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martedì 25 agosto 2026

L'ABBAGLIO DI MONS. SCHNEIDER

         L'ABBAGLIO DI MONS. SCHNEIDER

      IN MERITO ALLA FRATERNITA’ SAN PIO X


Dal blog di Maurizio Blondet

PRIMA PARTE. Mons. Schneider ha difeso le consacrazioni episcopali della Fraternità S. Pio X come atti necessari per continuare la loro opera di preservazione della fede cattolica perenne in modo chiaro e completo, nella sua dottrina e nei suoi sacramenti.


SECONDA PARTE. Il Vescovo Schneider paragona la Fraternità San Pio X al rifiuto di Sant’Atanasio di avallare l’eresia ariana del 300 circa.
                                            
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RISPONDO ALLA PRIMA PARTE:

Premetto che Mons. Schneider è sempre stato un tenace oppositore di tutto il Concilio Vaticano II e dei grandi Papi di allora, finiti con l’ultimo vero Papa Benedetto XVI, secondo la vera successione apostolica. Per rispondere a qualche mio interlocutore perplesso, posso attestare questo per vari motivi ma anche per una discussione personale che ho avuto con lui in occasione di un convegno sulla chiesa a Trento qualche anno fa, durante il quale Mons. Schneider mi ha detto chiaro e tondo e perentorio che da Pio XII in poi sarebbe tutto da cancellare e da riscrivere! ecc.
         Se è vero che la Chiesa ha trovato un lungo periodo di prova anche a seguito dello scombussolamento del Concilio Vaticano II a motivo del solito intervento dei nemici della Chiesa intrufolati come "fumo nel Tempio" (parole di Paolo VI) per scalzare Chiesa vera e Papato, non è questo il motivo per cercare soluzioni al di fuori della Chiesa e dei legittimi Pastori, se non creando scismi, apostasie e divisioni che fanno trionfare non certo la verità, ma l'azione del diavolo
     A seguito di queste persecuzioni occulte ma reali,  che tutti possono comprovare contro il grande Papa Benedetto XVI, (vedi espulsione dalla università  La Sapienza, minaccia di morte dopo la predica su Maometto a Bratislava, il rifiuto dei Vescovi tedeschi di porgere al Sommo Pontefice la mano di benvenuto con palese avversione nei confronti della sua persona come Vicario di Gesù Cristo ecc. ecc. ) sta di fatto che il povero papa Benedetto, vistosi circondato da una sorta di “lupi” cioè cardinali della cosiddetta “mafia del Sangallo” che gli impedivano di svolgere il suo mandato petrino, con continui ricatti e ostilità, aveva pensato di mettersi in “sede impedita” mantenendo però l’investitura divina cioè il “munus” e lasciando al suo successore, Bergoglio, solo il “ministerium” cioè come amministratore provvisorio e non come vero Papa. In seguito la questione si è complicata, è stata contestata ma lasciamo per adesso questo problema che comunque non è da trascurare ma serve per farci capire la gravità della situazione attuale che ancora non si è risolta, anzi si è ulteriormente aggravata con il successore di Bergoglio, Leone XIV.

Che si voglia credere o no a questo fatto ormai così lapalissiano e testimoniato, sta di fatto che la presenza di due o più Papi si è verificata più volte nella storia bimillenaria della Chiesa, tuttavia alla fine è sempre emersa, sicuramente per volontà di Dio attraverso l’assistenza dello Spirito Santo col Magistero della Chiesa, la figura di un solo vero Papa secondo la vera successione apostolica, mentre l’altro o gli altri erano considerati “antipapi” e i loro discorsi, scritti ecc. buttati al macero. In duemila anni di storia della Chiesa, il Magistero perenne ne ha calcolati ben 40! Uno ogni 50 anni circa. Il nostro caso, diciamo pure il “post papa Benedetto XVI” è comunque il più grave in assoluto perché, mentre in precedenza si trattava di false nomine papali spesso da parte di pochi ma potenti cardinali per accaparrarsi benefici, denaro, privilegi ecc., (cosa peccaminosa ovviamente ma non dell'attuale gravità di cui parleremo), nel nostro caso purtroppo, è la prima volta che l’intento principale degli antipapi sostenuti probabilmente da correnti massoniche che neppure fanno più mistero di manifestarsi pubblicamente, è soprattutto quello di demolire la dottrina cattolica dall’interno, e in tal modo distruggere tutta la Chiesa con i suoi dogmi, sacramenti, consacrazioni ecc. 
    Questa corrente anticattolica a vasto raggio, diciamo così, ha preso come occasione le aperture del Vaticano II (sia pure discutibili ma inevitabili in quel clima di odio e contestazione e persecuzione, vedi l'attentato a Papa Giovanni Paolo II),  per cominciare la sua azione demolitrice e subdola presentando le innovazioni come un male assoluto per creare divisioni e scismi, come è lo stile del diavolo, padre della menzogna e omicida, 

