lunedì 23 marzo 2026

TESTIMONIANZA DI DON FERDINANDO RANCAN SULLA SUA VOCAZIONE



Ho aderito all’Opus Dei come sacerdote diocesano nel lontano 1954. Ho detto “sacerdote diocesano” perché ero, e sono tuttora, incardinato a tutti gli effetti nella diocesi di Verona e non nella Prelatura dell’Opus Dei. Aderii all’Opus Dei come Aggregato della Società Sacerdotale della Santa Croce, una Associazione intimamente collegata all’Opus Dei e della quale l’Opus Dei ha piena responsabilità.

Ero sacerdote da poco più di un anno e stavo frequentando il terzo anno nella facoltà di Scienze presso l’Università “La Sapienza” di Roma. Tuttavia, per la mia adesione all’Opera, fu determinante in quell’ottobre del 1954 l’intervento del mio direttore spirituale di allora, docente di teologia spirituale in una delle più importanti università Pontificie, il Rev. Mons. Mendizabal, Gesuita, il quale mi disse in modo perentorio e senza ombra di dubbio che aderire alla Società Sacerdotale della Santa Croce era per me una precisa volontà di Dio. Fu così che conoscendo l’Opera da vicino, al di là di tutti i pregiudizi, le riserve e le precomprensioni che circolavano anche in ambienti ecclesiastici, mi resi conto della ricchezza spirituale e umana dell’Opera che mi confermarono nella certezza della sua origine soprannaturale.

Già la lettura di “Cammino” di cui era apparsa in quegli anni la prima edizione italiana e di altri scritti di San Josemaria mi aveva profondamente colpito: “chi scrive queste cose, pensavo, non può essere che un uomo di Dio, di quelli che aprono strade nuove alla vita cristiana. L’Opus Dei mi si presentava così veramente come una impresa di Dio, cioè un intervento esplicito e diretto di Dio nella storia della Chiesa e della spiritualità cristiana. In altre parole, compresi che non si trattava di una iniziativa promossa dalla buona volontà di un uomo, animato da fervente zelo per il bene delle anime e che il Signore accompagnò poi con la sua benedizione; era una iniziativa di Dio per la quale Dio stesso scelse lo strumento e lo preparò per attuare il suo disegno.

Questa convinzione circa la natura e le origini soprannaturali dell’Opus Dei mi servì di garanzia anche per la mia vocazione sacerdotale. La certezza che quella strada era di Dio, anche se in quei momenti dell’Opera non vedevo quasi nulla, tranne quei pochi ragazzi dalla faccia pulita, sorridente, accattivante, che rivelava ordine e serenità interiore, e che su quella strada mi aveva voluto il Signore, fu per me lungo tutta la vita come un sigillo che diede sicurezza al mio sacerdozio. Mai un dubbio, un ripensamento, una semplice titubanza intorno alla mia vocazione sacerdotale, anzi sempre più felice di essa, e anche quando dovetti attraversare momenti difficili, oscuri o dolorosi, nessuna tentazione, anche minima, sul mio sacerdozio.

Uno degli aspetti che mi impressionò fortemente avvicinando l’Opus Dei fu l’impegno spirituale che viene praticato dai suoi membri. Oltre alla Messa e alla Comunione quotidiane, che costituiscono il centro e la radice di tutta la vita interiore, ogni membro si impegna a dedicare quotidianamente all’orazione almeno mezz’ora di tempo e alcuni un’ora tra il mattino e il pomeriggio, a queste nome si aggiungono la recita del Santo Rosario, la visita al Santissimo Sacramento, la lettura del Nuovo Testamento e di qualche libro di formazione spirituale, gli esami di coscienza, l’Angelus o Regina Coeli, e tutto questo accompagnato lungo la giornata da giaculatorie, comunioni spirituali, piccole mortificazioni, atti di riparazione, di ringraziamento e di continui atti di adesione alla volontà di Dio, considerando la proprio filiazione divina e la dolcissima paternità di Dio, così che tutta la giornata – la vita familiare, il lavoro, gli impegni professionali e sociali – tutto è vissuto in riferimento a Dio, con visione soprannaturale e col desiderio di servire gli altri avvicinandoli alla fede o ad una più intensa vita cristiana.

