no! Non potevi venire da noi, perché noi non potevamo venire da te. Eri solo nel deserto quando hai sconfitto il nemico infernale, e dovevi restare solo questa notte nel Getsemani, quando il maligno è tornato a insidiarti. Noi non lo sapevamo, né abbiamo potuto vederlo, ma esso era lì, accovacciato davanti a te; ti chiedeva di non dare la tua vita per esseri spregevoli e indegni come noi, di non accettare la croce che avrebbe significato la tua sconfitta di fronte al mondo, o semmai di riscattarci con la spada; avevi legioni di angeli pronti per farti trionfare sui tuoi nemici e mostrare al mondo la tua forza. E tu invece hai voluto mettere in guardia anche noi, perché Satana sarebbe venuto a vagliarci come il grano.
Ma per noi non c’era bisogno della tentazione, a tentarci bastavano la nostra miseria e la nostra debolezza. Del resto, sapeva bene il Maligno che, percosso il pastore, anche le pecore sarebbero andate disperse. Satana è venuto per te, con te esso aveva un conto ancora aperto ed era tutto da saldare. Esso è venuto ad afferrare in una morsa la tua umanità usando le armi più subdole della sua astuzia e della sua rabbia per impedirti di compiere la volontà del Padre. Egli, fin da principio, è stato il “rifiuto”; il suo nome è “ribellione”. E noi gli avevamo creduto. Perciò solo tu potevi dire: “Ecco, io vengo o Padre, a fare la tua volontà”. La tua solitudine è dunque la conseguenza del tuo essere Figlio di Dio, e la tua angoscia è conseguenza del tuo farti figlio dell’uomo: il ribelle. E tu dovevi sconfiggere la ribellione con l’obbedienza.

Ecco perché in quella notte eravamo tutti lì, non solo con te, ma dentro di te. Tu eri in quel momento tutta l’umanità dolente e straziata, tutta l’umanità triste e malvagia: l’umanità peccatrice. In quel momento tutti i Caino che hanno ucciso, tutti i Giuda che hanno tradito, tutti gli spergiuri che hanno bestemmiato, tutti gli Erode che hanno sterminato gli innocenti erano lì e pesavano su di te. In te si sono ammassati gli abitanti di Sodoma e Gomorra, gli abitatori di Ninive e di Babilonia, gli inquilini delle galere di tutti i tempi. Tu eri l’erede di tutti i Faraoni che hanno oppresso i popoli, di tutti gli Epuloni che hanno disprezzato i poveri, di tutti gli schiavisti che hanno venduto come merce da pochi soldi milioni di fratelli. Tutto ciò che è violenza, tradimento, spergiuro, infedeltà, vendetta, ingiustizia e menzogna era lì, scritto sulle tue mani, sulla tua fronte, sui tuoi occhi, su tutto il tuo corpo, nel tuo cuore. Tutte le madri che hanno soffocato nel grembo le proprie creature, tutte le prostitute che hanno mercificato il proprio corpo, tutti gli adulteri che hanno tradito e infangato l’amore, tutte le Erodiadi che hanno sedotto e chiesto la testa dei Profeti di Dio: un carico immenso di vergogna pesava sulle tue spalle. Su di te l’orrore dei lager, dei forni crematori, dei gulag, delle foibe, dei campi di sterminio, delle pulizie etniche. I Giacobini di tutti i tempi, tutti i Napoleoni che hanno insanguinato del loro orgoglio le contrade della terra, tutti i potenti del mondo che hanno riempito gli arsenali di bombe atomiche, e tutta la brutale crudeltà di quanti hanno inventato i capestri, i roghi, la ghigliottina e i più raffinati strumenti di tortura, tutti costoro con tutti i malvagi della terra, erano lì con te in quella notte, portavano scritto il tuo nome. Gesù, come hai potuto caricarti di tante iniquità? Come hai potuto mentire al mondo intero, ingannare, tradire, opprimere con leggi perverse i popoli della terra? Perfino i corruttori di bambini, i profittatori d’innocenti, gli oppressori dei deboli: tutti col tuo nome! Tu eri in quella notte davanti al Padre tutto il male del mondo, tutte le iniquità della terra!
Gesù mio! Chi poteva reggere a questa marea di fango e di putridume? Chi poteva trasformare questa infinita e tragica ribellione dell’uomo in una docile obbedienza all’amore del Padre? Ed ecco che tu sei sceso nell’abisso e ti sei fatto maledizione per ottenerci misericordia!
E così hai sconfitto il maligno: l’umiltà e l’obbedienza sono incompatibili con la superbia e la ribellione. Tu, infatti, pur essendo Dio, ti sei annientato prendendo la natura di servo, divenendo simile a noi peccatori, e ti sei umiliato facendoti obbediente “fino alla morte, e alla morte di croce”.
Gesù mio! Ecco perché il creato è rimasto immobile questa notte, impietrito e muto davanti alla tua agonia; nessuna creatura era in grado di un gesto, di una parola, di un segno. Nessuno avrebbe potuto dirti nulla, né darti nulla. E così i cieli e la terra resteranno i soli testimoni del tuo “Si” al Padre, e l’Angelo Michele, che ha preso il posto del Maligno, ti ha portato dal cielo il conforto del Padre: “Tu sei il Figlio mio diletto!”.
Gesù mio, quel tuo “fiat” mi richiama alla memoria l’altro “fiat” che oltre trent’anni prima una fanciulla quattordicenne consegnò all’Angelo del Signore: il ”fiat” di tua madre che seppe dire: “Sono la serva del Signore, si compia in me la volontà di Dio”. In questa notte fu lei l’unica creatura che ha saputo vegliare con te; l’unica che ha potuto unirsi alla tua orazione e alla tua agonia. Nel Cenacolo, che ha visto il tuo supremo dono d’amore, Maria, raccolta in preghiera, ha vegliato con te con gemiti di silenzio e con le lacrime del cuore, ha partecipato alla tua immane agonia, ha gridato anche lei con tutte le forze della sua anima: “Abbà! Abbà! Abba!” - “Sì, Padre mio! Si, Padre nostro!”. Lei nel Cenacolo e tu nel Getsemani: un'unica preghiera, un unico grido, un unico “fiat”!
Gesù mio, non meravigliarti di noi; non dei tre intimi che hai voluto accanto a te, non degli altri Apostoli, né di nessun altro di noi. Possiamo solo contemplare attoniti e impotenti, come l’intero universo, la tua agonia, e dirti, questo sì, senza limiti ed eternamente: “Grazie! Grazie della tua passione e della tua orazione, grazie della tua vittoria, del tuo dolore e del tuo amore!”.
E grazie anche a te, Madre mia, Madre del dolore e Madre dell’amore. Forse solo la Maddalena ha saputo vegliare con te, ma senza capire e senza sapere. Ha vegliato amando, perché l’amore è l’unica cosa che Maddalena conosce, l’unica cosa che muove il suo cuore. Ed è l’unica cosa che anche noi possiamo imparare vivendo accanto a te, perché è l’unica strada che alla fine può ricondurci al Padre.



  4.. GIOVEDI’ SANTO: 
       CATTURA E PROCESSO CONTRO GESU’

La cattura di Gesù      L’irruzione della soldataglia nell’orto era stata scomposta e violenta. Intravidi Giuda che precedeva tutti e cercava di contenere l’impazienza della ciurma, ma inutilmente. Allora come se fosse preso dalla fretta di concludere quella faccenda al più presto, si diresse decisamente verso il gruppo degli Apostoli che nel frattempo si erano stretti attorno a Gesù. Dietro alla soldataglia, a qualche metro da essa, seguivano in silenzio e a ranghi composti alcune decine di soldati romani equipaggiati di tutto punto e preceduti da un tribuno. Allora, cercando di non farmi notare, mi spostai tra gli olivi quel tanto che mi permise di assistere di lato allo svolgersi degli avvenimenti.
Vidi Gesù staccarsi dagli Apostoli e andare incontro a Giuda. Giuda gli mise le mani sulle spalle e lo baciò. La soldataglia si era fermata in silenzio. Allora anche Gesù pose le mani sulle spalle di Giuda, lo fissò intensamente e gli parlò. Non intesi bene le parole, ma vidi Giuda staccarsi da Gesù come se volesse liberarsi da una situazione imbarazzante e scomoda; si voltò verso la folla con cenni del capo e cominciò ad allontanarsi adagio, come se non volesse farsi notare, girò al largo e mi passò vicino senza avvedersene. Lo chiamai: “Giuda!”. Si voltò senza parlare e senza fermarsi; quando mi vide allungò il passo e si diresse poi, correndo, verso l’uscita dell’orto; disparve in fondo al sentiero, nel buio.
Quando tornai a guardare Gesù, vidi la folla ammucchiata per terra e Gesù solo, ritto in mezzo a tutti, quasi solenne nella luce della luna ormai alta nel cielo. Intanto, faticosamente, alcuni della turba cominciarono ad alzarsi e, una volta in piedi, si lanciarono per circondare Gesù. Ma Gesù con un gesto imperioso della mano li fermò e con voce ferma chiese: “Chi dunque cercate?”. Si levò una voce nel mezzo: “Gesù di Nazareth!”. Tenendo sempre la mano distesa, Gesù fece un passo deciso in avanti gridando: “Vi ho già detto che sono io!”. Quelli più vicini a lui indietreggiarono improvvisamente e caddero su quelli che stavano dietro ammucchiandosi di nuovo per terra.
Fu allora che Pietro corse vicino a Gesù brandendo una spada e, senza por tempo in mezzo, vibrò un colpo alla cieca che fortunatamente andò fuori misura, colpendo all’orecchio l’uomo che stava prono ai suoi piedi. Ma Gesù, prontamente, gli fermò il braccio mentre accorrevano anche gli altri Apostoli con un'altra spada. Si voltò verso di loro, e con la consueta pazienza che in quella circostanza parve una specie di remissività: “Mettete via quella spada! - disse - Pensate forse che io non possa pregare il Padre mio che mi darebbe subito più di dodici legioni di Angeli?”. Poi si chinò verso il ferito e lo risanò.
Quell’uomo allora si alzò e con lui tutti gli altri. Gesù scandendo le parole con tono imperativo: “Se cercate me, - disse - lasciate che costoro se ne vadano”. E con un cenno della mano fece segno agli Apostoli di andarsene. Poi continuò: “Siete venuti con spade e bastoni come se fossi un brigante. Tutti i giorni stavo in mezzo a voi insegnando nel Tempio, e non mi avete preso. Adesso però è il momento; è la vostra ora, l’ora delle tenebre”. Così dicendo incrociò le mani e le stese verso di loro. C’era tanta nobiltà e fierezza in quel gesto. A me parve che volesse dire: non siete voi a sopraffarmi; sono io, in obbedienza al Padre, che mi consegno a voi.
A quel gesto e a quelle parole, gli Apostoli rimasero costernati. Erano abituati a vedere Gesù dominare con autorità tutte le situazioni, e uscire indenne da ogni pericolo. Quella sua acquiescenza, quella volontaria capitolazione, erano dunque completamente inspiegabili. Forse anche lui, il Maestro, si era reso conto che tutto era finito? Perciò, presi dal panico, in un istante scomparvero disperdendosi nell’orto, chi dietro agli olivi, chi guadagnando di corsa l’uscita del Getsemani.
I soldati romani stettero a guardare immobili, lasciando agire gli sgherri dei Sommi Sacerdoti formati prevalentemente dalle guardie del Tempio. Legarono Gesù che si lasciò fare senza opporre resistenza, e si avviarono tutti verso l’uscita del giardino. I soldati romani seguirono la ciurma senza preoccuparsi di altro.
Io ero rimasto dietro ad un grosso olivo col cuore in gola, impietrito dall’impotenza. Stavo per scoppiare in pianto, pressato da un misto di rabbia e di dolore, quando sentii dietro di me il respiro affannoso di qualcuno. Mi voltai di scatto: “Ah! Sei tu?”, mormorò Filippo con la voce stravolta. Il sudore gli strisciava sulla fronte luccicando al chiarore della luna. “Fermiamoci ancora un poco, finché non si saranno allontanati”, aggiunse, scosso tutto da brividi.
Quando i passi della turba ci sembrarono sufficientemente lontani, e la luce delle torce riverberava tra gli alberi del fondovalle, uscimmo dal nostro nascondiglio e ci avviammo verso la capanna. Arrivati nei pressi dell’uscita dell’orto, scorgemmo qualcosa di simile a un piccolo fantasma che dal sentiero saliva di corsa verso di noi. Ci fermammo preoccupati; mi sentii chiamare per nome. Era Marco che correva ansimante verso di noi.
Era spoglio e tremava di freddo e di paura. S’era svegliato di soprassalto al rumore dei soldati che lasciavano il Getsemani e, non vedendo nessuno, s’era messo così come si trovava, avvolto nella sua coperta, a pedinare la comitiva giù dal sentiero. I soldati, insospettiti, si fermarono per prenderlo, ma egli, con uno scatto, sgusciò fuori dalla coperta, lasciandola nelle loro mani, e fuggì precipitosamente. Ricorda di aver sentito due grasse risate e nient’altro. Lo avvolsi nel mio mantello e con un sospiro di sollievo: “Sia ringraziato il Cielo!” esclamai, pensando al grosso pericolo scampato e alla mia responsabilità.
In quel momento comparvero Pietro e Giovanni che ci chiesero notizie dell’accaduto. Pietro mi consigliò di accompagnare Marco a casa, e di dire agli altri discepoli di riunirsi tutti nella casa di Marco, dov’erano Maria e le altre donne. Lui e Giovanni sarebbero andati in cerca di Gesù.
Aspettammo dunque che si facessero vivi gli altri discepoli che apparvero l’uno dopo l’altro: Matteo, Andrea, Giacomo e Tommaso. Avevano timore di parlare e di chiederci notizie; perciò raccolti i mantelli e le altre cose, ci mettemmo in cammino procedendo con cautela e in silenzio; in realtà eravamo sopraffatti dalla paura e umiliati.
Risalimmo alla cittadella di Sion e bussammo alla porta della casa di Marco. Quando entrammo ci accolsero tutti con sospiri di sollievo, ma la casa era tutta in subbuglio. Simone, Taddeo e Giacomo erano fuggiti dal Getsemani prima dei soldati, e avevano portato la brutta notizia alle donne e agli altri di casa. Intanto Maria ci aveva preparato una bevanda calda che avesse anche un’azione sedativa. Restammo così in attesa di notizie.