 E’ stato proprio in questo periodo contestato del Concilio, vale a dire grosso modo, dal 1962 al 1968 e avanti, che è emersa la figura del Vescovo Mons. Lefebvre il quale, preoccupato per le varie traversie e contestazioni soprattutto da parte progressista che pretendevano dal Papa un rinnovamento totale e radicale di tutta la dottrina cattolica, ha cercato di arginare questa avanzata ribelle, firmando anche lui tutti i documenti del Concilio. Infatti i documenti del vero Concilio dei Padri, come spesso soleva affermare papa Benedetto XVI, erano in piena sintonia con la dottrina di sempre, ma sono stati i media, i contestatori e i nemici della Chiesa  a stravolgerne tutti i significati, le finalità e perfino la sostanza. E la massa ignorante del popolo bue, ha fatto da cassa di risonanza.

Era il periodo delle grandi contestazioni sessantottine a vasto raggio, dove soprattutto i giovani universitari, animati da fanatismo irrazionale e ingiustificato, avevano la pretesa di cambiare tutta la società a iniziare dalla Chiesa, trovando sempre qualche sacerdote o vescovo dell’altra “sponda” contestatrice disposto a fornire loro il materiale necessario per aumentare il fuoco nel grande braciere, dove si doveva bruciare tutto il “vecchio” sistema per creare “miracolosamente” dal nulla il nuovo che, secondo loro, avrebbe risolto tutti i problemi sia economici che religiosi che di ogni altro genere.


Ricordo perfettamente che era un periodo in cui nessun Vescovo, o pochissimi, obbediva ai legittimi “Grandi” Papi, permettetemi la definizione, neppure i Vescovi regolarmente nominati dallo stesso Papa Giovanni Paolo II. Però si fingeva obbedienza per non avere rogne. C’era un clima di contestazione generale contagioso che io stessa toccavo con mano dal vivo perché allora stavo studiando teologia per laici nel Seminario di Verona e mi venne un colpo al cuore nel vedere che il nuovo “Catechismo della Chiesa Cattolica” promulgato nel 1992 da S. Giovanni Paolo II venne rifiutato e ignorato da quasi tutte le diocesi almeno quelle italiane, e solo pochi sacerdoti e qualche Vescovo fedele riuscirono a farlo conoscere e apprezzare ai loro fedeli. Tra questi un eroico sacerdote diocesano di Verona in concetto di santità per il quale si sta aprendo la causa di beatificazione: don Ferdinando Rancan che lo fece amare si suoi parrocchiani e amici simpatizzanti con lezioni di cui ci ricordiamo ancora la profondità e la chiarezza. E poi ci domandiamo come mai sono finiti così in basso anche gli studi nei seminari! Tutto da rifare e da rifondare.

Era questo eventualmente il momento più urgente e indicato per la nuova e coraggiosa comunità di San Pio X fondata appunto in quegli anni da mons. Lefevbre di stringersi ancora di più intorno all’autorità del Papa così deriso e bersagliato da tutte le divisioni, progressiste, tradizionaliste, sedevacantiste ecc. e fare corpo e resistenza con tutti i fedeli che amavano la vera Chiesa di Gesù contro l’avanzata ribelle, abortista, contestatrice e disfattista di tutto quello che era il patrimonio spirituale, liturgico e canonico che rischiava veramente la dissoluzione.

INVECE NO!! In nome di una presunta fedeltà alla Liturgia antica più che alla vera Chiesa di sempre e al Vicario di Gesù Cristo, il gruppo fondato da mons. Lefebre, il quale, torno a dire, aveva firmato tutti i documenti del Concilio, per cui non erano poi così eretici! ha preferito “fondare” la sua chiesuola perfetta e infallibile, rifiutando con sdegno la mano tesa di Papa Benedetto XVI attraverso un'apposita commissione la "Ecclesia Dei", nel tentativo ammirevole di tenere aperto un dialogo costruttivo e rispettoso da ambo le parti, dopo che che lo stesso Papa Ratzinger aveva avuto il coraggio di abolire la scomunica inflitta dal precedente Papa Giovanni Paolo II, a norma del diritto canonico, per aver essi consacrato i primi 4 Vescovi senza il permesso del Papa. Dopo che lo stesso Papa Giovanni Paolo II aveva loro concesso tutto: l’istituzione della “fraternità”, la Messa antica, l’ordinazione dei primi sacerdoti e l’aggregazione dei laici... ma consigliava di aspettare per le nomine dei Vescovi, senza per questo negare questo progetto, ma per il fatto che i tempi erano prematuri, vista la situazione di contestazione generale su tutti gli altri fronti.

