TESTIMONIANZA
IN FAVORE DEL SACERDOTE
DON
FERDINANDO RANCAN
Per
il quale è stata presentata al Vescovo di Verona
la
documentazione necessaria
per avviare la causa di beatificazione
LE
GRANDI SOFFERENZE DI DON FERDINANDO RANCAN
PREMESSA: Tra
le molteplici sofferenze di don Ferdinando, quella respiratoria da
sempre, a motivo dei polmoni intaccati da TBC sin da piccolo per cui
si è resa necessaria l’asportazione di gran parte del lobo
polmonare sinistro all’età di 52 anni, quelle affettive (orfano
del padre all’età di due anni e privato anche della madre all’età
di quasi 5 anni perché costretta a lavorare giorno e notte
all’ospedale di Tregnago per mantenere i due figli), quelle morali
(estromissione forzata dal seminario a pochi mesi dall’ordinazione
sacerdotale per un malinteso ecc. ecc.) si può dire comunque che la
sofferenza più grande in assoluto di tutta la sua vita, veramente
lancinante senza timore di esagerare, si possa attribuire a un evento
che ha segnato tutta la sua famiglia per oltre dieci anni tra il 1980
e il 1993, quando era parroco alla Pieve dei Santi Apostoli.
Questa
sofferenza morale, (che dicono essere tra le più terribili perché
sembra non finire mai in un crescendo inarrestabile tra minacce,
paure e ricatti vari), era dovuta alla situazione di suo nipote
(figlio di sua sorella Assunta) che era stato raggirato durante la
sua prima giovinezza, da un gruppo di spacciatori di droga che, in
quegli anni del dopoguerra era dilagata a macchia d’olio e aveva
contagiato molti ragazzi e giovani, i quali si vantavano di fare
queste esperienze all’insaputa dei loro genitori, come se fossero
“bravate di gioventù” senza rendersi conto delle loro gravissime
conseguenze.
Inutili
risultarono i numerosi tentativi da parte dei due bravissimi
genitori, la mamma Assunta e il padre Danilo, di recuperare il loro
figlio anche attraverso strutture preposte a tale scopo. Anche se il
desiderio di questo ragazzino di volerne uscire sembrava essere
sincero, perché in realtà era sempre stato bravo e giudizioso,
purtroppo finiva col cadere nelle reti di giovanotti furbi che lo
sfidavano, o ricattato da adulti scafati e protetti dalla malavita
cittadina che mirava soprattutto a luridi guadagni sulla pelle di
ragazzini ingenui. La situazione era diventata sempre più
insostenibile per tutta la famiglia, compreso d. Ferdinando che ne
era pure coinvolto, come parente stretto, nel tentativo di porvi
rimedio, tanto che il signor Danilo, che lavorava presso la Nato e
doveva presentare credenziali impeccabili per lui e la sua famiglia,
dopo anni di questa tensione logorante, ebbe un arresto cardiaco
fortissimo che lo portò alla morte (1981) lasciando la vedova in uno
stato di grave depressione davanti a un problema più grosso di lei
che sembrava irrisolvibile.
In
questo frangente veramente drammatico, don Ferdinando, essendo il
fratello della madre del ragazzo e quindi il parente più vicino al
ragazzo in “cura”, si vide investito all’improvviso di un
compito che esulava totalmente dai suoi doveri di sacerdote, che però
dovette accettare per forza, cioè quello di sostituire il padre del
ragazzo come “tutore” delle sue vicende sempre più disastrose,
con l’obbligo di partecipare agli incontri di formazione per
genitori e parenti dei drogati in cura, da parte delle strutture di
recupero allora preposte, seguire i loro corsi interni, consigli,
indicazioni ecc. presentando umilmente il resoconto della settimana
come un povero scolaretto inesperto in mezzo a persone e situazioni
di ogni “tipo e qualità”. Quante umiliazioni ha dovuto
sopportare il nostro don Ferdinando sempre in silenzio offrendo tutto
a Dio perché suo nipote uscisse da questa situazione drammatica!