Il pianto di Pietro      “Madre mia, come narrare quella notte, la più lunga, la più incerta, la notte più sofferta che ho passato accanto a te?” Tutti noi, uno dopo l’altro, ci siamo ritrovati nel Cenacolo, storditi e smarriti, ma finalmente al sicuro, scampati da tremendi pericoli, fuori da una bufera che imprevedibilmente e in poche ore si era abbattuta su di noi. Mancavano Pietro e Giovanni, ma sentivamo che prima o poi sarebbero tornati. Mancava soprattutto Gesù. Che ne era di lui? Dove lo avranno portato? Che cosa gli avranno fatto?
Si erano sentite voci e rumori lassù, verso la casa di Caifa. Era chiaro che lo avevano portato in casa dei Sommi Sacerdoti. Erano stati loro, del resto, a organizzare tutto. A guidare, infatti, le guardie c’era anche lui, Malco, il servo fidato di Caifa, quello al quale il Sommo Sacerdote affidava sempre gli incarichi più delicati e di fiducia. Era un uomo ottuso, di poca intelligenza, ma fanaticamente attaccato al suo padrone. Così ce l’aveva descritto molte volte Nicodemo; dovevamo guardarci da lui.
Salome era la più inquieta. Insisteva nel chiedere ad Andrea e agli altri notizie del figlio Giovanni. Quel benedetto ragazzo è sempre stato così impulsivo, imprudente, quasi sconsiderato! Sì, conosceva l’ambiente del Sommo Sacerdote, aveva amici e compagni di scuola in quell’ambiente, ma non era quello il momento di mettersi nei guai.
Intervenne a quel punto, con la consueta, amabile discrezione, Maria; prese Salome in disparte: “Non inquietarti, figlia mia, - cominciò - Giovanni è giovane e impulsivo, ma non è uno sprovveduto; è un ragazzo intelligente, e poi Gesù non permetterà che cada in qualche pericolo. Non gli succederà nulla. Invece - e così dicendo ci guardò tutti con volto velato di sofferenza - mettiamoci a pregare”.
Ci riunimmo tutti nella sala del piano inferiore, e Maria cominciò prendendo dai Salmi la “Preghiera dei pericoli”: “Signore, quanti sono i miei oppressori! Molti contro di me insorgono. Molti di me vanno dicendo: neppure Dio lo salva!. Ma tu, o Signore, sei la mia difesa, tu sollevi il mio capo…”. Non tutti conoscevamo le invocazioni di quei Salmi, ma sentivamo che quelle suppliche si adattavano perfettamente alla nostra situazione, e soprattutto a quella di Gesù, ed entravano perciò nel cuore di tutti noi.
Maddalena, che fino allora non aveva parlato né ascoltato e, chiusa nei suoi pensieri, aveva girovagato continuamente per la casa, come se volesse dominare l’impellente desiderio di fuggirsene via in cerca del suo Maestro, si sedette vicino a Maria senza riuscire a frenare le lacrime che scorrevano silenziose sul suo volto. Maria le passò una carezza sul capo ed essa parve quietarsi; poi continuò con la “Preghiera del giusto”: “Quando ti invoco, rispondimi, o Dio mia giustizia. Dalle angosce mi hai liberato, pietà di me, ascolta la mia preghiera...”. Proseguì ancora con la “Preghiera del calunniato”: “Signore, mio Dio, in te mi rifugio, salvami e liberami da chi mi perseguita…”, e poi con la “Preghiera dell’abbandono fiducioso”: “A te, Signore, elevo l’anima mia, mio Dio in te confido: ch’io non resti confuso! Non trionfino su di me i miei nemici…”. Proseguì poi con “l’Invocazione dell’innocente”, e infine con la “Professione della fede in Dio”: “Il Signore è mia luce e mia salvezza, di chi avrò paura? Il Signore è difesa della mia vita, di chi avrò timore? Quando mi assalgono i malvagi…”. La preghiera fluiva dalle labbra di Maria e cadeva sul nostro silenzio come un balsamo, come una rugiada benefica. Era davvero la medicina di cui avevamo bisogno in quel momento.
Ma ecco improvvisamente dei colpi violenti alla porta. Presi dalla paura, restammo in attesa, col fiato sospeso. Da fuori, una voce cominciò a chiamare: “Andrea! Giacomo! Filippo! ...”. Era la voce di Pietro. Salome corse subito ad aprire. Lasciò entrare l’Apostolo che dopo due passi si fermò e ci guardò tutti con la faccia stravolta. Era irriconoscibile: gli occhi arrossati e gonfi, la barba pasticciata di polvere e di muco, il volto madido di lacrime e di sudore...; fece ancora due passi, poi si gettò bocconi sul tavolo e cominciò a gridare: “Ho detto di non conoscerlo! … Ho giurato di non averlo mai visto!… Quella maledetta pettegola di portinaia!… E io, vigliacco, io miserabile, vinto dalla paura: non l’ho mai conosciuto!… Non l’ho mai conosciuto!…”.
I singulti gli scuotevano la schiena che si era fatta più curva e massiccia; ogni tanto picchiava i pugni sul tavolo e poi si abbandonava ad un pianto dirotto e disperato. Noi lo guardavamo senza capire, senza sapere cosa dirgli. Non sapevamo cosa pensare. “Non l’ho mai visto! - riprese picchiandosi il testone reso più ispido e ruvido - non l’ho mai visto!… Maledetto freddo che mi ha fatto cercare quel fuoco!… E quell’intrigante di servo che non cessava di fissarmi!… E poi… quel maledetto gallo che si mise a cantare!… Non l’ho mai conosciuto! … Non l’ho mai conosciuto!…”.
A quel punto gli si avvicinò Maria, lo chiamò sollevandolo per le spalle, con un lino pulito gli asciugò il volto e gli pulì la barba, poi prese la faccia dell’apostolo fra le sue mani materne e calde di tenerezza e fissandolo dolcemente: “Pietro, - cominciò - è vero! Non l’hai mai conosciuto! Chi di noi può dire di averlo conosciuto veramente, Gesù? È vero! Nessuno di noi lo ha ancora conosciuto fino in fondo! La tua non è stata vigliaccheria, non è stata una menzogna. Tu non hai rinnegato Gesù. Gesù, tu lo conosci e lo ami. Ma c’è ancora tanto da purificare nel tuo amore, c’è tanto da rettificare nella tua conoscenza del Maestro. Pietro, figlio mio, c’è bisogno di tanta umiltà. Le tue lacrime sono la tua umiltà. Esse laveranno gli occhi della tua anima e purificheranno il tuo amore. E tu conoscerai Gesù a fondo, e ti innamorerai pazzamente di lui, e saprai dare la vita per il tuo Maestro”.
Quella voce materna, serena e dolce, era come un olio balsamico sulle ferite. Pietro andò calmandosi; i suoi singhiozzi si attenuarono e cessò di piangere. Teneva la testa appoggiata sulla spalla di Maria che lo stringeva dolcemente per le braccia. Non era più il Pietro focoso, presuntuoso e irruente, era diventato come un bambino, si era trasformato in una creatura.
“Pietro mio, - riprese Maria - ricordi lo sguardo di Gesù quando ti ha invitato a seguirlo? Fissandoti ti ha chiamato non più Simone, ma Pietro. Ha visto la sincerità del tuo cuore e ti ha cambiato: non più Simone, ma Roccia! Figlio mio, non dimenticarlo mai quello sguardo di Gesù!”.
A queste parole Pietro si staccò da Maria, si asciugò le lacrime col dorso della mano e: “Madre, - disse (era la prima volta che la chiamava così) - Madre! Quello sguardo l’ho rivisto questa notte. Avevo appena giurato di non conoscerlo e stavo scaldandomi al fuoco nel cortile di Caifa, quando sentii alle mie spalle rumore di spade, trambusto e grida di folla. Mi voltai di scatto e lo vidi. Legato come un malfattore, era circondato dai servi e dalle guardie che a spintoni lo conducevano attraverso il cortile. Ma egli per un attimo fece resistenza e si voltò a guardarmi. Aveva la guancia gonfia e la barba intrisa di sangue, e gli occhi… ah! gli occhi! Erano quelli del mio primo incontro con lui. Quello sguardo ce l’ho qui, - e appoggiava il pugno sulla fronte e sul petto - qui dentro, e continua a guardarmi, a chiamarmi per nome, dolcemente, irresistibilmente: Pietro! Pietro!… Capisci, Madre? Non Simone, come mi aveva chiamato prima di entrare nell’orto: ‘Simone, Simone, ecco Satana ti ha cercato per vagliarti come il grano…’, ma Pietro! Sì, Madre! Quell’uomo spergiuro, quell’uomo vigliacco, quell’uomo che ha rinnegato tuo figlio, non era ‘Pietro’, era Simone. Non era ‘Pietro’!…”.
E così dicendo scoppiò di nuovo in un pianto dirotto appoggiandosi sulle spalle di Maria. Non era il pianto di prima, un pianto che sapeva di umiliazione e un po’ di rabbia, ma era un pianto d’amore, per un dolore d’amore, e perciò un pianto di gioia. Quel pianto infatti ci contagiò un po’ tutti; mi accorsi che tutti avevamo gli occhi lucidi di commozione.

Il processo notturno contro Gesù      Fino a quel momento, Salome era rimasta zitta ma poi non riuscì a trattenersi oltre e chiese notizie di Giovanni. Pietro raccontò di averlo accompagnato fino al cortile, ma poi non lo aveva più visto. Presa dall’ansia, Salome stava preparandosi per uscire quando si udirono alcuni colpi alla porta. Era proprio lui, Giovanni. Agitato e trafelato, fu accolto da Salome che lo abbracciò piangendo. Si guardò intorno, e quando vide Pietro e gli altri si rasserenò.
Cominciò allora a raccontarci gli ultimi avvenimenti di quella tormentata e tragica notte. Entrato nel cortile del palazzo dei Sommi Sacerdoti aveva girovagato cercando di raccogliere notizie su Gesù. Riuscì a sapere che era stato condotto da Anna, il vecchio Sommo Sacerdote scaduto, ma ancora molto potente, ispiratore di tutto, e che dopo quell’incontro sarebbe stato portato a casa di Caifa, il Sommo Sacerdote in carica, per un primo sommario processo. Nell’attraversare il cortile, Giovanni vide Nicodemo il quale, dopo qualche resistenza, accettò di prenderlo con sé, e insieme entrarono nella sala dove Caifa era in attesa di Gesù.
Giovanni ci descrisse la sala: erano presenti molti Sinedriti tra i più focosi e accaniti avversari di Gesù, una ciurma inquieta di Scribi e Farisei, e in più un continuo viavai di guardie, Leviti e inservienti che mettevano agitazione in tutto l’ambiente. Quel viavai permise a Giovanni di passare inosservato. Dopo qualche tempo, improvvisamente, si fece silenzio in tutta la sala; dalla porta di fondo venne introdotto Gesù. Era proprio lui, ma quale impressione, quale sbigottimento nel vederlo in quelle condizioni!
Nicodemo, nel suo scanno, si prese la faccia fra le mani, poi si voltò a cercare con lo sguardo Giovanni per vedere la sua reazione. Giovanni si trovava in mezzo agli inservienti del Tempio e a un gruppo di Galilei che erano stati chiamati a testimoniare. Più in là due Leviti, suoi compagni, fecero finta di non conoscerlo.
Cominciò la farsa del processo, ma Giovanni ci disse di ricordare ben poco perché il suo pensiero se n’era andato dietro alla folla dei ricordi. Dov’era mai finito il Gesù del Tabor? Il Gesù che domava le tempeste, moltiplicava i pani, comandava ai demoni? E il Gesù di Betania, il Gesù che comandò a Lazzaro di uscire dal sepolcro? Dov’era? E quel Gesù che aveva acceso i suoi entusiasmi, l’aveva fatto riposare sul suo petto e l’aveva incatenato con il suo fascino? Per la verità quel Gesù era ancora lì; sotto quella maschera: il volto insudiciato e livido, le labbra tumefatte, la barba intrisa di sangue, i capelli sporchi e disordinati, sotto quella maschera c’era ancora la dignità, la forza e la sicurezza di sempre; ma perché non la usava?
Giovanni stette pensieroso qualche istante. Frattanto Maria aveva portato una bevanda calda, di menta e rosmarino, perché Pietro e Giovanni si ristorassero un poco e si riprendessero dalle loro emozioni.
“La folla dei miei ricordi, - continuò Giovanni - veniva interrotta ogni tanto da fischi, grida e risate che nella sala sottolineavano i vari passaggi del processo. Infine, quel filo di ricordi fu bruscamente interrotto da un urlo che voleva esprimere dolore, sorpresa, scandalo o tutte queste cose insieme: era la voce roca di Caifa che, ritto davanti al suo seggio, si era strappato le vesti gridando: ‘Bestemmia! Bestemmia! L’avete sentito tutti. A che servono ormai i testimoni? È reo di giudizio, è reo di morte! Si convochi subito il Gran Consiglio del Sinedrio in seduta plenaria!’. Era accaduto che Gesù aveva dichiarato apertamente, si dovrebbe dire solennemente, di essere il Messia, il Figlio dell’Altissimo. A quel punto portarono via Gesù coprendolo di sputi e colpendolo brutalmente con calci e pugni. Così l’assemblea si sciolse”.
Man mano che Giovanni andava descrivendo queste scene, la sua voce si caricava di tristezza. Ma non riusciva a piangere, perché il suo animo appariva contratto, quasi inasprito, un po’ per la constatazione della sua impotenza (il non poter intervenire in alcun modo), un po’ per la rabbia contro quei figuri prezzolati che testimoniavano falsità contro Gesù e verso quei rappresentanti del popolo e dell’ambiente sacerdotale che spiravano odio feroce contro il Maestro.
Giovanni uscì da quella sala sconfortato e deluso, e avrebbe voluto architettare qualche vendetta. Stava guardandosi attorno quando fu raggiunto da Nicodemo il quale gli fece capire che restavano ormai ben poche speranze sulla sorte di Gesù. Restava, è vero, la sentenza del Sinedrio, ma appariva scontata; semmai qualche speranza poteva venire dall’intervento del Procuratore romano che avrebbe potuto capovolgere il verdetto del Sinedrio. Gli consigliò di tornare a casa con la promessa che, al momento opportuno, lui stesso ci avrebbe ragguagliati sull’evolversi degli eventi.
Nella nostra sala era calato un profondo silenzio, carico di tristezza. Fuori stava spuntando l’alba, e le prime luci del giorno attenuavano il chiarore della luna ormai al tramonto. Maddalena non riusciva a dominare la sua inquietudine. La Madonna se ne accorse, la avvicinò e prendendola per mano: “Maria, - le disse - ti prometto che quando sarà il momento, andremo insieme a cercare Gesù, e lo seguiremo dovunque lo porteranno, e ci dedicheremo a lui con tutto il nostro amore. Ma ora vieni, chiediamo ai nostri ospiti se possiamo preparare del latte caldo e del miele per tutti; ne avranno bisogno perché la giornata sarà lunga e faticosa”.
I padroni di casa diedero ordini agli inservienti di preparare tutto secondo il suggerimento di Maria. Eravamo molti in casa, ma non tutti presero cibo: in molti prevaleva lo stato d’animo di tristezza e di paura.
Finalmente sentimmo bussare alla porta. Erano Nicodemo e Giuseppe d’Arimatea. Dall’espressione dei loro volti si capiva che era andata male. Il Sinedrio infatti, all’unanimità, aveva condannato a morte Gesù. Egli si trovava ora in balìa degli sgherri e delle guardie del Tempio, ai quali era stato consegnato in attesa di poterlo condurre dal governatore romano per far avvallare la loro sentenza di morte.
Nicodemo consigliò a tutti di non muoversi di casa perché i capi del popolo stavano reclutando gente della peggiore specie per radunarla davanti a Pilato e richiedere a gran voce la condanna di Gesù. Inoltre, da ieri era presente in città oltre al governatore romano anche Erode, e perciò ogni minima avvisaglia di disordine poteva scatenare l’intervento dei soldati.