Riguardo all’orazione, ero stato educato ad una orazione soprattutto meditativa che forniva un solido alimento alla mia vita spirituale ma non appagava il mio desiderio di intimità col Signore. Le realtà soprannaturali infatti mi attraevano fortemente ma restavano come fuori di me. Nello stesso tempo anche le realtà create esercitavano in me un fascino intenso, ma in un certo senso io dovevo attraversarle per incontrare il Signore. Questo mi causava un conflitto interiore che toglieva spontaneità e serenità al mio rapporto col Signore e impediva in me quella gioia senza ombre che nasce dalla libertà dell’amore, ed è propria di chi cerca di stare nella volontà di Dio senza i più piccoli compromessi.

Lo spirito dell’Opus Dei fu determinante per il superamento di questa difficoltà. San Josemaria ci ricordava che il mondo e Dio non sono estranei tra loro. Il mondo come creatura di Dio è precisamente il luogo ordinario del mio incontro con Lui. In ogni circostanza, anche in quella più umile e più comune della vita ordinaria, posso e devo saper incontrare il Signore. Il cristiano, proprio in forza della sua fede deve “amare il mondo appassionatamente”.

L’insegnamento di San Josemaria mi aiutò efficacemente a passare dall’orazione meditativa all’orazione contemplativa. Punti chiave del suo insegnamento erano il senso vivo della nostra filiazione divina e la coscienza sempre più consapevole della presenza di Dio in noi e intorno a noi. In noi la presenza di Dio si identifica con l’inabitazione della Santissima Trinità nella nostra anima, e intorno a noi nelle circostanze della nostra vita dove si manifesta la volontà di Dio. Un punto dell’esame di coscienza che San Josemaria ci suggeriva continuamente era: “Mi sono esercitato nella presenza di Dio e ho considerato frequentemente ogni giorno la mia filiazione divina?”.

A questo proposito, il Signore fece capire a San Josemaria, attraverso un’esperienza mistica particolarmente forte nell’anno 1931, che il senso vivo della filiazione divina doveva essere il fondamento dello spirito dell’Opera. L’orazione contemplativa supportata da queste verità della nostra fede mi portò così a quella unità di vita che fu la risposta risolutiva al mio dilemma interiore: amore di Dio e amore al mondo.

Un secondo aspetto della mia vita sacerdotale sul quale lo spirito dell’Opera esercitò un influsso importante fu l’amore alla mia condizione di sacerdote diocesano. L’influsso si sviluppò particolarmente in due direzioni: innanzitutto sul mio rapporto col Vescovo. “Nihil sine Episcopo”che avrebbe dovuto orientare il mio ministero sacerdotale, motto che il Fondatore traduceva: “Devi tirare il carro nella stessa direzione del tuo Vescovo”. In uno dei miei primi incontri con San Josemaria gli manifestai il mio dispiacere per il fatto che il Vescovo non mi capiva nella mia vocazione all’Opera; egli troncò immediatamente il mio discorso: “Figlio mio, mi disse, sei tu che devi capire il tuo Vescovo, capire che non ti capisca”. “Che cosa posso fare, Padre?” “Volergli bene… e pregare per lui”.