Invece tutta la fraternità rispose orgogliosamente con un gesto gravissimo di disobbedienza, quasi sfidando il povero Papa Giovanni Paolo II già così umiliato e sofferente per il tentato omicidio, oltre che per le contestazioni ingiustificate anche dei propri Vescovi e Cardinali.

Qualche decennio dopo, some segno di “riconoscenza” verso Papa Benedetto XVI per le concessioni gratuite e immeritate sopra accennate, i responsabili della fraternità, davanti alla presenza dei due Papi, Benedetto e Francesco nel 2013, hanno ignorato la presenza del vero Papa uscente in sede impedita, per stringere accordi col nuovo presunto Papa Bergoglio il quale li ha furbescamente “accalappiati” promettendo loro incarichi di fiducia!! Quanta ingratitudine ha dovuto subire il povero papa Benedetto.

Arriviamo al 2026 con la nuova pretesa da parte dei Lefebvriani di ordinare altri 4 Vescovi, chiedendo il permesso, questa volta, all’attuale presunto papa Leone XIV il quale, consapevole di non essere il Papa legittimo e pertanto impossibilitato di esercitare nella pienezza il suo ministero petrino (la Segreteria di Stato e il Promotore di Giustizia stanno tenendo tutto sotto controllo fino allo scoppiare della “bomba chiarificatrice), ha dovuto tergiversare un po’ ma alla fine ha rifiutato il suo permesso per queste nuove ordinazioni. Anche questa volta i Lefebvriani, valido o invalido che sia questo rifiuto di Leone XIV, se ne sono letteralmente infischiati e hanno proseguito con le loro ordinazioni episcopali ottenendo questo bel risultato: sono eretici, scismatici e in stato di grave peccato per aver rifiutato la presenza e l’autorità del successore di Pietro, passato e presente, costituendo in tal modo una loro chiesa con sacerdoti veri, ma scismatici, e con Vescovi falsi e pure scismatici, e per giunta senza la presenza di Pietro. E chi non sta con Pietro neppure sta con la Chiesa, perché la Chiesa è stata fondata da Gesù Cristo non su un gruppo di sacerdoti o vescovi, ma SULLA ROCCIA CHE E’ PIETRO. 

QUINDI ESSI SONO FUORI DELLA CHIESA CATTOLICA TOTALMENTE.

Dalle cronache in corso, dobbiamo chiarire brevemente che a Leone XIV poco importava la questione lefebvriana sinceramente, anche se non gli competeva affatto come detto perché non ha il “munus petrino”, ma anche perché è super impegnato da parecchi mesi nel collocare nei dicasteri di maggior prestigio, soprattutto le donne, future diaconesse, dicono, con le arie che tirano, ma non caste suorine di preghiera e di dottrina, bensì le rappresentati ufficiali di tutte le categorie arcobaleno LGTB esistenti sulla terra, oltre che aver nominato uomini di cui si conosce perfettamente l’appartenenza alla massoneria che la Chiesa ha sempre condannato in ben 600 pronunciamenti.

Tutto questo programma scandaloso e sacrilego assieme all’adorazione occulta ma comprovata della dea Pachamama, già intronizzata da Bergoglio in Vaticano e dallo stesso Prevost quando era Vescovo in Perù, per sorvolare sull’invito ossequioso in Vaticano della “vescovessa” anglicana anch’essa lesbica e pro- immoralità varie che addirittura è stata invitata a dare “la benedizione!” a certi cardinali presenti, i quali non si inginocchiano più davanti al Santissimo o al momento della Consacrazione, però si sono inginocchiati in gesto ossequioso davanti alla vescovessa eretica e sacrilega che li ha benedetti. Poveracci! Come siamo ridotti! Purtroppo sono fatti e testimonianze da brivido che, per un vero cattolico normale, diciamo così, e neppure tanto fervente, provocano il voltastomaco e la tachicardia e non ultimo, la tentazione sempre più forte di lasciare questa nave della chiesa cattolica in piena tempesta per cercare scialuppe di salvataggio altrove, dove sembra albergare una tranquillità e sicurezza dottrinale davvero rassicurante.  Ma dove andremo, o Signore? Tu solo hai Parole di Vita Eterna.