Come se non bastasse, era spesso pedinato e minacciato dagli
spacciatori che lo tormentavano per avere quel denaro che non
riuscivano più a farsi dare dal nipote, tenuto ormai alle strette, e
ancor meno dalla madre, rimasta vedova con difficoltà economiche.
CIRCOSTANZA
TRAUMATICA. In queste terribili circostanze la signora Anna Stella,
vedova di Arduino da qualche anno e la figlia Patrizia, due signore
che conobbero don Ferdinando anni addietro quando fu inviato dal
Vescovo come novello sacerdote nella loro parrocchia di Porto San
Pancrazio (1955/56), come accennato altrove, avendo già instaurato
con lui e la sorella Assunta un rapporto di sincera amicizia e
confidenza, furono di grande aiuto e sostegno per entrambi.
Fu
proprio in una di queste circostanze che Patrizia assistette a una
scena sconvolgente, non l’unica ma la più traumatica, scena che, a
quanto pare, era di ordinaria amministrazione per d. Ferdinando.
Mentre Patrizia si trovava nel cortile interno della parrocchia,
all’ingresso della sala giochi che aveva riordinato dopo l’uscita
dei ragazzi del catechismo, vide in fondo, davanti al cancello del
cortile, due personaggi un po’ sospetti che aspettavano “qualcuno”
che scendesse dalle scale della canonica prospiciente l’ingresso
della chiesa parrocchiale. Rimase nascosta ad osservare e infatti
come scese don Ferdinando per la Messa vespertina delle 17,30, i due
tipi si avvicinarono a lui ed estraendo da sotto le loro giacche due
coltelli dalla lama corta ma ben visibile, rivolsero qualche parola
minacciosa al parroco, il quale rispose con la sua solita calma
disarmante. Ci fu una breve e per fortuna pacifica discussione, dopo
la quale d. Ferdinando fece dietrofront risalendo i gradini della
canonica, mentre i due tipi, nascosto il coltello, scomparvero dal
cancello d’ingresso. Pensai che forse avevano preso accordi, come
accade in questi tristi casi, per estorcere con le solite minacce e
ricatti, il denaro per la droga che il nipote non aveva ancora pagato
agli spacciatori. Poco dopo d. Ferdinando tornò giù in silenzio per
celebrare la Messa, visibilmente turbato, con le mani tremanti, ma
come se nulla fosse accaduto e, nonostante le mie domande forse
impertinenti nel tentativo di aiutarlo, rimase in silenzio tenendo
solo per sé e il suo Dio queste vicende dolorose che sembrava non
finissero mai.
Ebbene,
d. Ferdinando sapeva portare questa nuova croce nascosta ma
lancinante con vera padronanza di sé e con coraggio, senza mai un
gesto di impazienza, ma con vera umiltà e fiducia nel Signore, in un
abbandono incondizionato, e se cercava di tenerlo nascosto il più
possibile agli occhi altrui, era solo per rispetto verso suo nipote
caduto in questa trappola da povero ingenuo, ma anche per non
scalfire la grande dignità del suo sacerdozio, oltretutto come
parroco della Chiesa dei Santi Apostoli sul Corso Cavour, in pieno
centro storico, i cui eventi, pettegolezzi e curiosità erano spesso
sotto i riflettori della città. Lo si vedeva sempre più magro e
sofferente ma nessuno, tranne i più intimi, erano a conoscenza di
questa sua sofferenza interiore tenuta riservata, che molti
attribuivano alle solite difficoltà respiratorie che sapeva
nascondere molto bene dietro il solito sorriso accogliente verso
tutti coloro che gli chiedevano consiglio, confessione, ascolto,
aiuto o quant’altro. In effetti queste sofferenze interiori tenute
riservate, incidevano fortemente sulla sua situazione respiratoria
già precaria, come detto, tanto che fu ricoverato più volte in quel
lungo periodo nel reparto di Pneumologia o, nelle peggiori
situazioni, nel reparto di rianimazione dell’ospedale di Borgo
Trento.