Questo criterio mi servì non solo per la mia vita personale ma anche per il mio ministero. Quando entrai come parroco nella mia parrocchia mi fu detto che lì era ospite un sacerdote anziano dal carattere un po’ difficile. Dovevo decidere io se tenerlo o licenziarlo. Mi vennero subito alla mente le parole di San Josemaria “devi volergli bene”. E così mi sforzai di fare. Quel sacerdote di fronte alla mie espressioni di stima e di affetto cambiò profondamente, acquistò serenità e pace e divenne così disponibile verso di me che io potevo chiedergli qualunque cosa. Ugualmente trovai in parrocchia il vice parroco che per difficoltà di rapporti non risiedeva in canonica ma presso la casa del Clero, di fronte alle mie manifestazioni di stima e di affetto, non solo decise di abitare con noi in canonica, ma anche ora, ogni qualvolta ci incontriamo, mi saluta con entusiasmo, mi confida le sue difficoltà nel ministero e mi assicura di ricordare gli anni vissuti in parrocchia come gli anni, secondo lui, i più belli della sua vita di sacerdote. Anche il suo atteggiamento verso l’Opus Dei, che era stato di antipatia e di diffidenza, cambiò radicalmente. Anche nel ministero le parole di San Josemaria mi furono di grande aiuto. Quando in confessione, ad esempio, una donna – di solito sono le mogli che si lamentano dei mariti – mi chiedeva cosa doveva fare nei confronti del marito, la mia risposta era immediata: “devi volergli bene e pregare per lui” e normalmente questo metteva subito fine alle lamentele.

Potrei ricordare molti altri episodi nei quali lo spirito dell’Opus Dei e l’esempio di San Josemaria furono un sicuro riferimento per vivere e promuovere la fraternità sacerdotale e dare efficacia apostolica al mio ministero. Ma sono convinto che molte persone che hanno conosciuto San Josemaria e hanno avvicinato lo spirito dell’Opus Dei potrebbero dare testimonianza dei frutti che la grazia di Dio ha operato in loro per mezzo dell’Opera.

                                           Don Ferdinando













martedì 24 febbraio 2026

SACERDOTI CON MENTALITA' LAICALE E ANIMA SACERDOTALE

 Premessa: questa relazione fu scritta da don Ferdinando poco dopo la proclamazione della beatificazione di mons. Josemaria Escrivà. (17 maggio 1992)


I miei incontri con le persone dell’Opus Dei e soprattutto col Beato Josemarìa avvennero all’inizio del mio sacerdozio. Quegli incontri influirono radicalmente sulla mia formazione e diedero al mio sacerdozio un’apertura e prospettive inaspettate. La figura e la personalità del Beato mi fecero profonda impressione; sentivo ardere in lui un’anima sacerdotale con una mentalità completamente aperta al mondo, un sacerdote innamorato di Cristo e del suo sacerdozio e che insieme amava il mondo appassionatamente, con il desiderio di “innalzare Cristo alla sommità di tutte le attività umane”.

Accanto a lui e ai sacerdoti che egli aveva formato compresi la esaltante novità del suo messaggio: la “vocazione universale alla santità” attraverso la “santificazione del lavoro e della vita ordinaria. Quel messaggio, però, senza quella categoria fondamentale che caratterizza la vita del cristiano comune: la secolarità, restava incomprensibile. L’anima ardentemente sacerdotale del Beato, sempre consapevole della propria identità col sacerdozio di Cristo, aveva il suo habitat per così dire naturale in una lucida mentalità laicale che lo rendeva presente e partecipe delle situazioni di vita dei cristiani che vivono nel mondo. Accanto al Fondatore dell’Opera si percepiva che la secolarità non è soltanto una categoria che caratterizza la vita, essa deve diventare nel cristiano anche una categoria di pensiero, un abito mentale.

Così scoprii la dimensione teologica della secolarità, che si fonda sul Battesimo, e con essa la dimensione sacerdotale della filiazione divina, che il Beato Josemarìa pose, per ispirazione di Dio, come fondamento dello spirito dell’Opus Dei. Ora, il sacerdote condivide la stessa condizione secolare del fedele laico; l’Ordine Sacro che riceve non lo toglie da quella condizione, ma lo abilita al servizio ministeriale dei fedeli in persona Christi Capitis. Perciò il sacerdote secolare è chiamato a camminare fianco a fianco dei suoi fratelli laici che percorrono i “cammini divini della terra” e affrontano le vicende della vita e del mondo santificandosi in esse, ma restando, egli sacerdote, soltanto e sempre sacerdote, sacerdote al cento per cento, a tempo pieno, come “Cristo che passa” benefaciendo…omnes.