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A questo punto drammatico della situazione, fatta salva la loro presunta buona fede nell’amore alla Messa antica e lasciando ogni giudizio finale a Dio Giusto Giudice, anche se non è la Messa che salva ma la comunione con la vera Chiesa e con Gesù Cristo che loro hanno rifiutato e rinnegato due volte attraverso due invalide consacrazioni episcopali, a questo punto drammatico della situazione, arriva nientemeno che mons. Schneider a proporre una soluzione assurda che non sta né in cielo né in terra e cerchiamo di vedere il perché.


RISPONDO ALLA SECONDA PARTE 
DI MONS. SCHNEIDER

Chiaro che i Lefebriani e loro adepti si difendono come possono dai molti dubbi e anche critiche che i fedeli stanno muovendo a motivo, come detto, di voler consacrare arbitrariamente i loro Vescovi senza il permesso del Papa, ma da qui ad affermare col vescovo SCHNEIDER che essi rappresentano la vera Chiesa sul modello di ciò che fece S. Atanasio siamo totalmente fuori binario.

Perché è stata la vera Chiesa in quel periodo dell’eresia ariana, agli inizi del 300 a passare quasi totalmente al Nemico. In quanto, seguendo l’apostata Ario, aveva in blocco rinnegato la divinità di Gesù Cristo riducendola a una pura emanazione della sua persona umana.

E col cedimento perfino del debole Papa Liberio e la spinta di imperatori e cardinali potenti, tutto il popolo cristiano di questi primi secoli della Chiesa aveva aderito quasi totalmente all’eresia ariana, tranne un solo Vescovo che si oppose con coraggio eroico e fu il grande sant’Atanasio, Vescovo di Alessandria d’Egitto dal 328 al 373 che per questo suo gesto sicuro, tenace, eroico, illuminato dallo Spirito Santo, si "guadagnò" persecuzioni, insulti, esilio  fino comunque ad ottenere la vittoria finale, uno solo contro tutti! In tutta questa vicenda amara della crisi ariana, spuntò quasi miracolosamente il CONCILIO DI NICEA, nel 325 dove venne definito con chiarezza che "MARIA SANTISSIMA ERA VERA MADRE DI GESU' CRISTO, VERO DIO E VERO UOMO". Pertanto si confermava l'unica Persona di Gesù Cristo nella pienezza delle due nature: umana e divina!

Mons. Schneider vorrebbe fare l’esatto contrario di ciò che ha fatto, con un eroismo incredibile il grande Sant’Atanasio, cioè vorrebbe che la vera Chiesa cattolica, sia pure dilaniata da gravissime lotte interne, fosse “rimpiazzata” dalla Fraternità San Pio X, tutta unita e compatta, ma solo all’apparenza, attorno alla loro Messa antica di cui si vantano, come se fosse la Messa a salvarli mentre occorrono ben altre virtù, oltre ai Sacramenti e all’obbedienza al Vicario di Cristo che è il Papa, quello vero però! Per questo adesso ci troviamo in una crisi dottrinale terribile che mai nella storia della Chiesa, già dilaniata da eresie e miserie di tutti i suoi membri, si è trovata ad affrontare.

Infatti Sant’Atanasio ha riportato tutto il gregge disperso dagli Ariani dentro all’ovile dell’unica vera Chiesa cattolica che essi in massa avevano abbandonato, grazie anche al pentimento valoroso del vero papa Liberio che ne era stato travolto anche lui ma poi si è ravveduto e ha appoggiato in pieno.
 S. Atanasio, dopo molte persecuzioni, come detto, a motivo della sua fede tenace e coraggiosa che era in contrasto soprattutto con i potenti dell’epoca dove comandavano ancora gli Imperatori romani e successori. (ricordiamo qui brevemente la famosa  "lotta per le Investiture" tra Chiesa e Impero durata interi secoli), riuscì comunque a perseverare in mezzo a grandi sofferenze e ricondurre la Chiesa nel giusto ovile di Gesù Cristo che aveva abbandonato in massa.