Nonostante
questo silenzio prolungato di Dio davanti alle sue accorate suppliche
e invocazioni, anno dopo anno, tragedia dopo tragedia, anche nel
vedere molti giovani come suo nipote ormai perduti per sempre o
deceduti per overdose, mai una volta lo si vide cadere nello
sconforto, ma col suo esempio esortava tutti a perseverare nella
preghiera fiduciosa, nella fede eroica in Dio che sa quando e come
intervenire per il bene di ciascuno, soprattutto per quello
dell’anima prima ancora che per il bene del corpo.
PER
GRAZIA RICEVUTA. In effetti arrivò anche per don Ferdinando e la
sua famiglia, il giorno della grazia tanto invocata e sospirata da
oltre un decennio, in questo modo: i responsabili del C.E.I.S. centro
recupero drogati, in parole povere e non letterali, che seguivano con
molta determinazione e merito i ragazzi loro affidati dalle varie
famiglie con assistenti, medici, psicologi, psichiatri ecc., ai quali
va il nostro “grazie” per aver salvato dalla “perdizione”
molti giovani, pensarono che, dopo tante cure ben superate, era
arrivato il momento di sottoporre questo giovane a una cura “strong”
per purificare il sangue liberandolo dalle conseguenze della droga
attraverso un ricovero ospedaliero ben mirato di qualche giorno e
notte in una struttura ospedaliera piccola ma ben attrezzata che si
trovava a Isola della Scala, provincia di Verona. Erano cure forti
che comunque non offrivano una garanzia assoluta perché dipendevano
molto anche dalla volontà del paziente di rispettare in seguito
determinate e pesanti condizioni non sempre tollerate dagli
interessati, nonostante la disintossicazione.
Durante
questo periodo di cure particolari, il paziente doveva essere
assistito giorno e notte dai famigliari per evitare reazioni
impreviste. Ci organizzammo noi quattro di “famiglia” diciamo
così, essendo divenuti i nostri rapporti non solo di amicizia ma
anche di collaborazione e di aiuto così forte e sincero da poter
essere considerati, in un certo senso, come parte di una sola
famiglia, cioè: d. Ferdinando, la sorella Assunta, la signora Anna e
sua figlia Patrizia.
Patrizia
si candidò per fare le notti, comunque senza presumere di tanto
eroismo perché ben accomodata su una poltrona vicino al letto del
paziente, mentre gli altri tre si organizzarono per essere presenti
nelle varie ore del giorno, a seconda delle loro disponibilità e
forze, contando anche saltuariamente sulla presenza di un parente
stretto di d. Ferdinando. Inutile dire quanto si pregasse durante
queste ore di assistenza, soprattutto il Fondatore dell’Opus Dei,
Josemaria Escrivà, nominato recentemente beato nel 1992.
L’ultima
sera prevista prima delle dimissioni dall’ospedale, mentre stavo
accanto al letto del paziente, vidi arrivare Assunta tutta agitata
che mi chiamò fuori della stanza da letto e mi consegnò
un’immaginetta di Josemaria Escrivà, tutta stropicciata come se
fosse stata accarezzata da mani tese dicendomi così, più o meno:
“don Ferdinando mi ha detto di venire a consegnarti questa
immaginetta che lui ha invocato, di nasconderla sotto il guanciale o
il materasso del letto chiedendo “la grazia della sua guarigione
totale e definitiva” per opera del nostro santo Fondatore Escrivà.
Assunta
stessa cercò di collocare l’immaginetta nel “posticino” più
indicato, spostando delicatamente i fili delle varie flebo come nel
gesto di assestare i cuscini al paziente perché non se ne
accorgesse, poi invocammo la preghiera di intercessione del santino.
Prima di andarsene, dopo aver esclamato con un sospiro di
rassegnazione mista a sconforto “Davvero non ne possiamo piu!”...
mi disse di aspettare l’arrivo di don Ferdinando per l’indomani
mattina che sarebbe venuto di persona per parlare coi medici e,
dietro loro permesso, portarlo a casa con la sua macchina. Io potevo
tornare con la mia.