In secondo luogo, la secolarità battesimale mi portò a comprendere l’aspetto ascetico dello spirito dell’Opera. La dimensione ascetica della secolarità, insegnata e vissuta dal Beato Josemarìa, non necessariamente passava attraverso i voti religiosi, assumeva invece tre aspetti fondamentali, era:

1)- un’ascetica delle virtù umane. Il suo dobbiamo essere molto umani per essere molto soprannaturali ripetuto frequentemente, appariva realizzato in lui con tale normalità da sembrare quasi spontaneo; in realtà era frutto di un lungo e costante lavoro ascetico. Dal suo esempio mi resi conto che anche nella vita e nel comportamento del sacerdote secolare, proprio perché egli deve muoversi nel mondo in mezzo agli uomini, dovranno figurare, come corredo di una mentalità autenticamente laicale,. tutti i valori umani che hanno importanza per un onorato uomo di mondo.

2)- ascetica positiva. Il Beato spingeva, sì, a lottare per sradicare la zizzania dalla nostra anima con una lotta quotidiana, concreta, condotta sulle cose piccole, per togliere dal nostro cuore tutto ciò che impedisce l’amore di Dio, ma poi spingeva a lavorare senza sterili lamentele e senza prendersela con le persone, per affogare il male nell’abbondanza di bene. Era dunque un’ascetica fatta più di affermazioni che di negazioni. Per il cristiano, e per un sacerdote che vive nel mondo, egli voleva una lotta interiore esigente ma “sportiva”, con un ascetismo sorridente impregnato di gioia e di ottimismo.

3)- ascetica dell’unità di vita: è la chiave ermeneutica per capire l’ascetismo dell’Opus Dei. Il Beato passava con sorprendente naturalezza dalle cose più materiali della vita quotidiana alle cose di Dio; si capiva che in lui tutto passava attraverso il suo costante colloquio con Dio, per cui egli stava contemporaneamente e con gli uomini e con Dio. Era solito dire che egli aveva un solo cuore, e con quell’unico cuore di carne amava Dio e tutte le persone e le realtà della sua vita; come dire che l’unità di vita si realizza nel cuore del credente. Infatti, è lì nel cuore dove si svolge il nostro intimo colloquio con Dio e di lì dovrebbe passare tutta la nostra vita. Perciò, ci avvertiva, se noi sacerdoti che trattiamo cose sante e ci occupiamo della vita delle comunità cristiane non facciamo passare l’attività pastorale attraverso il nostro cuore perché diventi dialogo intimo con Dio - con la Trinità santissima, con Gesù e con la Vergine santa - impregnandolo di fede viva e di amore, rischiamo di fare del nostro ministero una vita parallela alla vita spirituale, col pericolo che diventi un lavoro di burocrati. In pratica, per il laico e il sacerdote dell’Opus Dei, la lotta ascetica personale deve tendere a fare di ciascuno un’anima contemplativa in mezzo al mondo.

In terzo luogo, la personalità del Beato Josemarìa mi illuminò sulla dimensione giuridica della secolarità. Il suo intelletto estremamente lucido e rigoroso nonché la sua formazione scientifica lo hanno portato a definire con chiarezza di dottrina e a tradurre poi nella vita vissuta la dimensione giuridica della condizione laicale e di quella del sacerdote secolare. Nella vita del Beato mi colpirono due aspetti della secolarità giuridica, che mi aiutarono a evitare ogni forma di clericalismo: un assoluto rispetto per ogni singola persona con i diritti propri alla sua condizione e un grande amore alla libertà.

Sono convinto che pochi uomini di Chiesa e anche di mondo hanno amato e difeso la libertà personale come il Beato Josemarìa. Egli rilevava nella vita personale del sacerdote un ampio spazio di libertà dove il sacerdote può gestire con maturità umana e con responsabilità i propri talenti e le proprie iniziative. Cercava che ogni figlio suo nell’Opera – laico o sacerdote – maturasse come persona nella consapevolezza dei propri diritti e dei propri doveri, mettendosi con responsabilità di fronte alle esigenze della propria vita e della propria condizione. Mai ho sentito dire che il Beato abbia imposto qualcosa a qualcuno; egli faceva leva sempre ed esclusivamente sulla responsabilità delle persone.