Questo anche per dimostrare che, quando si è convinti di una Verità di fede attraverso una certa illuminazione interiore che il Signore stesso invia a una o poche anime di preghiera veramente innamorate di Lui, nessun ostacolo può far prevalere la menzogna, e Gesù stesso si fa garante nel difendere i suoi ministri e la sua Chiesa quando, come e attraverso le anime che Lui vuole. Ma le porte degli Inferi non prevarranno mai sulla Chiesa di Cristo, anche quando tutto sembrasse perduto perché al momento opportuno, la Verità almeno per il piccolo gregge rimasto fedele, viene alla luce e ha la forza di abbagliare il resto del mondo.

Ma se sono stati i Lefebvriani ad aver rifiutato il vero Papa Benedetto XVI per stringere alleanza e obbedienza col falso papa eretico Bergoglio! E adesso lo stesso col suo successore Prevost che non fa altro che nominare gay trans e bis nei dicasteri di comando del Vaticano. In modo che un po' alla volta ci si abitua a tutto e dal cedimento approvato o tollerato della lussuria senza confini a quello dell’apostasia il passo è fatto perché la storia insegna che quando si cede sul peccato sessuale o peggio omosessuale "variegato" considerandolo una normalità da difendere e addirittura da benedire e di cui andare orgogliosi.. (peccato contro lo Spirito Santo) tutto il resto della dottrina cosa vuoi che importi? Quando la cecità dell’intelletto ha preso il sopravvento sulla ragione e sulla volontà, oltre al fatto che si rinuncia alla preghiera  o la si riduce  al massimo ritenendola inutile, che cosa resta da salvare del rapporto personale con Dio, base fondamentale della vera ascetica cristiana, oltre che della dignità dell’uomo e della donna se non poveri pagliacci manipolati dai potenti di turno? 
Che Gesù Cristo sia vero Dio o un grande profeta... Che la dea pachamama sostituisca la Vergine Maria ormai fuori moda… che importanza ha per il novello clero sessualizzato, sporcaccione, cieco ignorante e sacrilego? E per giunta presuntuoso perché crede di essere nella verità con la protezione  dello stesso Dio che vuole rinnovare una Chiesa ormai bigotta, esigente e fuori del tempo! 


Non si tratta certo per noi cattolici di sentirci dei "super-eroi" perfetti e impeccabili, uomini e donne di ferro, assolutamente no! Anche perché i santi ci dicono che certe tentazioni, come certe cadute non solo contro la castità servono per farci crescere in umiltà e chiedere sempre aiuto e perdono al Signore perché siamo tutti fragili, deboli e peccatori e senza di lui non possiamo nulla.  Non solo nei confronti della lussuria oggi così decantata come un diritto, ma anche contro tutte le altre tentazioni: l'invidia, l'ira, la maldicenza, l'imbroglio, l'usura, l'eccessivo piacere della gola e dei sensi in genere ecc. anche perchè questi cedimenti progressivi, non combattuti con la preghiera e i sacramenti, non danno serenità, ancor meno gioia, e alla fine creano molta sofferenza e tolgono la pace del cuore. 
Ci sono testimonianze in tale senso molto significative che emergono soprattutto durante convegni su questo tema ai quali cercavo di partecipare anch'io come pedagogista, non libera professionista ma come socia volontaria in associazioni pro-life. 

  Ma nel nostro caso concreto dove gli stessi Vescovi, col silenzio del presunto papa Leone applaudono a tutte le tipologie di unioni contro natura condannando coloro che si oppongono con quell'accusa orrenda di "omotransfobia" siamo su tutt'altra sponda! Anzi, su tutt'altro pianeta!  Perchè in questo caso si tratta di voler imporre un nuovo stile di vita come normalità dove questo stile di vita prevede non solo le solite convivenze irregolari tra un solo uomo e una sola donna senza alcun impegno matrimoniale vincolante, o il cosiddetto "adulterio" fra uomo e donna già sposati, ma si spingono ben oltre! Essi pretendono l'accettazione anzi il diritto a qualunque altro tipo di rapporto, con un elenco infinito di tipologie che considerano addirittura "famiglia" mentre sono in netto contrasto col volere di Dio espresso nella Genesi e trasmesso nei secoli sia dalla Chiesa cattolica che da altre Chiese ortodosse e protestanti, ma anche da quelle istituzioni laiche che comunque credono nei valori non negoziabili, basandosi sul buon senso e sulla legge naturale.