Ricordo
che passai la notte fra sonno e preghiera invocando san Josemaria e
anche gli Angeli Custodi non solo per la guarigione dell’interessato,
ma anche perché dessero a don Ferdinando, che in quegli anni era
palesemente sofferente ma costituiva per noi il “motore portante”
di tutto, la forza di continuare ad affrontare queste difficoltà
secondo la volontà di Dio.
Alzatami
di buon mattino, notai come il viso e soprattutto gli occhi del
paziente in cura fossero più vispi e come si mise a sedere nel letto
con velocità inaspettata mentre prima i suoi movimenti erano lenti e
quasi da anziano. Quando passò l’inserviente per la colazione,
uscì con una battuta incoraggiante come per dire “ma guarda questo
ragazzo quale cambiamento ha fatto. Bravo” o frase del genere
molto gratificante che, lì per lì, mi fece scoppiare il cuore dalla
gioia pensando che forse erano gli inizi visibili della grazia
dell’immaginetta nascosta di Padre Escrivà.
Ricordo
solo vagamente la reazione compiaciuta dei medici perché mi fecero
uscire dalla stanza durante la loro visita, ma quello che ricordo
bene era la figura di d. Ferdinando che stava entrando dal lungo
corridoio dell’ospedale con passo deciso e con la sua veste talare
sempre più larga e svolazzante, sfoderando il suo sorriso ma
stavolta diverso, sereno, quasi luminoso. Mi apostrofò dicendo
“Andiamo meglio vero?” Quasi fosse stato informato
misteriosamente della grazia ricevuta dal Fondatore. Io gli risposi
cautamente con un “Pare di si. Speriamo”.
Col
senno di poi, ho avuto la chiara impressione che non fosse stato solo
il beato Josemaria a fare questa grazia enorme, ma con la
compartecipazione di d. Ferdinando in vita, dal momento che non era
la prima volta che suo nipote affermò che, ogni volta che andava “in
delirio” diciamo così, a motivo della droga e invocava l’aiuto
di suo zio Ferdinando dalle varie panchine su cui era sdraiato nei
luoghi più disparati della città, di lì a poco se lo trovava
misteriosamente accanto che lo confortava e lo caricava in macchina
per portarselo a casa a “smaltire” l’effetto droga. Sembrava
che d. Ferdinando ricevesse la forza e la guida dal suo santo
Fondatore Escrivà, sempre da lui invocato, per ispirazione del
Signore Gesù.
Per farla breve e chiudere in bellezza, da quel
giorno memorabile di cui non ricordo proprio la data e me ne
rammarico, iniziò per il nostro protagonista un vero cammino di
cambiamento e di conversione forte, irreversibile, perfino
edificante. Diventò assistente del centro CEIS e perfino Direttore
centrale aiutando con un impegno ammirevole tantissimi giovani che
sapevano di poter contare su di lui giorno e notte.
NUOVO
LAVORO. Dopo la chiusura del Ceis che fu conglobato in un altro
istituto più grande per le stesse finalità di recupero giovani in
difficoltà, il giovane troncò del tutto con questa realtà
lavorativa, sia pure encomiabile, ma che cominciava a pesare ormai
troppo sulle sue spalle anche come brutti ricordi, e trovò lavoro
come geometra presso un’azienda prestigiosa di Verona, conobbe
quella che divenne sua moglie e dopo alcuni anni in cui desideravano
un bambino senza alcun successo, dietro suggerimento di d. Ferdinando
di chiedere la grazia a San Escrivà (allora beato), finalmente la
moglie rimase incinta e il bambino che chiamarono Giacomo nacque
proprio il giorno 26 giugno, data della morte e in seguito
canonizzazione di San Josemaria Escrivà.
Tutta
la famiglia era comunque d’accordo nell’affermare che quella e
altre grazie erano state ottenute sicuramente per intervento di un
grande Beato, Josemaria Escrivà, poi canonizzato nel 2002, ma anche
per l’intervento del “santo di famiglia” che era don
Ferdinando, se non altro come “mediatore orante” in terra, fra
San Josemaria e la Madonna, Regina di tutte le Grazie.
a
cura di Patrizia Stella
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