Nel Beato Josemaria la forte allergia a sentirsi modello per chicchessia e il rifiuto quasi istintivo di proporsi come esempio da imitare, avevano la loro motivazione nel rispetto che egli aveva per la libertà della persona e per la libertà di Dio. Libertà e grazia si coniugano nell’esperienza personale di ciascuno in maniera unica e inimitabile. E’ infatti nella libertà che la persona si realizza come qualcosa di unico e irrepetibile così da essere inalienabile, impartecipabile e insostituibile. Vivendo vicino al Beato Josemaria si respirava a pieni polmoni una grande libertà, una libertà che lo rendeva anima appassionata per tutto ciò che di nobile, grande, degno e bello si trova nell’uomo e nel mondo. Accanto a lui s’imparava che solo nella libertà è possibile l’amore. In lui l’amore superava, senza scavalcarle, sia la morale e, più ancora, ogni moralismo, sia qualunque forma particolare di spiritualità. L’Opus Dei, infatti, non ha una spiritualità propria come viene intesa negli Ordini e negli Istituti religiosi. Esiste invece uno “spirito” dell’Opus Dei: è questo il termine usato comunemente dal Beato per descrivere lo “stile” di vita cristiana praticata dai fedeli e dai sacerdoti della Prelatura

Infine, il senso vivo del diritto e l’amore grande per gli Ordinari delle diocesi e per la condizione del sacerdote diocesano portarono il Beato Escrivà a configurare in modo peculiare la secolarità del lavoro pastorale. La dimensione pastorale della secolarità si esprime e ha il suo fondamento nella Chiesa locale: l’incardinazione fa il sacerdote membro del Presbiterio diocesano mentre la missione canonica lo fa collaboratore del Vescovo per tirare il carro nella stessa direzione dell’Ordinario, come diceva il Beato e vivere con pienezza il nihil sine Episcopo. D’altra parte la secolarità conferisce al ministero del sacerdote la caratteristica della universalità e di una totale apertura, ne fa, cioè, una pastorale di base in comunione a quella della Chiesa universale, e una pastorale rivolta a tutti, nel rispetto e nella positiva convivenza con i carismi propri dei Religiosi e dei Movimenti, senza però identificarsi con nessuno di essi. Perciò il sacerdote nel suo ministero rispetterà la condizione laicale del cristiano, promuovendo non la sua clericalizzazione ma la sua vita battesimale, fino alla pienezza dell’età di Cristo. Questa secolarità viene tuttora, da qualche parte, contrapposta alla diocesanità. Il rapporto conflittuale e perciò la difficoltà di comprensione del binomio secolarità-diocesanità, viene alimentato dal fatto che alle volte si considera la diocesi alla stregua di un Ordine religioso e si usa l’espressione “spiritualità diocesana”. Il termine “spiritualità” si presta ad equivoci, per cui sarebbe più corretto parlare di “spiritualità sacerdotale” che è in rapporto di continuità con la spiritualità battesimale.

Per concludere, diciamo che la dimensione della secolarità conferisce al ministero pastorale del sacerdote una libertà e un’ampiezza senza limiti. Il mondo e l’intera umanità, nella varietà delle razze e delle cultura e nella diversità degli ambienti, sono il luogo naturale dove il sacerdote si trova a vivere e ad operare come sacerdote, sacerdote al cento per cento, che illumina, consola, guarisce, perdona in nome di Dio, come ipse Christus. Il sacerdote diventa così l’uomo di Dio, l’uomo del soprannaturale, l’uomo della Chiesa che tiene fra le sue mani le risorse infinite della misericordia divina.

Amare il mondo appassionatamente con cuore di sacerdote: così visse il Beato Josemarìa. Sul filo dei suoi insegnamenti, il sacerdote secolare è spinto a esercitare il suo ministero pastorale nel mondo come in un “mare senza sponde” che egli percorre instancabilmente in tutte le direzioni come pescatore di uomini, col desiderio di portarli, feriti di contrizione e di amore, ai piedi di Cristo.