  1..   VENERDI’ SANTO:  LA VIA DOLOROSA

Ecce Homo      Ormai s’era fatto giorno. Giuseppe d’Arimatea aveva già lasciato la nostra casa, Nicodemo invece preferì trattenersi ancora qualche tempo con Maria. Uomo sensibile e di nobili sentimenti qual era, si rendeva conto dell’impatto drammatico che una madre squisita e delicata come Maria avrebbe dovuto sopportare per un figlio come Gesù, visto nelle condizioni in cui egli l’aveva visto, e trattato come venne trattato in quella notte. Solo più tardi e volendo seguire da vicino gli avvenimenti si congedò da Maria, prese il mantello e si avviò all’uscita. L’apostolo Giovanni, quando Nicodemo gli passò accanto, si alzò di scatto e si unì a lui con l’evidente intenzione di seguirlo. Nicodemo si voltò verso Maria con sguardo interrogativo, come per chiederle il consenso, e lei con cenni del capo fece intendere che era d’accordo.
Anche Myriam e Salome presero lo scialle e si avviarono all’uscita per seguire i due discepoli. A quella vista Maddalena, senza prendere né scialle né altro, si precipitò verso la porta per unirsi alle donne. Ma Maria la fermò e guardandola dolcemente: “Maddalena, - disse - noi andremo più tardi; ti ho già detto che verrai con me, e staremo insieme vicino a Lui”. Mi resi conto più tardi che Maria volle risparmiare a Maddalena le drammatiche e dolorose scene di Gesù deriso, insultato e maltrattato davanti al popolo, ai capi dei Giudei e ai pagani.
Passarono così le prime ore del giorno. Verso l’ora terza - le nove del mattino - udimmo ancora i soliti colpi alla porta: era Giuseppe di Arimatea. Entrò, alterato in volto per l’indignazio-ne, scosse la testa e allargò le braccia con uno sbuffo lungo e sofferto che esprimeva rabbia e insofferenza. “Mascalzoni! - cominciò a gridare - Mascalzoni e furfanti, ecco cosa sono! Hanno arruolato la marmaglia più stupida e venale per far pressione su di lui. Che cosa si credeva quel Ponzio Pilato, rappresentante del diritto e della giustizia romana, che cosa si credeva? Di ragionare di giustizia e di diritto con coloro che conoscono solo l’avidità più sfrenata e l’odio più cieco? Di giocare d’astuzia con coloro che vivono di menzogna e sono maestri di falsità e di inganno? Povero illuso! Nemmeno il ricorso alla sua autorità, lui, il rappresentante della grande Roma e del suo Imperium, è valso a qualcosa. Che peso poteva avere l’autorità di un provinciale davanti a coloro che sono i più sottili e abili maestri del ricatto e della dialettica più tortuosa? Non bastano il disprezzo e il sarcasmo per far rispettare la legalità a chi si è fatto legge e giudice a sé stesso!”.

Giuseppe, che era entrato senza salutare nessuno, camminava su e giù per la casa, in preda all’indignazione e alla collera; sembrava che parlasse da solo, con sé stesso. Noi lo guardavamo in silenzio, cercando di capire.
“E i suoi espedienti, così crudeli e ridicoli… - ripeté dopo una pausa - belli espedienti! Prima lo invia a quella volpe e bellimbusto di Erode. Che ne sa di giustizia e soprattutto di onestà quell’animale? Bene ha fatto Gesù a non rivolgergli nemmeno uno sguardo! Non sapeva Pilato - in fondo lui è un soldataccio romano che non conosce per niente l’animo e i sentimenti dei nostri capi - non sapeva che questo espediente avrebbe irritato ancora di più il Sommo Sacerdote che si vedeva esautorato e scavalcato da un vile vassallo di Roma? E la reazione di quel miserabile vassallo s’è vista: lo ha rimandato al mittente vestito di bianco, come si vestono i pazzi! Mi sono recato anche da Cusa, intendente di Erode, per parlare con sua moglie Giovanna e vedere se potevamo fare insieme qualcosa. Ero pronto a pagare qualsiasi prezzo per riscattarlo dalle loro mani! Ma lei era corsa dall’amica Susanna, disperata per quanto stava succedendo. Sembra proprio che nessuno riesca a fermare questi eventi!”.
Fece una pausa come per riordinare i propri sentimenti. Poi, ancora più concitato, riprese: “Ed ecco poi l’altro espediente, peggiore del primo: ha voluto barattare Gesù con Barabba! Capite? Con Barabba! Un bandito che con le sue razzie e le sue violenze ha seminato terrore per le contrade della Giudea. E lui, il Maestro, che sulle contrade della Giudea e della Galilea e dappertutto ha seminato pace e amore beneficando e sanando tutti, lui: al patibolo! ‘Crocifiggilo! - hanno gridato - crocifiggilo!’. E la canaglia, che urlava sempre più forte, aveva aumentato le sue file. Non solo le guardie del Tempio, i servi e la plebaglia dei loro palazzi, ma perfino i Leviti hanno arruolato. E loro, lì, in prima fila: Anziani, Sacerdoti, Scribi e, davanti a tutti, Caifa. Tutti nella pompa dei loro paludamenti, con sfoggio dei loro Efod, delle loro catene d’oro, dei loro mantelli purpurei e copricapo solenni, di tutto ciò che poteva impressionare quello zoticone di Pilato. Zoticone e crudele: ‘Gli darò un castigo - urlò - e poi lo rilascerò’. Un castigo? Ma se tu stesso lo hai dichiarato innocente, per quale colpa mai lo castighi? Per commuovere quei signori? Bell’espediente! Puoi forse spremere lagrime dai sassi, o distillare profumi dai letamai? E d’altronde puoi pensare di commuovere le pietre, tu che non conosci la pietà? Un castigo! E chiami castigo la flagellazione? Il supplizio più spietato che la tua legge bandisce come incompatibile per un cittadino romano, e tu lo usi con il più mite, saggio, degno Maestro che sia apparso sulla terra?”.

Si fermò un istante come per prendere fiato, mentre noi, impietriti, seguivamo in silenzio il suo racconto. Poi riprese: “Pensando a tutto questo, mi precipitai all’entrata del cortile del Pretorio deciso a varcare quella maledetta soglia, incurante delle leggi rabbiniche. Se Gesù era entrato nella casa di un pagano, potevo entrarci anch’io! Volevo impedire quella crudeltà, ma i soldati incrociarono le lance e mi bloccarono. Perché dunque non si riesce, nessuno riesce a fermare questi eventi?”.
Così dicendo Giuseppe si accasciò su uno sgabello, prese la testa fra le mani e: “Qui! - cominciò con una voce simile a un gemito - qui! Mi risuonano ancora qui, nella testa!... Prima le risate e gli scherni dei soldati; poi i colpi tremendi, implacabili, durissimi, interminabili: uno, due, tre, … dieci … trenta … cinquanta, ottanta…, non finivano mai! Non finivano, non finivano! E io lì, impotente, davanti a quelle guardie impassibili, e dall’altro lato le urla scomposte e volgari della plebaglia. Quei colpi! Quei colpi! Rimbombano ancora, qui, nella mia testa. E da Gesù soltanto alcuni gemiti; gemiti che andarono affievolendosi fino a scomparire. Solo allora si udì la voce del centurione che intimò l’arresto di quella carneficina”.
A queste parole Giuseppe si fermò, e si chiuse in un impressionante silenzio. In tutta la casa non c’era uno che si muoveva; quel racconto un po’ parlato, un po’ urlato, un po’ soffocato nei gemiti, aveva raggelato il nostro animo; eravamo incapaci di qualunque reazione. Non riuscivamo a fare domande, a chiedere i particolari dei fatti, come se avessimo paura di saperne di più.

Passò così qualche tempo, poi Giuseppe cercò di riprendersi: alzò la testa, girò lo sguardo intorno come se cercasse in noi un consiglio, un aiuto, o almeno un po’ di conforto e di partecipazione: la sua faccia era una maschera di tristezza, di dolore e di rabbia. Infine, con toni più pacati, riprese: “Ciò che seguì a quello strazio crudele è indegno anche per il più brutale degli aguzzini. Passò del tempo che mi è sembrato un’eternità. Girai al largo dalla folla in cerca di Nicodemo; improvvisamente un silenzio, e poi un urlo che mi gelò il sangue nelle vene. Pilato era uscito fuori dal Pretorio e con un gesto della mano rivolto alla folla, fece avanzare Gesù gridando: ‘Ecco l’uomo!’. Infatti Gesù non c’era più, non era più lui. Quel rudere barcollante, che a mala pena si reggeva in piedi, era un cencio a brandelli. Una maschera di sangue e di dolore che i soldati hanno voluto arredare con le insegne della regalità! Quel casco di spine a mo’ di corona ficcato nella testa, quello straccio scarlatto sulle spalle scarnificate dai colpi, quella canna fessa infilata tra le mani legate ai polsi con una catena… tutto per incorniciare un volto tumefatto e livido, un povero corpo maciullato e straziato! Ma che altro voleva quel rude soldato, rappresentante di Roma, che altro si aspettava da una folla insana, prezzolata e servile, che lo sovrastava con le sue urla e le sue risate? Con un re da burla credeva di appagare l’odio insaziabile dei nostri capi!”.
“Non sapevo che fare. Aggirai la ciurma e mi portai a ridosso dei sacerdoti, combattuto se avvicinarmi a Gesù o fuggire. Mi fermai a guardarlo: di Gesù non restava più niente, se non la sua dignità maestosa e… i suoi occhi! Quello sguardo mi segue ancora. Erano occhi luminosi. Brillavano. Non per la febbre, non per le lacrime. Guardavano la folla senza rancore, senza desiderio di vendetta, senza atteggiamento di giudizio; guardavano come tante volte hanno guardato i malati, i lebbrosi, i poveri, i disgraziati. C’era in quello sguardo forza e severità, ma anche tanta tristezza, tanto dolore, tanta dolcezza! Erano occhi rivolti alla folla, ma guardavano uno a uno quei poveri sciagurati, entravano in ciascuno di loro come un raggio di luce in lotta con le tenebre più fitte.”
“Alla fine non ce l’ho fatta. Non potevo più sopportare quello scempio, quella sporca e umiliante faccenda, ma soprattutto non potevo più sopportare la mia impotenza, la mia impossibilità di fare qualcosa, di fermare l’ondata di malvagità e di odio che si consumava sotto i miei occhi.”
“E ora, davvero non possiamo fare più nulla; è finita!”

Il Servo di Jahvè      Una dopo l’altra le parole di Giuseppe arrivavano al nostro animo come lame roventi che penetravano nel cuore e insieme come colpi di ariete che demolivano impietosamente ogni nostro ideale, ogni nostra prospettiva futura. Fu come se quei soldati avessero messo a ferro e a fuoco tutte le nostre speranze. Eppure era troppo presto per convincerci che tutto era finito. In quel momento il pensiero che Gesù era nelle mani dei suoi avversari, in balia di spietati aguzzini, impediva alla nostra mente ogni altro ragionamento. Eravamo troppo feriti nei nostri sentimenti e nel nostro affetto per pensare al dopo.
Un amore ferito e oltraggiato non può pensare ad altro che alla persona amata. E così Maddalena, non potendo più trattenere il dolore lancinante che s’era accumulato nel suo cuore, si lanciò verso Maria e aggrappandosi al collo di lei, cominciò a gridare fra i singhiozzi: “No!… No!… No!…”. Non riusciva a dire altro; era il grido di chi non poteva accettare una realtà inaccettabile, di chi dentro al suo animo respingeva con tutte le sue forze il pensiero che fosse vero ciò che era stato narrato da Giuseppe; era il gemito inconsolabile di un’anima innamorata di fronte alla soppressione ingiusta e crudele della persona amata.
Maria la teneva stretta a sé teneramente e le passava dolcemente la mano sulla testa finché si placarono i singulti e ruppe silenzioso il torrente delle lacrime. Allora Maria, con una voce che pareva venisse da lontano, o dal profondo, segnata comunque dalla tristezza e dal dolore, cominciò:

“Oracolo del Signore!
Ecco il mio Servo:
è cresciuto come un virgulto
come una radice in terra arida.
Non ha apparenza, né bellezza
per attirare i nostri sguardi,
non splendore per potercene compiacere.
Disprezzato e reietto dagli uomini,
uomo dei dolori che ben conosce il patire,
come uno davanti al quale ci si copre la faccia,
era disprezzato e non ne avevamo alcuna stima.
Eppure egli si è caricato delle nostre sofferenze,
si è addossato i nostri dolori
e noi lo giudicavamo castigato,
percosso da Dio e umiliato.
Egli è stato trafitto per i nostri delitti,
schiacciato per le nostre iniquità.
Il castigo che ci dà la salvezza si è abbattuto su di lui;
per le sue piaghe noi siamo stati guariti.
Noi tutti eravamo sperduti come un gregge,
ognuno di noi seguiva la sua strada;
il Signore fece ricadere su di lui
l’iniquità di noi tutti.
Maltrattato, si lasciò umiliare.
E non aprì la sua bocca;
era come agnello condotto al macello,
come pecora muta di fronte ai suoi tosatori,
e non aprì la sua bocca……

Mentre parlava, Maria teneva chiuse le palpebre come se quel testo del profeta Isaia scorresse dentro di lei e lo leggesse scritto nel suo cuore. La sua voce si faceva ora tremante, ora serena e pacata, e ogni tanto si fermava per qualche istante di pausa. Quei versetti scorrevano nel silenzio come fuoco liquido, ma insieme arrivavano al nostro cuore come olio salutare e balsamico.
Eravamo tutti raccolti nella sala grande della casa: i familiari di Marco, gli Apostoli, Giuseppe di Arimatea, alcuni discepoli e noi. Nessuno si era accorto della propria stanchezza né della propria fatica; solo Marco s’era addormentato, rannicchiato su un divano. Anche le lacrime della Maddalena si erano fermate. Maria allora la sollevò adagio, le asciugò il volto, e: “Va’, - disse - prendi i nostri scialli e un vasetto di sali o di essenze; è venuto il momento di andare”.
Alcuni si alzarono, altri guardarono Maria per capire che cosa fare. Ma ella intervenne raccomandando a tutti di non muoversi e di ricordarsi invece del salmo di David, il salmo n. 2 del salterio, perché solo la parola che Dio ci ha rivolto per mezzo dei Profeti può aiutarci a capire e ad accettare gli avvenimenti che non comprendiamo. A Maria di Marco raccomandò di rincuorare tutti con qualcosa da mettere nello stomaco. Poi aiutò Maddalena a mettersi in ordine e uscirono.