 Ormai quando l’immondizia, i piaceri della carne, della mensa e dei sensi riescono ad appagare il consacrato, tutto passa in secondo o terzo ordine di importanza: la Messa, i Sacramenti, le opere buone, la Vita Eterna! "Come una lupa si malvagia e ria, che mai non sazia la bramosa voglia, e dopo il pasto ha più fame che prima", afferma con indignazione il sublime poeta.
 Ogni azione o preghiera che aiuta a vivere il rapporto personale col Signore, attraverso il quale riceviamo la grazia della perseveranza e anche le luce per superare la nostre difficoltà o capire meglio la sua volontà su ciascuno di noi, perdono il loro vero significato ascetico e soprannaturale per fermarsi miseramente al soccorso ai poveri e ai migranti, che qualunque laico può realizzare, senza bisogno di quel sublime sacramento che è l'ordinazione sacerdotale "che ha il privilegio immenso, attraverso la Santa Eucarestia, di far scendere lo stesso Gesù dal cielo alla terra fino alla fine dei tempi." (dagli scritti di don Ferdinando Rancan)

 Basta pregare per la pace e per la pancia....e tutto il resto non ha più importanza.

Questi poveracci si ritrovano alla fine dei poveri disperati, perché privati dell'esperienza del vero amore che sboccia fra un solo uomo e una sola donna per tutta la vita, nel bene e nel male, ma vengono usati e abusati a seconda del volere malsano del potente di turno che li usa per i propri sporchi vizi e poi li molla con disprezzo. Peggio della peggiore prostituzione. Altro che amore! Altro che orgoglio! Altro che sorrisi e baci e penne di struzzo che coprono lo schifo delle loro nudità durante i gay pride che danno il voltastomaco.

Ma l’ultima parola spetta a Gesù Cristo. E lo stiamo aspettando con fede, almeno una sua chiara manifestazione indiscutibile e probabilmente anche.... sonora e roboante contro chi si ostina a peccare contro lo Spirito Santo scambiando il male per bene e viceversa e trascinando molte anime nell’errore e nel peccato. Dio lascia fare e resta in silenzio per vedere fino a che punto arriva la stoltezza umana senza il suo Creatore.... Poi però quando si farà sentire.... meglio battersi subito il petto perché ciò che conterà di più non sarà salvare la propria vita ma la propria anima dalla dannazione eterna. E quello sarà un tormento eterno terrificante per chi non si pente in tempo. Soffrire sulla terra per un miserabile piacere sempre inappagato,  e poi per sempre nella Vita Eterna è la peggiore stoltezza che possa capitare a un essere umano con un minimo di saggezza e dignità, uomo o donna che sia.

                                patriziastella.com

domenica 26 luglio 2026

IL PERICOLO DELLA GNOSI MODERNA. INTRODUZIONE


            BREVE GUIDA PER CONOSCERE LA GNOSI
                             DI GAETANO MASCIULLO

INTRODUZIONE 

Prima di entrare nel merito, è giusto che tu conosca chi ti sta scrivendo.

Mi chiamo Gaetano Masciullo.

Sono filosofo, storico, autore e giornalista, che ormai da anni analizza il rapporto tra modernità, teologia e crisi dell’identità e della cultura cattolica. Scrivo di affari vaticani per alcune tra le principali testate internazionali del mondo conservatore e tradizionale, tra cui LifeSite News, The European Conservative e The Remnant Newspaper.

Inoltre, svolgo attività di formazione per chi desidera comprendere la fede con rigore e senza compromessi. Centinaia di studenti hanno già comprato miei libri e seguito miei videocorsi online con profitto per la propria consapevolezza di cattolici amanti della Tradizione.

Il mio lavoro unisce ricerca accademica, esperienza giornalistica e competenza sul pensiero cattolico tradizionale.

Ho voluto creare questo documento gratuito per sintetizzare uno degli argomenti su cui ricevo più domande e che trovo più urgenti per capire la modernità.

Uno dei nodi più fraintesi — e più decisivi — per capire la modernità: la natura gnostica del suo progetto.

Infatti, uno degli aspetti che puntualmente suscita obiezioni durante conferenze, corsi e video online, oppure incontri dal vivo riguarda la mia interpretazione della modernità come fenomeno essenzialmente gnostico. Ogni volta che sostengo che il pensiero moderno e contemporaneo affonda le proprie radici nella Gnosi, ricevo puntualmente contestazioni infastidite.
           