                     Don Ferdinando Rancan



domenica 1 febbraio 2026

IL DISCORSO DELLA MONTAGNA. UNA VENTATA DI SPERANZA CRISTIANA CATTOLICA

 DISCORSO DELLA MONTAGNA 

COMMENTATO DA DON FERDINANDO RANCAN


Anno A - IV Domenica del T.O. - Il Discorso della Montagna

ALLARME DI MONS. D'ERCOLE SUL PERICOLO ISLAM

🔴 L’allarme del vescovo: “Aprendoci all’Islam rischiamo la Sharia”...

🔴 L’Allarme Inascoltato del Vescovo Mons. Giovanni D'Ercole : L’Islam Rappresenta un Pericolo Mortale per l’Europa, e Non Esiste Alcuna Possibilità di Convivenza Pacifica. In un’Europa sull’orlo del collasso culturale e sociale, le parole di monsignor Giovanni D’Ercole suonano come un grido disperato nel deserto. Nel suo libro *”Il leone che è agnello – alla ricerca della verità che salva”*, edito da Lumen Cordium, il vescovo emerito di Ascoli Piceno – forgiato da un’esperienza monastica in Marocco – lancia un allarme terrificante sui pericoli dell’Islam, amplificati dalla codardia spirituale dell’Occidente. D’Ercole, che ha scelto la vita in un Paese islamico dopo le dimissioni forzate nel 2020 per le sue posizioni contro le chiusure delle chiese durante il Covid, non esita a denunciare come la nostra debolezza stia aprendo le porte a un’invasione irreversibile.

 Approviamo con urgenza questo grido: l’Europa è sotto assedio, e l’unica salvezza è riconoscere che non esiste alcuna possibilità di convivenza con l’Islam senza soccombere. 

Il Dialogo Interreligioso: Un’Illusione Pericolosa che Sta Distruggendo l’Occidente. Il pontificato di Papa Francesco ha spinto un dialogo con l’Islam che ha zittito ogni voce di ragione, culminando nella Dichiarazione di Abu Dhabi del 2019. Questo ha cancellato moniti profetici come quello del cardinale Giacomo Biffi nel 2000, che avvertiva della necessità di trattare i musulmani con estrema cautela per la loro fusione integralista tra religione e politica. 

Oggi, questo “buonismo suicida” ha creato un vuoto fatale. D’Ercole lo denuncia senza mezzi termini: “una difficoltà da ben considerare per il dialogo – scrive nel suo libro appena pubblicato da Lumen Cordium “Il leone che é agnello – alla ricerca della verità che salva” – è l’indebolimento della fede in quelle persone e comunità che, per falso spirito ecumenico o inutile buonismo, rinunciano alla propria identità”.

 Così facendo, avverte D’Ercole, “ci si condanna all’irrilevanza spirituale, in un periodo in cui invece altre religioni, come l’Islam, dall’identità definita e dalla forte cifra spirituale, stanno radicandosi anche in Italia”. Questo falso dialogo non è solo inutile: è un atto di autodistruzione. L’Occidente, accecato da un multiculturalismo tossico, sta consegnando se stesso a un nemico che non conosce compromessi, rendendo inevitabile un conflitto che potrebbe spazzare via secoli di civiltà cristiana. 

L’Islam come Minaccia Imminente: La Nostra Debolezza Sta Causando una Catastrofe Irreversibile D’Ercole non lascia spazio a illusioni: “se l’Islam non costituisce un pericolo di per sé, come secoli di convivenza dimostrano, può diventare occasione di pericolo quando i cristiani abbandonano o rendono evanescente la propria fede e la propria appartenenza ecclesiale”. Negli anni recenti, l’Europa ha ceduto terreno in modo vergognoso, rimuovendo crocifissi, presepi e simboli cristiani per non “urtare” i musulmani, arrivando persino a trasformare chiese in luoghi di culto islamico. Il risultato è catastrofico: “Il togliere simboli cristiani (ad esempio: il crocifisso, il presepe) ed eliminare parole della nostra cultura cattolica, pensando che il rispetto per i musulmani c’imponesse la rinuncia alla nostra testimonianza convinta e praticante, e talora persino l’aver aperto chiese e case per il loro culto, ha finito per farci abbandonare la nostra stessa fede e cultura. Tutto ciò ha dato ai credenti dell’Islam l’idea che noi cristiani non siamo più veri credenti e, quindi, siamo persone da convertire”.