“La via dolorosa      Nel frattempo io avevo preso il mio mantello ed ero uscito con Giuseppe di Arimatea aspettando Maria fuori di casa. Il sole era ormai alto e aveva riscaldato l’aria. Prendemmo la strada che sale lungo il Tyropeon e porta alla Torre Antonia dove s’era insediato in quei giorni il Procuratore Romano. )…)   Arrivati al punto in cui la strada che scende dalla Torre Antonia gira verso le mura e sale alla Porta di Efraim, ci fu impossibile proseguire. Giuseppe cercava di filtrare per aprirsi un passaggio quando uno squillo di tromba annunciò l’avvicinarsi del corteo militare. Allora la folla si diradò e molti procedettero oltre. Ci fu possibile così occupare l’angolo dove la strada gira e sale verso le mura. Lì ci fermammo perché già era apparso il centurione a cavallo, seguito da altri soldati che tenevano al largo la folla. Il cuore ci batteva forte per l’ansia e per l’attesa di ciò che si sarebbe presentato ai nostri occhi.  (…)

Di mezzo alla ciurma spuntava un palo che avanzava lentamente, ondeggiando, con moti bruschi e incerti; improvvisamente disparve accompagnato da sarcastiche risate. Capii che si trattava di Gesù che portava sulle spalle il patibulum, il palo della croce, e che era caduto forse inciampando nel selciato. Con calci e spintoni lo fecero alzare caricandolo nuovamente del palo, mentre una guardia lo aiutava a reggersi tenendolo per una cintura legata ai fianchi. Era ormai a pochi metri da noi, e quando ce lo trovammo davanti ci rendemmo conto delle atrocità che erano state commesse su di lui: la testa coronata di spine, i lunghi capelli impiastricciati di sangue e di fango, il volto livido e tumefatto coperto di grumi, di sudore freddo, di sputi e di polvere, le labbra screpolate e riarse, le orecchie e il collo rigato da lividi; vestiva la sola tunica, quella inconsutile, dalla quale sulle spalle, sul petto e sulle braccia trasparivano le chiazze di umore sanguigno. La veste e il mantello li portava un soldato.
Dio mio, in quali condizioni l’avevano ridotto! Mi coprii istintivamente la faccia, mentre la Maddalena con un urlo si gettò verso Gesù gridando: “Maestro mio! Maestro mio!”. Un soldato la fermò afferrandola per le braccia. Gesù a quel grido riconobbe la voce e si voltò verso di noi, ma barcollando sotto il peso del patibolo, stramazzò per terra. Gli sgherri stavano per colpirlo e malmenarlo quando Giuseppe d’Arimatea con un balzo si avvicinò a loro gridando: “Lasciatelo!”. Si fermarono lì intorno, e si fece silenzio. Allora guardandoli con piglio fiero e autoritario, aggiunse: “Sollevatelo!”. Ed essi lo sollevarono.

Quando Gesù fu in piedi, Giuseppe gli indicò sua Madre. Maria si avvicinò a Gesù, e Gesù, vedendola, ebbe come un ritorno di energia e di forza, si rizzò dritto sul tronco e spalancò gli occhi che prima apparivano velati e stanchi. I due sguardi si incontrarono, come tante volte, in un silenzio che si apriva sull’abisso del cuore. Quelli che stavano intorno, quando videro Maria, zittirono tutti e nessuno ebbe il coraggio di muoversi. Allora Maria, con una voce infinitamente appassionata e infinitamente tenera: “Figlio mio!, - esclamò - come ti hanno ridotto!”, e due lacrimoni immensi le rigarono il volto. “Madre - fu la risposta - il mio dolore è anche tuo, ma anche il tuo dolore è mio! È la nostra ‘ora’!. Poi, con un sorriso impregnato d’amore e di dolore, soggiunse: “Grazie d’essere venuta. Raccogli intorno a te i miei discepoli”. Il centurione, accortosi che il corteo si era fermato, diede una voce ai soldati perché si riprendesse il cammino dopo aver caricato di nuovo il palo sulle spalle di Gesù. (…)

Avevamo percorso una ventina di metri quando da una casa che aveva l’aspetto di un’abitazione signorile, uscì una donna dal portamento distinto ed elegantemente vestita. Era accompagnata da un gruppo di donne in abiti da lutto che emettevano lamenti e lagrime. Con una mossa imprevista, la donna filtrò tra i soldati e le guardie fermandosi davanti a Gesù; estrasse dal suo ampio mantello un bianco lino, prezioso, lo depose delicatamente, con tenerezza quasi materna, sul volto del Signore aspettando che si imbevesse come se volesse detergere quel viso martoriato, poi lo tolse adagio e si ritirò. Il gesto della donna colse di sorpresa Gesù e le guardie. Queste non accennarono ad alcuna reazione, anche perché quella donna mostrava dignità e fermezza; Gesù invece si voltò verso le piangenti e disse: “Donne di Gerusalemme, non piangete su di me, ma su voi stesse e sui vostri figli; ecco, verranno giorni nei quali si dirà: beate le sterili e i grembi che non hanno generato e le mammelle che non hanno allattato! Perché se trattano così il legno verde, che avverrà del legno secco?. Allora quella donna ripiegò il velo, attese Maria e glielo consegnò. Maria trovò la forza di guardare la donna con un tenue sorriso carico di dolore ma anche di gratitudine per quel gesto di solidarietà squisitamente femminile e materna. Poi prese il lino, lo baciò intensamente e lo consegnò a Maddalena.

Il corteo riprese lentamente il suo cammino, ma dopo pochi passi Gesù non resse la fatica e si accasciò sulla strada. Cercarono di strattonarlo per la cintura e di smuoverlo con spintoni, ma Gesù non si mosse; restò con le mani e le braccia distese sul selciato e con la testa appoggiata su una guancia. Quella scena mi strappava il cuore, ormai non reggevo alla pena. Anche i soldati, preoccupati che Gesù non potesse proseguire oltre, chiamarono il centurione il quale si rese subito conto delle condizioni del “condannato”, ormai allo stremo delle sue forze. Si guardò intorno come per cercare una soluzione. In quel momento era entrato dalla porta di Efraim e stava scendendo la strada un uomo di mezza età, robusto, accompagnato da due giovani figli che portavano gli attrezzi di lavoro. Le fattezze e il portamento facevano capire che era un colono, oriundo da qualche regione vicina, che tornava dai campi. Il centurione ebbe una pronta intuizione: fece fermare quell’uomo e gli ingiunse di seguire Gesù portandogli il palo della croce; voleva assicurarsi che Gesù potesse giungere al luogo della crocifissione. Ma l’uomo reagì energicamente rifiutando con violenza quell’imprevista e ripugnante prestazione.
Nel frattempo uno dei figli si era avvicinato a Gesù che stava tentando con sforzi penosi di sollevarsi; si incontrò con il suo sguardo e lo riconobbe. Tornò da suo padre che stava dimenandosi tra due soldati: “Padre, - gli disse - quell’uomo è Gesù, il Rabbi Profeta della Galilea. Aiutalo!”. Quell’uomo, che poi seppi chiamarsi Simone, si calmò, andò verso Gesù che lo guardò intensamente con un lieve sorriso, poi, guardando la ciurma con una smorfia di disgusto, prese il palo della croce e, senza una parola, se lo caricò sulle spalle accennando a riprendere il passo. A tutti noi venne un sospiro di sollievo. Il gesto della donna e quello di Simone ci parvero una benefica rugiada in mezzo a tanta durezza, a tanta aridità e violenza. Alcuni della ciurma si erano spostati più indietro accanto ad altri due condannati che venivano portando anch’essi il patibolo. Erano due predoni della banda di Barabba ed erano stati condannati anch’essi alla crocifissione.




      2. VENERDI’ SANTO: 
          CROCIFISSIONE E MORTE DI GESU’

La crocifissione      Arrivammo così alla Porta di Efraim. Ci collocammo in disparte e vedemmo sfilare i soldati, le guardie che circondavano Gesù, i due condannati, poi il corteo dei sacerdoti e infine la plebaglia. Fu in quel momento che mi sentii chiamare per nome: era Giovanni che con Nicodemo, Myriam e Salome cercava di raggiungerci filtrando attraverso la folla che seguiva il gruppo degli Scribi e dei Sacerdoti, lungo il percorso che porta al Calvario. (…) Era, il Calvario, uno spuntone roccioso appena fuori dalla Porta di Efraim, sulla destra della strada che sale verso i monti, spoglio e calvo come un “cranio” (Golgota). Lì erano preparati gli stipiti delle croci.

Abbandonammo la strada che fu invasa dalla plebaglia manovrata dai sacerdoti e dagli Scribi e salimmo a ridosso delle mura della città, a una trentina di metri dal luogo dov’erano issate le croci. Di lì potevamo seguire il triste e crudele rituale della crocifissione. Le donne si consultarono con Giuseppe d’Arimatea per vedere cosa si poteva fare per aiutare Gesù, alleviargli il dolore oppure ottenere un trattamento più umano da parte dei carnefici. Ma ormai i soldati avevano circondato il luogo dell’esecuzione, e del resto Gesù aveva mostrato di voler gestire lui stesso la sua passione. Rifiutò infatti la pozione di vino mirrato che il centurione aveva offerto come analgesico a lui e agli altri condannati. La crocifissione dei due ladroni fu più semplice e fu eseguita per prima. I due urlavano, imprecando e maledicendo, con grida disperate e strazianti; si calmarono un poco quando furono innalzati sulla croce, e solo per effetto della pozione narcotica.

Vennero poi a Gesù. Lo spogliarono della tunica che misero da parte insieme alla veste e al mantello che un soldato aveva portato. Era la tunica inconsutile che Maria aveva terminato di tessere poco prima che Gesù lasciasse la sua casa. Quella tunica s’era allora saldata con le carni martoriate di Gesù e gli aveva in qualche modo fermato le emorragie, ma lo strappo violento della spoliazione riaprì molte ferite che colarono sangue lungo tutto il corpo. Quando quel corpo si presentò ai miei occhi nudo, fui preso dal terrore. Solo un odio satanico può ridurre un essere umano in quelle condizioni! Non c’era un lembo di carne che fosse integro; le spalle e la schiena maciullate, le braccia e le cosce sembravano mangiate dalla lebbra. Il quadro era terrificante; costringeva a una pietà infinita. Maddalena e Salome si voltarono verso le mura e furono prese da una forma di deliquio. Myriam fece ricorso al vasetto dei sali per rincuorarle. Maria teneva le dita incrociate sotto il mento e sussurrava con un filo di voce: “Gesù! Figlio mio! Figlio mio! Figlio mio!”, non riusciva ad aggiungere altro. Anche Myriam piangeva in silenzio accanto a lei; Giovanni e io eravamo come impietriti; sul dolore prevaleva il terrore.

Prima che Gesù venisse disteso sul patibolo, Giuseppe d’Arimatea si sciolse l’ampio copricapo di lino, fece un cenno ai soldati e si avvicinò a Gesù. Gli sgherri lo guardarono e lo lasciarono fare. Giuseppe prese il lino, lo piegò a forma di piccolo grembiule e lo cinse ai fianchi di Gesù per coprirlo. Allora gli sgherri presero la corona di spine e tornarono a conficcargliela sul capo, poi lo presero per i polsi e lo distesero sul patibolo. Cominciarono i colpi di martello, sopraffatti solo in parte dagli schiamazzi e dai sarcasmi della plebaglia che s’era distribuita intorno al “cranio roccioso” fin giù sulla strada.
Io non riuscivo a sopportare quella scena; istintivamente mi sarei messo vicino a Maria, ma, vedendola immersa in un dolore straziante, non ne ebbi il coraggio. Mi voltai indietro e non trovai di meglio che andare accanto a Maddalena e stringermi a lei come per chiederle aiuto. Tremavo infatti di paura. Essa si sentì come interpellata da quel gesto che le servì da scossone; pallida in volto, con gli occhi gonfi, mi prese le mani e: “Non aver paura, - cominciò - non aver paura! Gesù ci è stato tolto per ‘un poco’; lo riavremo perché Gesù è nostro, non può togliercelo nessuno. Non so spiegarmi ciò che sta accadendo, né perché lo trattano in questo modo. So soltanto che così deve accadere, che non posso impedire che così accada. Ma sarà solo per ‘un poco’. Non so nemmeno ciò che succederà dopo. Per ora so soltanto che non posso strapparlo dalle loro mani e che non posso aiutarlo. E questo mi fa morire. Vorrei essere io al suo posto, vorrei che li dessero a me quei colpi. Non è la paura che mi fa soffrire, ma l’amore. Il dolore fa paura, l’amore fa morire. Soffro perché lui soffre, muoio perché lui muore... Ma, non temere: è per ‘un poco’, è solo per ‘un poco’.

Intanto gli sgherri avevano inchiodato Gesù al patibolo e lo stavano issando sullo stipite della croce. Non un lamento da parte di Gesù, solo una leggera smorfia di dolore su quel viso disfatto e imbrattato. La sua croce era piantata nel mezzo, sul punto più alto del Golgota. Quando il suo corpo apparve appeso alla croce, un urlo di trionfo si levò dalla folla, mentre Farisei e sacerdoti approvarono applaudendo. Poi diedero sfogo agli insulti e ai sarcasmi: “Ehi, tu che distruggi il Tempio e in tre giorni lo ricostruisci, scendi ora dalla croce! Sono Figlio di Dio, hai detto, chiamalo ora che venga a salvarti… Hai salvato tanti altri e non sei capace ora di salvare te stesso… Sei il re d’Israele? Scendi dalla croce e ti crederemo!”.

Il coro degli insulti e degli scherni si mescolava alle risate e ai fischi, mentre il ladrone di sinistra vi aggiungeva le sue urla e le sue imprecazioni. La gazzarra si protrasse per qualche minuto. Intanto gli sgherri cominciarono la chiodatura dei piedi. A ogni perforazione, il corpo di Gesù rispondeva con un sussulto accompagnato da un respiro forte e affannoso. Durante un momento di silenzio, udimmo chiaramente le sue prime parole di crocifisso: “Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno”. Quelle parole furono accolte con sarcasmo dai Farisei che erano lì presenti, mentre il ladrone di sinistra gridò: “Se tu sei il Cristo salva te stesso e noi!”. L’altro ladrone rimase invece molto impressionato; non solo dalle parole di perdono di Gesù, ma da tutto il suo comportamento: non un urlo di rabbia, non una maledizione, non un gesto di ribellione o di insofferenza. Allora con grande sforzo si rivolse al suo compagno e cominciò a ricordargli le innumerevoli malefatte nelle quali furono complici, e finì rinfacciandogli il suo ingiusto comportamento blasfemo. Tacque per qualche istante come per farsi coraggio, poi guardando verso Gesù, con voce di supplica, esclamò: “Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo Regno”. Lo sguardo di Gesù s’illuminò e si diresse con immensa pietà verso il ladrone: “In verità ti dico, oggi sarai con me nel Paradiso”. Il ladrone cessò di gridare e di lamentarsi, chiuse gli occhi come se volesse assaporare interiormente le parole di Gesù mentre dal suo viso scomparivano le smorfie e le grinze di dolore; si vedeva che non era assopimento, ma qualcosa di simile alla pace dell’anima che gli faceva dimenticare la sua condizione di crocifisso.