Un messaggio ricevuto sui social sintetizza bene il tipo di confusione che oggi circonda questo tema:

«Mi dispiace dire che ritengo sbagliato quello che dice Masciullo. Lo gnosticismo è la filosofia antica cristiana che passa attraverso la filosofia greca antica. Per cui non c'è nessun dualismo, nessuna prigione della materia, la quale è invece solo il vestito della realtà. Una realtà dove non c'è nessun dualismo e nessun peccato, quindi nessuna salvezza. Esiste solo una sofferenza normale dovuta a chi non conosce la gnosi o la conosce soltanto in maniera esoterica: un ego che si è legato alla materia rifiutando un approccio psichico...»

Al di là delle gravi inesattezze contenute nel commento, esso rivela un equivoco oggi molto diffuso: la tendenza a confondere lo gnosticismo come fenomeno storico con la Gnosi come categoria filosofica e metastorica. Sul piano storico, infatti, con il termine "gnosticismo" si fa certamente riferimento alle diverse sette sorte nei primi secoli dell'era cristiana. Tali movimenti presentavano sistemi dottrinali differenti, spesso complessi e talvolta persino contraddittori tra loro. Studiare queste correnti è compito dello storico. 

Esiste però un secondo livello di analisi, più profondo, ed è quello filosofico (e teologico). In questo senso, la Gnosi non designa semplicemente determinate sette dell’antichità, ma una struttura permanente del pensiero, un modo di interpretare il rapporto tra Dio, uomo e mondo, che riemerge continuamente nella storia assumendo forme sempre nuove. Non si tratta di una lettura originale, una mia invenzione. Tra coloro che hanno sviluppato questa prospettiva vi è, tra gli altri, il filosofo Eric Voegelin, secondo il quale la modernità è caratterizzata da una progressiva riemersione della mentalità gnostica.

La Gnosi sopravvive alla scomparsa delle antiche sette, riaffiora nel catarismo medievale, influenza importanti correnti della filosofia moderna e contemporanea, in particolare il pensiero di Hegel, e giunge fino a molte espressioni del pensiero odierno, comprese alcune tendenze che si manifestano all'interno della stessa Chiesa cattolica, ormai infestata dal neo-modernismo teologico fin nelle sue più alte gerarchie. Se vogliamo comprendere davvero le grandi rivoluzioni culturali, politiche e religiose degli ultimi secoli, dobbiamo dunque imparare a riconoscere la Gnosi non soltanto come un fenomeno del passato, ma come una tentazione permanente dell'intelligenza umana.

Per questo motivo, la Gnosi è l'anima profonda della Rivoluzione, il principio teorico che, sotto forme diverse, alimenta il rifiuto dell'ordine naturale, la contestazione della realtà data e il tentativo di costruire un uomo nuovo e un mondo nuovo mediante una conoscenza ritenuta capace di redimere l'esistenza. (segue...)

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 Chiedo scusa ai lettori della brusca interruzione ma ho ricevuto dall'autore, oltre a un grazie per l'apprezzamento e la diffusione del suo lavoro, anche il consiglio di non riportare per intero il suo studio ma di fare riferimento al suo link qui sotto esposto, non solo per questo argomento ma anche per tutto il suo lavoro in generale che vale la pena conoscere e diffondere:

               https://guida.gaetanomasciullo.com 

Per quanto io ho potuto conoscere in questo breve periodo, consiglio vivamente di seguire la sua linea filosofica in piena sintonia con i Padri della Chiesa, la filosofia "Scolastica" di venerata memoria,  i filosofi di maggior livello e oggi purtroppo accantonati anche dagli studi in seminario, come San Tommaso, Sant'Agostino, indispensabile base culturale per poter affrontare e comprendere qualunque interpretazione della realtà, del mondo, dell'Essere  ecc. ecc. 
    Sarebbe molto utile anche l'acquisto dei suoi libri (considerando che lo scritto resta, ma il digitale e questi sia pure utili strumenti tecnologici potrebbero sparire un giorno, anche per intervento diretto e devastatore del solito "nemico" del pensiero forte e coraggioso, come lo chiamo io oggi, che con un semplice KLIK  potrebbe far saltare tutto).

Se vogliamo salvare l'umanità, le nuove generazioni  da una sorta di "suicidio collettivo" dobbiamo puntare sulla cultura, quella giusta, quella che è in sintonia con l'evidenza della realtà, la forza dell'intelletto, della ragione, della coscienza, del senso comune, in abbinata con la FEDE CATTOLICA che non è affatto rinuncia alla ragione, e ancor meno contraddizione o imposizione della Chiesa, ma un supplemento fondamentale che Dio stesso ci ha offerto per poter confermare quanto suggerito dal nostro intelletto, dalla coscienza, dall'evidenza concreta dei fatti, anche scientifica.
  