 Questa remissività ha generato mostri: enclave islamiche che stanno divorando l’Europa dall’interno. In Germania, quartieri come Neukölln a Berlino sono diventati ghetti musulmani dove l’islamismo radicale prospera, con dimostrazioni che invocano califfati e legami con Hezbollah. Il capo della polizia di Berlino ammette che aree dominate da arabi simpatizzanti di gruppi terroristici sono pericolose per ebrei e omosessuali. A Duisburg, 44 no-go zones sono fuori controllo, con 60.000 musulmani turchi che hanno reso la città una delle più islamizzate, dove i cristiani sono minoranza persino nelle scuole. L’Istituto di Ricerca sulle Migrazioni di Budapest stima 900 no-go zones in tutta Europa, frutto di politiche di frontiere aperte che hanno creato zone di caos incontrollabile. In Francia, oltre 751 “zone urbane sensibili” sono permeate da narcotraffico e radicalizzazione islamica, con 150 enclave che minacciano la coesione nazionale e no-go zones dove lo Stato è assente. In Svezia, quartieri come Rinkeby e Rosengard sono epicentri di violenza gang, jihadismo e sharia informale; il 70% dei foreign fighter svedesi proviene da queste aree, con il Primo Ministro che ammette il fallimento totale dell’integrazione, portando a società parallele e violenza. Nel Regno Unito, enclave nelle Midlands e a Londra privilegiano norme islamiche sulle leggi britanniche, con un’immigrazione musulmana che rappresenta quasi tutti i musulmani del Paese. In Danimarca, leggi estreme etichettano quartieri musulmani come “non-occidentali” e impongono zone di integrazione forzata, con deportazioni per non-compliance. Questi non sono incidenti: sono la prova che l’integrazione è un mito, e le comunità musulmane creano mondi separati che rifiutano le leggi ospitanti per imporre la sharia.

 D’Ercole lo prevede con chiarezza agghiacciante: “Aprire alla religione islamica comporta inevitabilmente esporsi all’edificazione di una società islamica, o comunque di enclave, come già capita in Francia, nel Regno Unito e in Svezia, per esempio: comunità autoreferenziali che non si integrano, che non seguono le leggi del Paese ospitante bensì la shari‘a – la legge sacra islamica –, un insieme di princìpi e norme che guidano la vita dei musulmani in diversi ambiti, dalla morale alla religione, al diritto”. Queste enclave non sono solo isole di resistenza: sono basi per un takeover culturale e demografico che sta trasformando l’Europa in “Eurabia”, con proiezioni che vedono i musulmani diventare maggioranza in molti Paesi se i flussi continuano. 

L’Unica Soluzione: Azzerare l’Immigrazione Islamica, Perché la Convivenza è Impossibile
Non illudiamoci: non esiste alcuna possibilità di convivenza pacifica con l’Islam in Europa. Il fallimento dell’integrazione è totale, e continuare a fingere altrimenti è un suicidio collettivo. Paesi come Danimarca, Ungheria e Francia stanno già chiudendo moschee, deportando famiglie e soffocando l’Islam con leggi silenziose, riconoscendo che la fede musulmana non ha spazio in una società cristiana. L’Europa deve seguire: azzerare immediatamente l’immigrazione islamica regolare, sospendendo tutti i visti, ricongiungimenti e quote da Paesi musulmani. Solo così possiamo invertire questa marea distruttiva e preservare la nostra identità.
🔴 Le parole di D’Ercole, temprate dal Marocco, ci urlano la verità: senza un’azione drastica, l’Europa è condannata. Svegliamoci prima che sia troppo tardi – l’Islam non convive, conquista.

sabato 10 gennaio 2026

PROSSIMA APERTURA CAUSA DI BEATIFICAZIONE DI DON FERDINANDO RANCAN


SANTA MESSA IN MEMORIA DI DON FERDINANDO RANCAN

Venerdì 9 gennaio 2026, si è celebrata la Santa Messa annuale in memoria del sacerdote diocesano in concetto di santità, don Ferdinando Rancan, presso la Chiesa di Sant’Eufemia dove lui ha esercitato il suo ministero come collaboratore del parroco negli ultimi anni della sua vita.