Ecco tua Madre!”      Intanto i soldati si erano spartite le vesti di Gesù dividendo in quattro parti il mantello secondo le cuciture, e tirando invece a sorte la tunica inconsutile che non si poteva dividere. Improvvisamente si verificò nel cielo uno strano fenomeno: il sole cominciò a perdere lentamente il suo splendore come se un’atmosfera plumbea lo coprisse. Nell’aria si diffuse un cupo chiarore crepuscolare molto simile al buio. Un buio però nel quale le cose apparivano illuminate e si potevano distinguere nettamente. Così i crocifissi si stagliavano chiaramente sullo sfondo buio del cielo. Il fenomeno cominciò a impressionare la folla e noi tutti. Gli schiamazzi cessarono e la plebaglia cominciò a diradarsi; uno dopo l’altro molti dei sacerdoti e dei sinedristi lasciarono il Golgota, alcuni soldati furono sostituiti, e altri furono posti di guardia dietro i crocifissi.
A quel punto Giuseppe e Nicodemo, Maria e tutti noi ci avvicinammo alla croce fermandoci a pochi metri da Gesù. Visto così da vicino, il suo corpo si presentava come un quadro raccapricciante e spaventoso. Le membra erano tese fino allo spasimo, il petto sporgeva in avanti e la testa era leggermente inclinata sulla spalla sinistra; il corpo poi era tutto una piaga, rigagnoli di sangue, in parte coagulato e in parte ancora vivo, scorrevano lentamente dal volto e dalle membra lungo tutto il corpo; la guancia destra era tumefatta e le labbra riarse e screpolate; e poi… quelle spine che penetravano nella testa, e quei chiodi che perforavano i polsi e i piedi, e le ginocchia scorticate fino all’osso!
Dio mio! Come si può ridurre un essere umano in quelle condizioni? La Maddalena non riuscì a trattenersi, e lasciò sfogo a un pianto dirotto e inconsolabile; io, rabbrividito, mi posi con Giovanni accanto a Maria; dall’altra parte erano Myriam e Salome. Al pianto disperato di Maddalena, Gesù alzò la testa, aprì gli occhi, e con uno sforzo doloroso si sollevò facendo leva sulle braccia. Guardò lungamente sua Madre in silenzio; poi, osservò uno a uno ciascuno di noi. Il suo sguardo era quello dei momenti più intensi: profondo, esigente, dolcissimo, anche se coperto da un velo di tristezza e di dolore. Quando si posò su di me, mi accorsi che le labbra di Gesù accennavano a un tenue sorriso che richiamava la nostra lunga familiarità e amicizia. Io mi sentii morire e mi sfuggì a mezza voce: “Gesù mio… grazie!”. In un istante, quanti ricordi alla mia memoria! Quanti momenti indimenticabili vissuti insieme!… “Gesù mio... grazie!”.

Con un nuovo sforzo delle braccia, Gesù si sollevò diritto sulla croce, guardò nuovamente sua Madre con un’espressione estremamente intensa e amorosissima, poi con voce colma di affetto: “Donna, - esclamò - ecco tuo figlio!”, e guardò affettuosamente Giovanni che era lì accanto a lei. L’Apostolo, colto di sorpresa, guardò Gesù con sguardo interrogativo cercando di capire. Gesù allora soggiunse: “Ecco tua madre!” e girò il capo in direzione di Maria. I due, Maria e Giovanni, si guardarono l’un l’altro e intuirono di aver colto il desiderio di Gesù. Maria allora prese per una mano Giovanni e lo attirò a sé stringendolo forte al petto, mentre due grosse lagrime le rigavano il volto.  (…)

E reclinato il capo, spirò”      Dopo essersi rivolto a Maria e a Giovanni, Gesù stette per qualche tempo in silenzio. Del resto egli cominciava a dare segni evidenti di sfinimento e di estrema spossatezza. Le braccia non riuscivano a sostenere a lungo il corpo diritto sulla croce. Il petto e la testa sporgevano penzoloni in avanti come se quella posizione gli consentisse un po’ di sollievo. Anche l’altro ladrone aveva cessato le grida e i lamenti, e i suoi gemiti andavano affievolendosi. Lui e il suo compagno, anche per effetto della pozione narcotica, si erano assopiti.
Improvvisamente, come se fosse scosso da una rinnovata forza interiore, Gesù si sollevò sulle braccia, alzò la testa verso il cielo e con voce forte esclamò: “Elì, Elì, lammà sabactani?. Sono le parole di inizio del Salmo 21: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”. I farisei e alcuni dei presenti si guardarono con un sorriso di scherno: “Senti, senti, - esclamarono - forse chiama Elia!... Vediamo se viene a liberarlo!”. Ma Gesù continuò la recita del Salmo con voce accorata. Alcuni versetti li recitò adagio, scandendo le parole con tono di sofferenza: “Sono un verme, non un uomo, infamia degli uomini, rifiuto del mio popolo. Mi scherniscono quelli che mi vedono, storcono le labbra, scuotono il capo. Si è affidato al Signore, lo scampi; lo liberi se è suo amico… Un branco di cani mi circonda, mi assedia una banda di malvagi; hanno forato le mie mani e i miei piedi, posso contare tutte le mie ossa. Essi mi guardano, mi osservano: si dividono le mie vesti, sulla mia tunica gettano la sorte, ma tu, Signore, non stare lontano, mia forza accorri in mio aiuto… Torneranno al Signore tutti i confini della terra, si prostreranno davanti a lui tutte le famiglie dei popoli… E al popolo che nascerà diranno: “Ecco l’opera del Signore!”.

Nell’atmosfera ottenebrata e plumbea, quelle parole di Gesù ci cadevano addosso ancora più pesanti, cariche di tragedia e di dolore, e le stesse espressioni di fiducia e di speranza che sono disseminate lungo quel salmo, non sapevamo come giustificarle. Le parole di sfida gridate dai nemici di Gesù durante la crocifissione: “Ha confidato in Dio, lo liberi ora se gli vuol bene!”, ci sembravano crudelmente vere. Ma poi, guardando Gesù, il suo volto ispirato, il suo corpo stranamente illuminato nell’aria buia, sembrava che egli avesse ritrovato la forza della sua preghiera di Figlio, e quelle parole di sfida ci apparivano diabolicamente false. Quella preghiera salmodica invece era rigorosamente attuale, si stava compiendo in quel momento sotto i nostri occhi, ed era il grido fiducioso del Figlio, grido che penetrava nei Cieli fino al cuore del Padre, con la certezza che il Padre lo avrebbe ascoltato.

Tuttavia la recita del Salmo era costata a Gesù una fatica immane. Nonostante qualche breve pausa tra una strofa e l’altra del salmo, la voce gli era uscita con uno sforzo che faceva pena, accompagnata da un respiro affannoso. Quel respiro a bocca aperta e soprattutto l’ingente perdita di sangue avevano reso “arido come un coccio il (suo) palato, e la (sua) lingua si era incollata alla gola”. Spossato e costretto a lasciarsi andare come se fosse preso da collasso, Gesù emise un gemito esclamando: “Ho sete!”. Uno dei soldati che stava di guardia sotto la croce, quello a cui era toccata in sorte la tunica inconsutile, avendo udito il gemito di Gesù, mosso forse da compassione, prese una spugna, la inzuppò nel vaso dove i soldati tengono la loro bibita dissetante (acqua e aceto), la infilzò sulla sua asta militare e la avvicinò alle labbra del Signore. Gesù succhiò qualche goccia, poi: “Basta così”, sussurrò e, chiusi gli occhi come se volesse concentrarsi interiormente, aggiunse: “Tutto è compiuto!”.

Seguì un silenzio denso di mistero. Noi eravamo diventati muti, non avevamo più parole. La tristezza e la rassegnazione avevano intorpidito il nostro animo, e non aspettavamo altro che la fine. Maria, in mezzo a noi, continuava ad essere assente; guardava Gesù con occhi di dolore e di tenerezza, e ogni tanto li chiudeva come se interiormente qualcuno la chiamasse, o altri pensieri la portassero lontano. E in verità solo lei, la Madre degli uomini, poteva in quel momento misurare la dimensione universale ed eterna di ciò che stava accadendo sotto i nostri occhi, la portata cosmica di quel sacrificio tremendo e doloroso, l’abisso dell’amore salvifico nel suo Gesù crocifisso.

Anche la percezione del tempo era venuta meno; non sapevo rendermi conto da quanto tempo eravamo lì, né che ora fosse. Il sole era scomparso coperto dalla caligine, e noi non avevamo altri riferimenti. Nemmeno la stanchezza e il peso delle emozioni bastavano a darci la misura delle ore trascorse. Del resto, dentro di noi era ormai rimasto un unico desiderio: che tutto quello strazio finisse, dal momento che né un gesto miracoloso, né una dimostrazione del suo potere divino era più pensabile da parte di Gesù. Non restava perciò che augurarsi che tutto quel dolore avesse termine. D’altra parte, Gesù stesso aveva fatto capire chiaramente che quella era l’ora della sua totale immolazione, che la sua missione doveva passare attraverso il sacrificio di sé stesso, sebbene per gli Apostoli e i discepoli tutto restasse inspiegabile e incomprensibile.

Perciò quel “Tutto è compiuto!” che Gesù aveva proferito ci fece capire che si era arrivati ormai alla conclusione: tutto quello che egli doveva fare, l’aveva fatto, non gli restava che consegnarsi definitivamente alla morte, o meglio, alla volontà del Padre. Io poi mi chiedevo, in cuor mio, come avesse potuto resistere tanto, dopo tutto quello che aveva sopportato e sofferto. Restava tuttavia in me l’ansia angosciante per il momento finale perché non sapevo come e con quale violenza si sarebbe compiuto.

Perciò, pur non sorpreso, fui colto da spavento, quando improvvisamente vidi Gesù drizzarsi, scosso da un sussulto come se si svegliasse dal sonno, sollevarsi con tutta la forza delle braccia, alzare il volto e gli occhi verso il cielo e, cavando dal petto tutta la voce che gli era rimasta, gridare: “Padre, nelle tue mani affido il mio spirito!”. Fu un grido immenso che sembrava scuotere la terra e lacerare il buio del cielo. Mi penetrò nelle ossa come un brivido. Dopo quel grido, Gesù emise un grande respiro e restò per qualche istante immobile. Poi, di colpo, crollò su sé stesso violentemente: si era consegnato alla morte. Tutto il suo corpo ebbe un forte contraccolpo e la croce oscillò cigolando. Dalle ferite uscirono gli ultimi rivoli di sangue. Aveva gli occhi socchiusi, la bocca leggermente aperta e il capo, reclinato a sinistra, appoggiato sul petto.

In quello stesso momento si udì nell’aria un immenso boato che si diffuse in lontananza, moltiplicato da echi sordi e minacciosi, e la terra, sotto i nostri piedi, fu attraversata da un brivido improvviso e violento. La scossa fu tale che la roccia del Cranio si aprì trasversalmente con una fenditura che lasciò atterriti anche i soldati di guardia. I cavalli si spaventarono e, drizzandosi sulle zampe posteriori, lanciavano in aria alti nitriti, e solo l’abilità del centurione riuscì a calmarli. I soldati da parte loro balzarono in piedi, e guardandosi intorno frastornati, misero mano alla spada. Un senso di panico ci prese tutti e istintivamente ci stringemmo gli uni agli altri, vicino a Maria. Gli ultimi superstiti della plebaglia e i Giudei che erano rimasti si diedero alla fuga precipitosamente, dileguandosi; anche alcuni passanti che si erano uniti alla folla e alle sue imprecazioni, atterriti da quanto accadeva, si allontanarono invocando Jahvé, appellandosi alla sua clemenza e al suo perdono.

Dopo qualche istante tornò il silenzio: non una voce, non un grido, non un rumore; tutte le cose intorno a noi si erano fermate, era come se si fosse spenta la vita. L’oscurità s’era fatta più intensa e tuttavia i corpi risultavano ben visibili, come se fossero illuminati. Quello di Gesù, appariva in alto con una appariscenza strana che lo rendeva più evidente, quasi luminoso, e occupava il centro di tutto lo scenario circostante. Era un corpo esangue, senza vita; sul suo pallore le piaghe e le ferite risaltavano come sigilli di dolore su una carne lacerata. E tuttavia erano per me come rubini preziosi, come bocche ardenti che parlavano d’amore. Il volto appariva disteso in una pace profonda e sovrumana: non una ruga, non una piega di dolore, non una smorfia di sofferenza. Sotto la maschera di un corpo straziato e vilipeso, traspariva integra tutta la nobiltà, la dignità e la maestosità di una figura che aveva affascinato le folle della Galilea e della Giudea, uomini e donne di ogni età e condizione, peccatori di tutte le categorie che in lui avevano incontrato la misericordia.



3.. VENERDI’ SANTO       LA SANTA CROCE

Un soldato gli aprì il costato      Quando i fenomeni che ci avevano disorientati e atterriti cessarono, l’atmosfera cominciò lentamente a rischiararsi; era una luce strana che proveniva dall’aria stessa e non dall’esterno. Anche noi tornammo lentamente alla nostra realtà, e ci guardammo come per interrogarci su che cosa fare. Intanto il centurione, salito sul suo cavallo, si accingeva a rientrare in città per riferire a Pilato tutto l’accaduto. Passando davanti alla croce di Gesù, si fermò, alzò lo sguardo verso il Crocifisso e stette in silenzio qualche minuto. Poi si voltò: “Quest’uomo, - disse con voce grave e ferma che rivelava la sua assoluta convinzione - quest’uomo era davvero un giusto; forse per davvero un figlio di Dio!”.

A quel punto Giuseppe d’Arimatea, che aveva già pensato in cuor suo come provvedere alla sepoltura del Signore, domandò al centurione di accompagnarlo da Pilato per chiedere la restituzione del corpo di Gesù, e impedire così che venisse gettato nella fossa comune riservata ai condannati. Noi, per tutto quel tempo, restammo lì, in silenzio e in attesa. Dentro di noi era subentrato un senso di riposo e di pace: finalmente tutto quel dolore era finito! Ora non restava che ci venisse restituito Gesù; quel corpo adorabile e martoriato doveva tornare nostro, totalmente e solamente nostro, e per sempre.
Intanto arrivarono i messi dei Sommi Sacerdoti; dovevano verificare che tutto fosse stato portato rigorosamente a termine secondo i loro programmi. Quel sopralluogo così tempestivo e minuzioso nascondeva un’inquietudine, una paura che minava la certezza della loro vittoria. La paura divenne sospetto quando seppero che Pilato aveva concesso ai discepoli, attraverso Giuseppe, il corpo di Gesù. D’altronde volevano chiudere in fretta tutta la faccenda, e perciò essi stessi si erano recati da Pilato perché ordinasse ai soldati di accelerare la morte dei condannati e di toglierne i cadaveri prima del tramonto, perché non venisse profanato il giorno solenne della Pasqua.

Poco dopo arrivò anche Giuseppe d’Arimatea con l’autorizzazione sigillata di Pilato. Era accompagnato da un servo che portava un grosso rotolo di lino nuovo, un sudario e un corredo di fasce: quanto poteva servire per la sepoltura. A breve distanza lo seguì un centurione con un drappello di soldati armati di mazze e di clave. Il centurione osservò attentamente i condannati e diede ordine ai soldati di applicare il crurifragio ai due ladroni i quali, nonostante le loro disperate condizioni - sembravano assopiti in coma profondo -, davano ancora evidenti segni di vita. Infatti, ai colpi di clava e di mazza, violenti e spietati - si udì chiaramente il crac dei femori spezzati -, i due crocifissi gettarono un grido simile a un lungo gemito che andò lentamente spegnendosi. Le donne, Giovanni e io, ci eravamo allontanati di qualche metro e avevamo rivolto lo sguardo altrove per non assistere a quella crudeltà che ci provocava orrore e turbamento.

Ma la nostra preoccupazione riguardava soprattutto la sorte che sarebbe toccata a Gesù. Allora Nicodemo e Giuseppe si avvicinarono al centurione e parlarono con lui. Gesù era morto veramente e perciò non c’era bisogno del crurifragio. Il centurione acconsentì; egli aveva assistito all’incontro di Giuseppe con Pilato il quale, con gesto magnanimo, col quale forse intendeva risarcire la sua coscienza, gli aveva concesso il corpo di Gesù senza alcun compenso, che di solito era pesantissimo; anzi, l’aveva trattato con rispetto e attenzione. Perciò il centurione si sentì in dovere di essere anche lui disponibile verso Giuseppe, e volle accettare la sua richiesta, ma aggiunse che non intendeva incorrere in sanzioni per non aver osservato l’ordinanza di Pilato. Perciò chiamò un soldato esperto di queste operazioni affinché applicasse a Gesù il colpo di lancia al cuore. Ci avvicinammo tutti al centurione pieni di trepidazione; volevamo assistere a quell’intervento che ci riempiva di tremore. Il soldato salì a cavallo e si avvicinò alla croce. Puntò la lancia fra due costole nella parte destra del petto del Signore, poi con un colpo secco e deciso spinse la lancia in direzione del cuore verso sinistra, dal basso verso l’alto.

Maria, che dopo la crocifissione non aveva più parlato ed era rimasta assorta in un silenzio contemplativo che invitava ciascuno di noi all’amore e al dolore, mormorò con voce piena di affetto: “Figlio mio! Gesù, Figlio mio!”, e quando il soldato estrasse lentamente la lancia dal petto di Gesù, vedemmo uscire un rivolo di sangue ancora vivo seguito da un rivolo di plasma, chiaro e lattiginoso, segno che la lancia aveva raggiunto il cuore alla punta e l’aveva squarciato completamente. Un sospiro di pena e insieme di sollievo uscì da tutti noi, mentre il fiume delle lacrime riprese a scorrere dai nostri occhi che ormai da alcune ore non riuscivano più a piangere.

In verità, mentre il crurifragio dei due ladroni ci aveva così profondamente turbato da non sopportarne la vista, il colpo di lancia al cuore di Gesù fu per noi un gesto che ci commosse intensamente. Non orrore, non fastidio o raccapriccio, ma commozione, quasi tenerezza. Forse perché sapevamo che Gesù era morto e non poteva ormai soffrire più, forse perché il suo cuore squarciato ci richiamava il suo indicibile amore, sta di fatto che le nostre lacrime erano lacrime di pace, di sollievo, di affettuosa tenerezza. Fu istintivo per tutti stringerci vicino a Maria che ci guardava commossa, mentre le lacrime stillavano dai suoi occhi pieni d’amore.

Incominciarono allora le operazioni per la deposizione del corpo di Gesù dalla croce.  (…)
Il tempo per fare tutto era effettivamente poco. Fortunatamente Giuseppe d’Arimatea aveva già pensato in cuor suo ad ogni cosa: aveva deciso di mettere a disposizione la sua tomba nuova scavata nella stessa roccia del Calvario; era situata nel podere di sua proprietà, che si estendeva subito dopo il Golgota, lungo le mura della città. Giuseppe era un uomo meraviglioso; fu una vera provvidenza in tutte le vicende della Passione e della morte di Gesù. Aveva un carattere pratico, deciso; era generoso e si muoveva con molta libertà di fronte ai capi del Sinedrio. Era legato da profonda amicizia con Nicodemo. Era stato infatti Nicodemo a parlargli di Gesù e a farglielo conoscere.

L’abbraccio della Madre - La “Pietà”      Arrivò così il momento più commovente, quello in cui, dopo essere stato schiodato e deposto dalla croce, potemmo avere nelle nostre mani il corpo santo e benedetto di Gesù. Il nostro cuore fu preso da un’indicibile commozione e ci batteva forte nel petto: finalmente Gesù tornava nostro. Il desiderio incontenibile di accarezzarlo, di avvolgerlo nelle nostre mani calde di pietà e di tenerezza, e ripagarlo di quanto le mani dure e impietose dei carnefici gli avevano inferto, trovava finalmente modo di effondersi in tutte quelle manifestazioni di pietà e di devozione che il cuore ci suggeriva.
Disteso per terra sopra un telo, Gesù fu preso tra le braccia da Maria che, in ginocchio, seduta sui talloni, lo teneva dolcemente sul suo grembo. Il suo sguardo scorreva lentamente dalla testa ai piedi e poi dai piedi alla testa come se volesse percorrere con il suo infinito dolore le tracce lasciate dalla furia degli uomini. Con la mano prese il braccio di Gesù, se lo portò alle labbra e sul foro del chiodo depose un bacio ardente e tenero pari all’intensità del suo amore materno. Aveva cessato di piangere, ma i suoi occhi, pur segnati da un dolore immenso, conservavano la dolcezza e la profondità di un tempo.
Maddalena, inginocchiata accanto a Maria, volle per sé il privilegio di liberare Gesù dalla corona di spine. Con fatica la sfilò usando ogni precauzione e delicatezza per non lacerare la pelle già livida, la disincagliò dai capelli impregnati dei grumi di sangue, di sudore rappreso e di polvere; si guardò intorno e, vedendomi lì vicino, la consegnò a me come se mi affidasse un tesoro, poi prese tra le sue mani la testa di Gesù con un gesto di indicibile tenerezza, e appoggiando le labbra su quella fronte martoriata, la coprì di baci con l’amore ardente del suo cuore ferito e innamorato.

Myriam e Salome, da parte loro, cercavano di tergere quelle membra santissime offese e insudiciate dagli sputi, dal fango e da altra sporcizia; sulle piaghe poi, passarono con estrema delicatezza, leggermente, quasi evitandole, come se si trovassero di fronte a qualcosa di intangibile e di santo da trattare con sommo rispetto. D’altronde non restava tempo per lavare il corpo di Gesù e prepararlo per una definitiva sepoltura. Ormai incalzava il tramonto, le guardie e i vari inservienti premevano con urgenza, e alcuni sinedriti in rappresentanza dei Sommi Sacerdoti volevano assistere alla sepoltura e vedere dove lo avrebbero messo.

Nicodemo e Giovanni erano già tornati accompagnati dai garzoni che recavano una grossa quantità di aloe e di mirra. Allora Giuseppe fece collocare il lungo lenzuolo di lino impregnato di aromi sopra la stuoia, e su una metà di esso fece deporre il corpo di Gesù. Le donne composero quel corpo amatissimo con estrema cura: gli riordinarono i capelli, tolsero il piccolo grembiule e gli incrociarono sul davanti i polsi e le mani. Prima di ricoprirlo con l’altra metà del lenzuolo, gli tributarono un ultimo gesto di devozione e di affetto: Myriam e Salome gli baciarono i piedi, la Maddalena gli accarezzò i capelli e lo baciò sulla fronte, infine Maria piegandosi sulle ginocchia, appoggiò le labbra sul petto del Signore baciando lo squarcio ormai esangue del costato.
Giovanni stava vicino a Salome; io, che mi trovavo dietro a Maria e tenevo avvolta nel velo della Maddalena la corona di spine, non potei fare nulla, solo mi sfuggì a fior di labbra: “Gesù, ti aspetto! Torna presto!”. Non so perché, ma in me avvertivo la convinzione che Gesù non poteva finire così. Del resto, Gesù ci aveva detto tante volte: “Tornerò a voi… mi vedrete di nuovo… vi attendo in Galilea…”; e anche Maria aveva saputo conservare, pur in mezzo a tanto dolore, una grande serenità, segno che in lei non c’erano pensieri di disperazione come se tutto fosse finito.

Intanto le operazioni di sepoltura continuarono all’insegna dell’urgenza. Totalmente avvolto nel lenzuolo, il corpo di Gesù venne fasciato con larghe bende inzuppate di aromi. Il suo volto fu poi ricoperto da un sudario. Così preparato, fu sollevato con la stuoia e trasportato dentro il giardino, lontano pochi metri, e fu deposto davanti al sepolcro. Era, quel sepolcro, una tomba scavata nella roccia stessa del Golgota, con un vestibolo e una camera funeraria provvista di un tavolo di pietra. Su quel tavolo fu deposto il corpo di Gesù. I sinedriti che, senza dire una parola, avevano seguito tutte le operazioni di sepoltura, vollero entrare nel sepolcro per rendersi conto di tutto. Allora anche le donne entrarono e vollero vedere dove e come era stato posto Gesù. Avevano infatti preso accordi tra loro con l’intenzione di tornare, dopo il sabato, a completare le operazioni di sepoltura, forzatamente affrettate, con l’aggiunta di altri aromi, a sostituzione di quelli che durante il sabato sarebbero evaporati.

Prima che fosse chiuso il sepolcro, Maria chiamò Giuseppe e gli manifestò il desiderio che nel sepolcro fossero collocati anche i due pali della croce. Era l’unica cosa rimasta a Gesù. Quella croce gli apparteneva, ed era giusto perciò che fosse chiusa con lui nel sepolcro. Inoltre quel legno era inzuppato del suo sangue, il sangue di suo Figlio, il sangue prezioso sparso per liberare il mondo dai suoi peccati, il sangue che lei, la Madre, gli aveva dato un giorno portandolo in grembo. Il desiderio di Maria fu subito accolto da tutti con commozione. Giuseppe mandò a prelevare la croce - sul Golgota non c’era ormai più nessuno - e la fece collocare nel vestibolo del sepolcro. Al suo passaggio Maddalena la baciò e la abbracciò con tutto il trasporto del suo animo appassionato.
Giuseppe d’Arimatea, poi, fece chiudere il sepolcro con la grossa pietra che era stata preparata e, raccolta ogni cosa - di Gesù non era rimasto più niente: non la veste, non il mantello, non la tunica, non i sandali, nulla, solo la corona di spine - ci avviammo per rientrare in città. Il sole era scomparso dietro l’orizzonte come se fosse andato a riposare dopo la giornata più lunga e faticosa di tutta la sua storia. Ma anche Gesù aveva trovato finalmente, nel sepolcro, il riposo dalle sue fatiche e dalle sue sofferenze. Del resto, anche per noi, il riposo sabbatico arrivava come un dono provvidenziale e benefico.

La Croce      Gesù, ora davvero tutto è compiuto! “Consummatum est!” I cieli e la terra ti hanno contemplato appeso a quel legno. Ora giaci nel sepolcro, e quel sepolcro chiuso e sigillato vuol significare che tutto è davvero compiuto. La missione ricevuta dal Padre e iniziata nel grembo di Maria quando hai detto: “Vengo, o Padre, a fare la tua volontà” ha raggiunto oggi su quella croce il suo sublime compimento. Tutto è dunque compiuto, ma non tutto è finito.
Quella croce, anche se tolta dal Calvario, rimarrà ormai per sempre piantata nella carne della terra, e proietterà la sua ombra sul tempo e sulla storia umana, un’ombra gigantesca, sempre più grande lungo i secoli. La tua croce, da segno di maledizione, è ora pegno di benedizione per tutta l’umanità. È l’Albero della Vita, il legno da cui sgorga il fiume della Misericordia. La tua Chiesa sarà così il “Popolo della Croce”, e porterà la croce lungo tutti i cammini della terra come un vessillo regale. La croce sarà il sigillo con cui Dio firmerà le sue opere.

Gesù, non tutto è finito. La tua croce continuerà a cercare non solo il suo “cireneo” che la porti e la pianti sulla cima di tutte le attività umane e la inscriva nelle viscere del mondo, ma anche il suo crocifisso che venga a “completare nella sua carne ciò che manca” alla tua passione. Gesù mio, non tutto è finito. La tua passione continuerà nella tua Chiesa e continuerà nella vita di ogni discepolo che vorrà seguirti.
“La Croce sul tuo petto?… - Bene. Ma… la Croce sulle tue spalle, la Croce nella tua carne, la croce nella tua intelligenza. - Così vivrai per Cristo, con Cristo e in Cristo” (Cammino n. 929).
“Quando vedi una povera croce di legno, sola, senza importanza e senza valore … e senza Crocifisso, non dimenticare che quella Croce è la tua Croce, quella di ogni giorno, quella nascosta, senza splendore e senza consolazione…, che sta aspettando il crocifisso che le manca: e quel crocifisso devi essere tu”. (Cammino n. 178).

Gesù, sono queste le verità che devo capire, le verità che devo vivere. Ecco perché non tutto è finito. “Quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me!”. Un giorno, quando scriverà il suo Vangelo, Giovanni, testimone con noi della tua crocifissione, ricorderà un’espressione del Profeta Zaccaria: “Guarderanno a colui che hanno trafitto”. Guarderanno a te, sospeso alla croce non dai chiodi, ma dall’amore. Guarderanno a te innalzato da terra e saranno attirati al tuo amore. Gesù mio, su quel legno che ti tiene innalzato da terra, trono e altare, tu resterai per sempre l’icona del dolore e della speranza umana. Davanti a te sfileranno gli uomini di tutti i tempi: per molti sarai uno scandalo, una provocazione alla loro intelligenza; per altri sarai una pazzia, un assurdo per la loro mentalità mondana; per molti altri sarai il libro sul quale hai scritto col tuo sangue l’amore e la misericordia del Padre. Un libro sempre aperto come le braccia che tieni spalancate verso il cielo e verso gli uomini. Su quel libro innumerevoli anime impareranno a conoscere l’amore, il sacrificio, il dono totale di sé; sulle tue piaghe aperte tutti noi potremo leggere il nostro nome e la nostra vita. Le tue ferite saranno il luogo del nostro riposo e della nostra pace.

Le tue ferite. Cinque fenditure immense nella roccia della tua carne; cinque sigilli di autenticità per il mondo intero. Per farti riconoscere dai tuoi Apostoli, mostrerai le mani, i piedi e il costato: le cinque lettere della parola: Amore.
La ferita della tua mano destra: quella mano che ha accarezzato bambini e innocenti, che è passata come balsamo su membra doloranti e corpi sofferenti, che ha sollevato la Maddalena e tante anime ferite dalla contrizione e dall’amore, che tante volte si è posata dolcemente sul capo di Giovanni, quella mano che ha beneficato tutti spargendo su tutti misericordia e salvezza.
La ferita della tua mano sinistra: quella mano che ha cacciato con forza i demoni, che ha domato il furore delle tempeste, che si è alzata contro i venditori del Tempio, quella mano che ha tremato di tristezza nell’offrire il boccone al traditore svelato.
E poi le ferite dei tuoi piedi: quei piedi che si sono affaticati sulle strade della terra in cerca degli uomini in fuga dalla casa paterna; che si sono impolverati e feriti sulle pietre della via dolorosa, i piedi che lacrime di pentimento hanno lavato, che baci ardenti hanno fasciato d’amore, che olio di nardo prezioso ha impregnato di devozione; i piedi di Dio, i piedi che “hanno aperto i cammini divini della terra”, che hanno lasciato orme di luce e di amore a quanti vorranno seguirti per annunciare agli uomini la salvezza e la pace.
E infine la grande ferita del tuo costato: la fenditura immensa spalancata sull’abisso della misericordia, la fenditura che conduce al Cuore di Dio, all’intimità con la vita trinitaria. Dal tuo cuore squarciato sgorga l’acqua viva della Grazia e della salvezza. “Guarderanno a Colui che hanno trafitto…”, “Chi ha sete venga a me e beva, chi crede in me”. Guarderanno a te con lo sguardo della fede, con gli occhi del cuore. Davanti al tuo cuore trafitto non è possibile non credere. Chi non ha fede è perché non ha guardato a te, trafitto sulla croce. Giovanni, che era lì testimone, ha “visto” quel colpo di lancia e lo ricorderà agli uomini perché credano.
Gesù mio, dentro le tue piaghe troveremo rifugio, troveremo la forza per la nostra debolezza, riposo per le nostre fatiche, sicurezza nei nostri dubbi, conferma per la nostra speranza, luce, conforto e gioia per la nostra anima. Gesù, guarderemo a te crocifisso per compiere anche noi la volontà del Padre, per morire anche noi alle opere della carne, per dare anche noi la vita per i nostri fratelli. Guarderemo a te crocifisso per capire che c’è un senso nel nostro dolore, che c’è fondamento alla nostra gioia, e una meta luminosa per la nostra speranza. Guarderemo a te crocifisso per capire che “Dio è Amore”.