Ha celebrato la Messa il rev. Don Daniele Guasconi, il quale si è presentato ufficialmente come “Postulatore” della causa di don Ferdinando, avendo ricevuto lo scorso mese di luglio la nomina ufficiale da parte del Vescovo di Verona mons. Pompili. Questo gli ha dato modo di parlare dell’iter canonico che normalmente deve seguire la candidatura di una persona in concetto di santità, secondo la prassi della Santa Sede e del Dicastero per le cause dei Santi di Roma.

Dopo aver costituito, sin dai primi anni del decesso, secondo le norme previste dalla Santa Sede, Dicastero dei Santi, una Associazione di “AMICI” del candidato alla santità, chiamata precisamente “In cammino con don Ferdinando”, presieduta dall’avvocatessa Barbara Lazzari con la direzione spirituale del Rev. don Ermanno Tubini, si è proceduto subito a raccogliere un buon numero di testimonianze di persone che hanno conosciuto d. Ferdinando. Queste testimonianze riguardano soprattutto le VIRTU’, umane e teologali, cioè come il candidato, diciamo così, le ha vissute nella realtà di ogni giorno, perché ciò che conta per la santità, è la vita di preghiera, di ascetica cristiana in riferimento alle virtù, di cui viene fornito un nutrito e dettagliato elenco come punto di riferimento, senza per questo trascurare eventuali azioni o fatti o iniziative importanti promosse dal candidato.

Quando si è raggiunto un buon numero di testimonianze, fatti, grazie ricevute ecc. il Postulatore assieme ad altri responsabili, presenta tutto al Vescovo di Verona mons. Pompili, per chiedergli l’apertura della causa il quale, dopo una visione generale, passa tutto alla Conferenza episcopale del Triveneto e infine al Dicastero per le Cause dei Santi di Roma. Tutti questi incaricati della cause dei Santi, dopo un primo e veloce controllo, rimandano tutto al Vescovo con un “Si proceda” e a quel punto è il Vescovo stesso che deciderà di aprire ufficialmente la causa con la proclamazione del candidato al primo gradino che è “SERVO DI DIO” attraverso una cerimonia con Santa Messa solenne, suono delle campane, pubblicazione dell’evento sui giornali ecclesiastici ecc. Si procede poi da parte di una Commissione nominata dal Vescovo, a interpellare una cinquantina di persone che devono giurare e firmare sulla verità delle testimonianze in precedenza consegnate. Se tutto è a posto, si passa al secondo gradino che è “Venerabile”, poi “Beato” infine “Santo”, previa attestazione di un paio di miracoli.

E mentre il Postulatore ci ha velocemente aggiornati su parecchie testimonianze di grazie e favori ricevuti da parte del futuro santo invocato, ci ha spronati a continuare a chiedere con fede grazie di ogni tipo e anche miracoli, per noi ma anche per altri, per le nostre famiglie, la chiesa, i sacerdoti, i disoccupati, i malati, le famiglie in difficoltà, i senzatetto ecc. ecc.

A conclusione della Messa, ci siamo sentiti come “rinvigoriti” spiritualmente e fisicamente nella certezza che molte grazie e addirittura la fine delle guerre si devono essenzialmente alla santità perchè sarà proprio la santità a salvare il mondo, cioè la nostra unione con Dio Onnipotente che vuole il nostro vero bene, e non gli accordi di uomini politici spesso falsi e insidiosi.

Riferimenti per comunicare con il direttivo “Amici di d. Ferdinando”, per chiedere l’adesione ecc.

info.donferdinandorancan@gmail.com

associati@donferdinandorancan.it

beltrami.rosaria@inwuind.it tel. 380.3295429

venerdì 26 dicembre 2025

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