101 - Cristo, la nuova Pasqua, è stato immolato      Quel venerdì sera fu per tutti un venerdì pasquale. In moltissime case di Gerusalemme le famiglie erano riunite per celebrare la Pasqua. Stavano consumando la cena dell’agnello che era stato sacrificato nel Tempio. (…) Tutti erano tornati alle loro case e sulla città era sceso il silenzio. Era il silenzio della sera di Pasqua e del riposo sabbatico. Ma per noi riuniti nella casa di Marco quel silenzio era un silenzio di lutto. Il clima che si respirava in casa era di tristezza e di sconcerto. Tutto era avvenuto così in fretta da non aver avuto nemmeno il tempo di renderci conto se c’era un motivo o un significato in tutta quella vicenda. Gli uomini avevano distrutto i nostri sogni; ci era stato tolto colui che per noi era tutto, il nostro futuro, la nostra certezza, la nostra speranza, il nostro amore, la persona alla quale avevamo ormai legato la nostra vita. In casa s’era fatto il vuoto, e dentro di noi il buio.

A rompere quel silenzio fu ancora una volta Maria. Ci raccolse tutti intorno a sé - Nicodemo e Giuseppe d’Arimatea erano tornati alle loro case per mangiare la Pasqua - e, rivolgendosi soprattutto agli Apostoli: “Figli miei, - cominciò - la gente sta celebrando la Pasqua nelle proprie case. Questa Pasqua, - voi lo sapete - Pasqua che celebriamo ogni anno, ricorda l’Alleanza stipulata da Dio con i nostri Padri quando il Signore li ha liberati dalla schiavitù. Oggi però è stata celebrata la nuova Pasqua, quella vera; l’ha celebrata lui, il nostro Gesù. Quella di oggi è stata la sua Pasqua. Quel Gesù che abbiamo visto appeso alla croce, aveva le sembianze dell’agnello. Il Signore ci ha fatto capire, oggi, che la nostra Pasqua è Gesù, è lui l’Agnello di cui parlava Giovanni ad alcuni di voi quando battezzava nel Giordano: l’Agnello che toglie il peccato del mondo. Gesù stesso, ieri sera, ci parlò del suo sangue come segno della nuova Pasqua, la nuova Alleanza che Dio ha voluto stringere col suo popolo. Oggi dunque su quella roccia del Calvario è stata celebrata la vera Pasqua. Non sappiamo come, ma Dio libererà Gesù dalla morte. Figli miei, avete un giorno creduto in Gesù? Continuate, anche ora, a credere in lui!”.

La voce di Maria era attraversata ogni tanto da un tremito di commozione, ma conservava nello stesso tempo un tono di fermezza, di assoluta convinzione che voleva trasmettersi al cuore di tutti noi. Tuttavia ebbi la netta impressione che le sue parole cadessero nel vuoto, o suonassero agli orecchi degli Apostoli come una lingua sconosciuta. I loro occhi erano, sì, fissi su Maria, ma lo sguardo era quello immobile di chi è smarrito o assente. Non che non volessero ascoltare, di fatto però erano in condizioni di non poter ragionare su quanto era accaduto, e tanto meno erano in grado di comprenderne il significato, se un significato c’era.
Inoltre sulla loro faccia si leggeva ancora l’umiliazione per il comportamento che avevano tenuto in quella notte: la paura, la fuga, l’abbandono di Gesù. Questo stato d’animo lo si avvertiva chiaramente nella domanda che Filippo, dopo qualche attimo di silenzio, rivolse a Maria: “Che cosa dunque dobbiamo fare?”. La risposta di Maria fu pronta e precisa: “Dobbiamo fare quello che Gesù ci ha detto”. E poiché lì per lì non riuscivano a discernere, fra le tante cose che Gesù aveva detto, quella a cui Maria si riferiva, lei aggiunse: “Dobbiamo tornare in Galilea. Là Gesù ha detto che ci avrebbe preceduto; e là noi dobbiamo andare”. Taddeo e Simone, i cugini di Gesù, osservarono: “Perché proprio in Galilea? Che cosa diremo agli abitanti di Cafarnao, di Nazareth e di Betsaida, e ai nostri parenti e ai nostri amici e ai conoscenti? Essi ci prenderanno in giro, diranno che siamo stati sciocchi, ingenui, che ci siamo lasciati ingannare stupidamente”.

Pietro ebbe uno scatto, e rivolto ai due discepoli: “Siamo già stati vili una volta, - disse - vogliamo continuare ad esserlo? Faremo quello che la Madre di Gesù ci ha detto”. Maria guardò Pietro con un sorriso pieno di affetto, e soggiunse: “Proprio così, Pietro, proprio così. Vi ho detto di continuare a credere in Gesù; non temete dunque e, come vi ha detto Gesù stesso: ‘Non si turbi il vostro cuore!’. E ora andiamo tutti a riposare; ne abbiamo davvero bisogno. Domani il Signore provvederà”.





SABATO SANTO:  L’ATTESA

Il sabato dopo la sepoltura      Quel sabato vide il “riposo di Dio”. Dal giorno della creazione nessun altro sabato conobbe un simile “riposo”. Gesù, Figlio di Dio, Verbo del Padre, colui per il quale tutto è stato creato, giaceva nel sepolcro. Era stata portata a termine la Redenzione. Tutto dunque era compiuto, il tempo era chiuso, non restava che attendere l’eternità. Tutto questo lo sappiamo ora, ma in quel giorno ben altri sentimenti occupavano il nostro cuore. Quanti eravamo nella casa di Marco ci sentivamo in balia dei pensieri più diversi. I discepoli consideravano ormai definitivamente crollato il progetto di Regno che essi avevano accarezzato in cuor loro; a quel punto, eravamo tutti convinti che l’unica cosa che potevamo fare era di tornare in Galilea, come Maria ci aveva ricordato, e attendere.

Attendere! In mezzo a quella repentina e assurda catastrofe era questa l’unica cosa che riuscivamo a capire. Attendere, perché eravamo convinti che sulle ceneri delle nostre speranze e dei nostri progetti qualcosa doveva nascere, qualcosa doveva accadere. Non poteva essere un inganno o un’illusione tutto quello che avevamo visto e udito in Gesù; due anni e mezzo di meraviglie, di prodigi, di sapienza così nuova e così alta, non potevano essere cancellati in quel modo. I discepoli tuttavia non riuscivano a dire una parola su tutto questo, si sentivano vuoti e come storditi, e d’altra parte non avevano la più pallida idea di ciò che li attendeva.
Conoscendo Gesù fin dalla nascita e avendo assistito ai fatti più importanti della sua vita, quelli segnati dal sigillo del Padre e dal soffio dello Spirito, io ero sicuro che le cose non sarebbero finite lì, ma cercavo di saperne di più. Perciò durante quel sabato mi tenni il più possibile vicino a Maria; speravo di cogliere da lei qualche accenno su quello che sarebbe accaduto dopo tutto il dolore e tutte le lacrime del giorno precedente. Sì, dovevamo andare in Galilea e attendere, ma attendere che cosa? Attendere Gesù? Sarebbe forse risorto anche lui alla maniera di Lazzaro? Sarebbe poi venuto in Galilea da solo o accompagnato da qualcuno? E avrebbe ricominciato lì il suo ministero? In che modo?... Queste e molte altre erano le domande che si affollavano alla mia mente e che erano nascoste in quell’attesa. Ma da Maria non una parola, non un cenno. Era in mezzo a noi la più serena; si preoccupava di tutti, cercava che fossimo fiduciosi e uniti, e anche che ci riposassimo e ci rifocillassimo; era lei l’unica che in mezzo a quella catastrofe conservava la fede. Tuttavia nessun accenno da parte sua a una qualche previsione.

Notizie ci giunsero invece da fuori. Nel tardo pomeriggio arrivò da noi Giovanna, la moglie di Cusa. Era molto agitata e impensierita. Ci disse che era passato da lei Giuda in preda a una forte agitazione; aveva la borsa con molto denaro e voleva consegnarla a lei, ma ella non sapendo che cosa pensare, aveva rifiutato di accettarla e gli suggerì di usare il denaro, come tante volte aveva detto lui stesso, per i poveri. Se n’era andato, sconvolto.
A completare le notizie, arrivò poco dopo Nicodemo. Veniva dal Tempio dove si era incontrato con i sacerdoti e con gli altri del Sinedrio; si mostravano tutti preoccupati come se una strana inquietudine li avesse contagiati. I sacerdoti in particolare apparivano profondamente turbati e scossi da quanto era accaduto la sera precedente. Era accaduto che verso l’ora nona, l’ora della morte di Gesù, si era udito un sordo boato che scosse le fondamenta del Tempio, e un bagliore simile a uno strano lampo si era abbattuto sulla parte più interna del Tempio. Dopo qualche esitazione il sacerdote di turno entrò nel “Santo” dove si trova l’altare dell’incenso per il sacrificio vespertino; enorme fu la sua sorpresa quando vide lacerata da cima a fondo la cortina che separava il “Santo” dal “Santo dei Santi”, che è l’aula più interna e più sacra del Tempio. Era come se fosse stata annullata la separazione, che doveva essere rigorosissima, tra i due luoghi più sacri del Tempio. Quella cortina, impressionante per la grandezza e preziosità, era di un tessuto spesso, pesante, tutta ricamata d’oro, difficilissima quindi da lacerare. Perciò nei sacerdoti, allo stupore si aggiunse il tremore, come se una oscura minaccia gravasse sul Tempio.

I Sinedriti, invece, erano interessati a un ben diverso problema. Si erano riuniti per deliberare su una questione, a loro parere, importantissima: si ricordarono che Gesù aveva parlato di risurrezione e, poiché lo giudicavano un impostore, temevano un colpo di mano da parte dei discepoli, che avrebbero potuto far sparire il corpo di Gesù dando adito alla falsa notizia della sua risurrezione. Deliberarono quindi di inviare una richiesta a Pilato perché sigillasse il sepolcro e vi mettesse a guardia un picchetto di soldati. Dopo quello che aveva concesso, Pilato non ebbe alcuna difficoltà a concedere anche questo.
“Stavo uscendo da quell’incontro - continuò Nicodemo - quando vidi Giuda arrivare di corsa; era trafelato e sconvolto da mettere paura. Lo chiamai: ‘Giuda!’, ma non rispose. Si infilò dov’erano i sacerdoti gridando: ‘Ho tradito! Ho tradito l’innocente! Prendetevi il vostro denaro, non voglio più saperne!’, e agitava la borsa col suo peso maledetto. I sacerdoti lo guardarono - era uno sguardo di ghiaccio - e con un sorriso tra il beffardo e il compiaciuto: ‘Non è questo - dissero - il compenso che hai pattuito? Il nostro impegno noi l’abbiamo assolto; il resto non ci interessa. Non è affare nostro’. A quelle parole Giuda scagliò la borsa verso di loro con gli occhi divorati dal rimorso. I sicli d’argento, usciti dalla borsa, sghignazzarono sul pavimento. Avrei voluto fermare Giuda che, voltatosi, stava dandosi a una fuga disperata. Ma sentivo su di me gli occhi dei Sinedriti pronti a giudicare ogni mia mossa che fosse contraria alla loro legge. Perciò restai fermo, ma li guardai a uno a uno in silenzio. Allora il principe dei sacerdoti: ‘È denaro di sangue, - disse, facendo raccogliere le monete da un inserviente per non contaminarsi - non possiamo usarlo per il Tempio. Avevamo il programma di acquistare un terreno per farne un cimitero per gli stranieri: lo useremo per questo’.”. Nicodemo tacque, ma il silenzio della sala si riempì di nuovi interrogativi e di nuovo tremore.

Verso sera arrivarono Marta e Maria di Lazzaro per prendere accordi con Myriam e Salome su come completare la sepoltura di Gesù e avere anch’esse la possibilità di vedere, almeno per l’ultima volta, il Maestro. Sarebbero passate di buon mattino ad acquistare gli aromi necessari ed altre bende per poi recarsi insieme al sepolcro. Maria seguiva tutti quei discorsi in silenzio, continuando a occuparsi dei lavori di casa, e a incoraggiare Pietro e gli altri. Alle donne suggerì soltanto di non fare troppe spese per la sepoltura di Gesù, perché essa non esigeva più di quanto era già stato fatto. Il giorno dopo ci rendemmo conto del perché di questa raccomandazione: Gesù non ne avrebbe più avuto bisogno.
Alla sera ci invitò tutti alla preghiera. Scelse i salmi della fiducia e della speranza. Alla fine ci distribuimmo tutti nelle varie stanze, anche se quasi tutti eravamo ben poco convinti di poter prendere sonno. Solo a tarda sera ebbe il sopravvento la stanchezza.




IL GRANDE GIORNO:  LA RESURREZIONE

Il “grande giorno” n. 1    Alle prime luci dell’alba le donne erano già in piedi e si affaccendavano nei loro preparativi per andare al sepolcro. Sarebbero passate da Giovanna e con lei avrebbero fatto gli ultimi acquisti di aromi e di quant’altro fosse necessario per completare la sepoltura di Gesù. Quando partirono tornò il silenzio nella casa. Noi, ancora mezzo indolenziti e sonnolenti, restammo nei nostri giacigli, tutti tacitamente d’accordo sul fatto che dovevamo recuperare sonno e riposo.
Era rimasta in casa solo Maria la quale, come sempre, si muoveva in silenzio, leggera come un angelo, per risparmiare rumori e fastidi al nostro riposo. Nel frattempo si era adoperata a prepararci la colazione del primo mattino.

Arrivarono intanto i primi raggi del sole e i primi rumori del giorno che misero fine al nostro riposo notturno. Io, indossati in fretta sandali e tunica, mi mossi subito cercando di lei, di Maria. Salii al piano superiore, nella sala grande, il Cenacolo, sicuro che l’avrei trovata lì. Fu così, infatti, ma arrivato sulla porta della stanza mi dovetti fermare: nel vederla fui preso da uno strano senso di stupore e di trepidazione. Stava accanto alla finestra, immobile, come estasiata. Era soprattutto la sua figura a sorprendermi; sembrava un’altra persona: i suoi occhi scintillavano di gioia e di tenerezza, il suo volto era illuminato da un sorriso che mi ricordava quello del giorno dell’Annunciazione quando fu visitata dall’Angelo, tutta l’espressione del suo viso tradiva una felicità intima e misteriosa che doveva nascere da qualcosa di straordinario e di immensamente commovente.
Quando mi vide, mi venne incontro e, abbracciandomi forte: “Figlio mio, - cominciò - il nostro Gesù è ancora con noi! È ancora con noi!... Lo vedrai presto! Lo vedremo tutti! Non dobbiamo più temere, non dobbiamo più soffrire. Il dolore è finito, la paura è passata. Si è avverata la sua promessa, si è compiuta la sua parola. Sia ringraziato il Signore, nostro Dio, sia benedetto nei secoli! Egli ha realizzato per noi le meraviglie del suo amore, ha fatto trionfare la sua potenza e la sua misericordia!”.
Mi parlava con una commozione vivissima e indescrivibile, e nello stesso tempo, raccolta e dignitosa; non aveva nulla di scomposto e di eccitato. Solo alcuni lagrimoni le rigavano le guance come stelle luminose che brillavano di gioia. Stette in silenzio qualche istante; poi mi lasciò e si recò di nuovo alla finestra spingendo lo sguardo in direzione del sepolcro, poi verso il Tempio, poi in alto verso il cielo che andava tingendosi di rosa, poi ancora verso il Monte degli Olivi, infine tutto intorno come se contemplasse un panorama sconfinato o rileggesse in quei luoghi una struggente storia di dolore e di amore. Tutt’intorno tripudiava una primavera che riempiva l’aria di profumi e tingeva la luce di colori.

Venne di nuovo verso di me, si fermò a guardarmi con infinita tenerezza e tornò ad abbracciarmi come se volesse trasmettermi la sua gioia. Poi con voce sommessa, quasi mormorando, come se parlasse con sé stessa: “Era bellissimo! - continuò - Bellissimo! I suoi capelli erano tersi e splendenti, i suoi occhi traboccavano bontà e amore, le sue ferite erano pulite e vive, la sua carne luminosa, la veste bianca e splendente! Era bellissimo! Prese le mie mani fra le sue e le stringeva forte; erano ardenti e piene di tenerezza. Le guardai intensamente: erano mani vere, in carne ed ossa. Me le portai alle labbra coprendo le sue ferite di baci, finché Lui me le pose sul capo benedicendomi e infine mi strinse forte al suo Cuore in un abbraccio di paradiso. Era bellissimo!”.

Io, fino a quel punto, ero rimasto come interdetto, senza parole e senza pensieri precisi. Approfittai allora di quella pausa per chiederle che cosa mai significasse tutto questo e di che cosa intendesse parlarmi. Allora, come se improvvisamente si svegliasse da un’esperienza ineffabile e tornasse alla realtà: “Hai ragione, figlio mio - disse sorridendomi - hai ragione! Ma lo saprai, saprai tutto molto presto”. Poi si asciugò il volto, si ricompose nell’espressione e: “Andiamo, disse, andiamo a chiamare i tuoi amici. Hanno bisogno di cominciare la giornata con una buona colazione!”.
Pur sapendo che tutto il suo discorso si riferiva a Gesù, avrei voluto chiederle tante cose: “Com’era, da dove era entrato e da dove era uscito, che cosa le aveva detto e perché non s’era fatto vedere anche a noi...”; ma lei mi prese per mano e mi portò verso l’uscita del Cenacolo.


Il “grande giorno” (n. 2)      Stavamo scendendo al piano inferiore, quando si udirono pressanti colpi alla porta e la voce di Maddalena che chiamava con insistenza. Andarono ad aprire Giovanni e la madre di Marco. “L’hanno portato via, l’hanno portato via! - cominciò a gridare entrando tutta sconvolta - Il sepolcro è vuoto e chissà dove l’hanno messo!...”. Accorse anche Pietro che cercò di calmarla per capire di chi stava parlando. Ma la sua agitazione era incontenibile, e solo uno scoppio irrefrenabile di pianto mise fine alle sue grida. “Di Gesù, capite? - continuò dopo il primo sfogo - del suo corpo! Il sepolcro è aperto e lui non c’è più!”. E riprese il suo pianto dirotto.
Pietro e Giovanni si guardarono in silenzio e, come se si fossero capiti, infilarono di corsa la porta e presero la strada che conduce al sepolcro. Frattanto erano accorsi anche gli altri e facevano capannello intorno alla Maddalena che, tra i singhiozzi, rispondeva alle loro domande con lo stesso ritornello: “L’hanno portato via!”.

Intervenne la Madonna con Maria di Marco che aveva preparato la prima colazione: latte fresco, focaccia di pane azzimo, frutta secca e formaggi. L’invito a tavola incontrò il favore di tutti, e tutti si avviarono parlottando e scuotendo il capo in riferimento alle “allucinazioni” di Maddalena. Essa, con gli occhi gonfi di pianto, era andata a cercare qualche parola di conforto o di chiarimento da Maria, ma prima ancora di riceverne risposta, se n’era già andata correndo verso l’uscita.
I commenti dei discepoli continuarono, tutti improntati allo scetticismo e alla incredulità, non senza qualche frecciata ironica verso quella “esaltata” di Maddalena. Comunque ognuno cercava di esprimere una propria interpretazione e suggeriva proposte sul comportamento da prendere. Ma ecco improvvisamente arrivare il drappello delle altre donne capeggiato da Myriam e Salome, anch’esse sconvolte e in preda a forte agitazione. Furono immediatamente assalite da un fuoco di domande che si incrociavano da ogni parte aggiungendo confusione allo sconcerto.

Intervenne allora di forza la padrona di casa, Maria di Marco, imponendo il silenzio e chiedendo a Myriam di raccontare per filo e per segno quello che era accaduto. Myriam, sforzandosi di contenere l’emozione, cominciò a raccontare come, dopo essere uscite di casa, erano passate da Giovanna per fare insieme le spese necessarie per completare la sepoltura di Gesù, mentre Maddalena era corsa per conto suo al sepolcro. Dopo le opportune spese, si diressero anch’esse al sepolcro, preoccupate di come poter levare la pietra dall’imboccatura. Entrate nel giardino, restarono stupite nel vedere intorno al sepolcro i resti di un bivacco militare, ma restarono ancora più stupite nel constatare che il sepolcro era aperto, e la grossa pietra dell’imboccatura rovesciata.
Prese da timore, non ardivano avvicinarsi al sepolcro, anche perché esso appariva illuminato all’interno da due personaggi in vesti sfolgoranti che sembravano fare la guardia. Uno di loro, uscito fuori: “Non abbiate paura, - disse con voce invitante e amabile - voi cercate tra i morti colui che è vivo, Gesù Nazareno, il crocifisso. È risorto, non è più qui. Entrate e guardate il luogo dove lo avevano deposto”. Così dicendo lasciò libera l’entrata e sedette sulla grossa pietra.

Incerte e tremanti, Giovanna e Myriam si affacciarono a guardare. Videro il sepolcro effettivamente vuoto; allora il personaggio celeste che era seduto all’altro capo della tavola di pietra, le incoraggiò dicendo: “Non vi ricordate quando, ancora in Galilea, vi diceva che bisognava che egli fosse consegnato in mano ai peccatori, e crocifisso, ma che sarebbe risuscitato il terzo giorno? Non abbiate dunque paura!”. E subito l’altro angelo aggiunse: “Presto, andate a dire ai discepoli e a Pietro che egli vi precede in Galilea”. A queste parole, tutte furono prese da trepidazione e da gioia incontenibile e vennero di corsa a portare a tutti l’inatteso e sconvolgente messaggio.
Durante il racconto di Myriam, le altre donne riuscivano con fatica a trattenere la felicità che traspariva dai loro volti, mentre la faccia dei discepoli, muta e immobile, esprimeva perplessità e scetticismo. A riconciliare un poco gli animi, arrivarono a quel punto Pietro e Giovanni. Effettivamente era vero: Gesù non era più nel sepolcro e, precisò Giovanni, non poteva essere stato rubato perché le fasce erano intatte al loro posto e afflosciate, e il sudario ancora come avvolto. Che cosa dunque era accaduto? Giovanni in cuor suo era convinto della risurrezione di Gesù, ma gli altri Apostoli continuavano ad arrovellarsi in mille domande, rimanendo sempre più perplessi e confusi, combattuti tra speranza e scetticismo, senza approdare ad alcuna certezza.

Fu in mezzo a tutto quel trambusto che irruppero in casa Cleopa e Mattia; erano stravolti e costernati. Dopo i fatti di quei giorni, avevano deciso di tornare a Emmaus, il loro paese di origine, convinti che ormai era tutto finito. Avevano preso la strada che scende nella valle di Hinnon e che poi risale verso occidente in direzione del mare. Erano arrivati all’altezza della Geenna quando in un campo vicino alla strada notarono un gruppo di persone che guardavano inorridite giù da una scarpata, ai bordi del campo. Scesero anche loro per vedere di che si trattava. In fondo alla scarpata si presentò ai loro occhi uno spettacolo orribile: aveva ancora il cappio attorno al collo, gli occhi sbarrati, la lingua penzoloni, il viso cianotico e il ventre squarciato, forse dai morsi degli sciacalli o di altri animali notturni. Era quasi irriconoscibile, ma era proprio lui: Giuda.
Presi da orrore e raccapriccio, erano tornati per darne notizia ai discepoli, e per ricevere da loro qualche parola di incoraggiamento. Trovarono invece un ambiente surriscaldato, dove le notizie e i pareri più contrastanti si incrociavano in tutte le direzioni, ma tutti all’insegna del dubbio e dello scoraggiamento. Nemmeno la paura era del tutto passata, e ormai non si aspettava altro se non il momento di tornarsene al sicuro in Galilea.
Le donne, in particolare, erano mortificate per la fredda accoglienza riservata alla loro testimonianza e alle loro affermazioni. I più ostinati demolitori di tutto erano Tommaso, Giuda Taddeo, Simone e altri, vicini alla parentela di Gesù. Il più pensoso e incline all’ottimismo era invece Giovanni, che continuava a muoversi intorno a Maria con la convinzione che solo da lei si potevano avere notizie certe e sicure. Maria infatti, oltre che conservare la sua consueta serenità, mostrava la consapevolezza e la tranquillità di chi sa, mentre un’intima gioia traspariva dal suo volto. Si vedeva però che essa si teneva volutamente fuori da ogni discussione e, come sempre, aspettava l’intervento del Cielo.
Cleopa e Mattia, da parte loro, visto che l’ambiente degli Apostoli non era di nessun aiuto, pensarono che la cosa migliore era riprendere il cammino e tornare a Emmaus, seguendo però la strada che esce dalla porta occidentale di Gerusalemme per evitare la valle della Geenna. Dietro ai due discepoli se ne andarono anche le donne alle quali si erano aggiunte nel frattempo Marta e Maria di Lazzaro, Giovanna di Cusa e Maria di Marco, desiderose anch’esse di vedere il sepolcro e rendersi conto dell’accaduto.
Partiti i discepoli e le donne, in casa tornò la quiete e gli animi si placarono alquanto. Ne approfittò Pietro per uscire anche lui con l’intenzione - diceva - di recarsi da Nicodemo o da Giuseppe d’Arimatea per avere da loro qualche conferma.
La quiete tuttavia durò poco. Improvvisamente si udirono i soliti colpi alla porta e la voce di Maddalena che chiedeva insistentemente di entrare. Giovanni corse ad aprire e, come aprì la porta, vide Maddalena buttarglisi al collo abbracciandolo e gridando: “L’ho visto! L’ho visto! È proprio lui; è vivo, è vivo! Mi ha chiamata per nome, come faceva quand’era vivo… cioè quand’era con noi… insomma come mi ha sempre chiamata, con la sua voce calda, inconfondibile! È proprio lui; gli ho baciato i piedi trafitti e le mani piagate, e l’ho chiamato: Rabboni! Maestro mio! Maestro mio!”. E così dicendo si mise a saltellare sulla punta dei piedi come se ballasse, percorsa da fremiti di gioia incontenibile. Giovanni abbozzò qualche tentativo per calmarla e poter capire quello che stava dicendo, mentre accorrevano gli altri Apostoli attirati dalle grida gioiose di Maddalena. Appena se la videro davanti, si fermarono con la faccia coperta di delusione; Tommaso, Simone e qualche altro si allontanarono subito scuotendo il capo, convinti che si trattava di crisi isteriche: “È impazzita! - mormorava Tommaso - È impazzita!”.

Calmatasi un poco, Maddalena si guardò intorno e fissò una a una la faccia dei discepoli. Dalla loro espressione e dal loro silenzio capì che le sue parole non avevano riscosso alcun credito. Allora si recò da Maria e prendendole le mani: “Madre! - disse - tu almeno mi devi credere! Non mi sono sbagliata e nemmeno sono vittima di allucinazione. Credimi! Era proprio Gesù, il nostro Gesù, il tuo figlio diletto, il mio amato Maestro e Salvatore! Io lo credevo il guardiano del giardino, ma poi si manifestò chiaramente, con la sua fisionomia, con la sua figura, con la sua voce che tu ben conosci. E mi ha parlato di loro, dei suoi discepoli; li ha chiamati fratelli, e mi ha incaricato di venire qui a dir loro che è vivo e che li vedrà tutti in Galilea”.
Maria le sorrise amabilmente e la invitò a calmarsi, poi se la prese in disparte e: “Figlia mia, - le sussurrò - certo che ti credo! Sono sicura che era Gesù la persona che tu hai visto e che ti ha parlato. Ma tu non meravigliarti se loro non ti credono. Sono ancora troppo sconvolti e impauriti per tutto quello che è accaduto in questi giorni. E poi, ciò che tu hai visto, è un miracolo troppo grande e troppo lontano da ogni aspettativa per essere creduto subito. Inoltre, anche se Gesù ti ha incaricata di avvertire i suoi ‘fratelli’, l’apparizione che tu hai ricevuto, rimane una cosa particolarmente tua, è un dono che il Signore ha fatto a te e lo ha fatto per te; è una carezza che egli ha voluto darti. Perciò conservala nel tuo cuore, custodisci nell’intimo della tua anima la gioia che essa ti ha procurato e che ti ricorda l’affetto e la predilezione di Gesù. Con loro poi non insistere, li convincerà il Signore”.

Giovanni, che s’era avvicinato a Maria, chiese a Maddalena di raccontargli di nuovo l’accaduto anche nei particolari. Lo vedevo pensoso e sempre più convinto che si trattava di una cosa seria, per niente inverosimile.
La quiete che l’intervento della Maddalena aveva per un momento compromesso, andò completamente perduta quando, poco dopo, arrivò il gruppo delle donne. C’erano tutte, ed erano vistosamente eccitate. Era successo che, ritornate di nuovo al sepolcro, avevano avuto una apparizione di Gesù che le salutava con affetto nuovo impregnato di pace e di gioia, e le incaricava di annunciarlo agli Apostoli.
Piene di entusiasmo e insieme di timore di non essere credute, tornarono da noi con il desiderio di far rinascere in tutti la ritrovata speranza in Gesù e con la preoccupazione di non riuscire a convincere gli Apostoli. In preda al loro entusiasmo, cominciarono a raccontare l’accaduto agli Apostoli che erano accorsi e a tutti gli altri che erano in casa. Parlavano tutte insieme e tutte volevano manifestare i propri stati d’animo, le proprie emozioni, e raccontare qualche aspetto particolare del loro imprevedibile incontro con Gesù.
La prima conseguenza fu una indescrivibile confusione, tanto che, non riuscendo a interferire con le proprie domande, gli Apostoli cominciarono a dare segni di fastidio e di insofferenza. Man mano che le donne raccontavano, cresceva il loro entusiasmo e diventava sempre più manifesta la loro gioia. Ma tutto questo era controproducente: più esse si infervoravano e più perdevano in credibilità davanti agli Apostoli. Alla fine, il risultato fu che essi le considerarono delle esaltate e giudicarono il loro racconto come vaneggiamento.
La verità è che Gesù volle manifestarsi a coloro che lo avevano cercato con amore e perseveranza, e non a quelli che si erano chiusi nella loro paura e nel loro scetticismo, premiando la generosità delle donne e la sincerità dei loro sentimenti.   (…)
(…) 

              Per il resto del racconto e per conoscere
              meglio la vita di Gesù e il Vangelo per intero
              vi invitiamo a leggere tutto il libro:
              “In quella casa c’ero anch’io” ed. Fede & Cultura