 In particolare si dovrebbe puntare soprattutto sulla riforma del "Piano di studi" dentro il Seminario, fucina del pensiero cattolico che non esiste quasi più, perché infestato da varie correnti contrarie che lo soffocano e lo neutralizzano, a tal punto che questi poveri giovani seminaristi, partiti magari con buona volontà, ne escono come preti più confusi di  prima, brancolanti nel buio e alla fine, quelli che vogliono conciliare "capra e cavoli" per non mollare, come si suol dire, si rifugiano nelle chimere del sesso e della vita comoda, mentre i migliori che lottano per la fedeltà e anche per la castità, (almeno come possono in questo mondo di  immondizie che ti offre il male come il massimo dei beni da rivendicare con ostentato orgoglio), si rifugiano nel "sociale", nelle opere caritative, giuste, necessarie, ma non fondamentali per un sacerdote, chiamato da Dio a parlare soprattutto di eternità, di Vangelo, di rinuncia, di lotta ascetica, di comunione con Dio, oltre che "portatore" di Gesù Cristo vivo e vero, attraverso la celebrazione dei "Sacramenti", unica ed esclusiva prerogativa del Sacerdote cattolico, in particolare della Santa Messa e della Confessione, oggi così trascurata. 
    Come da esempio del nostro sacerdote diocesano veronese in concetto di santità, "don Ferdinando Rancan" vero modello del sacerdote di questi nostri tempi (è mancato il 10 gennaio 2017)  sempre ancorato alla "Verità" che è Gesù Cristo e che non tramonta mai. Riporto un breve brano della sua minibiografia "Don Ferdinando sosteneva che la Santa Messa doveva essere, in un certo senso, un tutt'uno col Sacerdote, perché sua prerogativa esclusiva, un privilegio così grande da far tremare Angeli e Santi dalla gioia pensando che solo ai Sacerdoti cattolici, in virtù del Sacramento dell'Ordine Sacro, è stato concesso da Dio stesso "il privilegio di portare Gesù vivo e vero dal Cielo alla terra".
(per i suoi libri chiedere alla casa ed. Fede e Cultura di Verona che li invia a domicilio).

 Solo con la vera cultura cristiana potremo riprendere le redini di questa nostra società malata di qualunquismo, di anarchia, di auto-distruzione, perchè è solo la cultura cristiana, supportata dalla fede e da un sano intelletto che si potrà salvare questo povero mondo in balia delle tenebre che va brancolando senza meta fino al precipizio. Vedasi  il felice binomio "Aristotele/S.Tommaso D'Aquino", ovvero cultura pagana supportata da un intelletto sano come quella del filosofo Aristotele che è servita di base culturale, diciamo così sommariamente, per la filosofia cristiana di S Tommaso; per dimostrare che non c'è assolutamente contraddizione tra l'Intelletto sano, come quello di un pagano, e la fede cattolica, perchè entrambi usciti dalle mani dello stesso Dio Creatore;  o più recentemente il binomio Fede-ragione "Fides et ratio" di venerata memoria dei due grandi Papi S. Giovanni Paolo II e Benedetto XVI.  

Ma chi li legge e li studia nei vari Seminari di oggi, anche a livello mondiale?  Se qui a Verona, e  mi risulta anche altrove, le stesse autorità ecclesiastiche hanno buttato al macero centinaia di libri del meraviglioso "Catechismo della Chiesa cattolica" di Giovanni Paolo II appena pubblicato nel 1992, cosa possiamo pensare del futuro dei nostri poveri sacerdoti novelli? Quale formazione o deformazione li aspetta? Ci vorrebbe proprio una vera riforma del Seminario diocesano, altrimenti non dovremo meravigliarci se non ci sono più vere vocazioni, in quanto i giovani sanno che per avere tutto ciò che offre il mondo, per giunta a buon prezzo o perfino gratuitamente, basta entrare in seminario! Addio lotta ascetica, addio filosofia o teologia cattolica, addio consacrazione e fedeltà a costo di grandi rinunce. Addio!

Se vogliamo salvare il mondo non è necessario usare le armi, ma il cervello, la penna, la preghiera che illumina l'intelletto e spinge il cuore ad amare, a rinunziare, a sacrificarsi per la Verità, che è nientemeno che nostro Signore Gesù Cristo, il quale darà tutto l'aiuto, anche concreto, materiale, a coloro che glielo chiedono con sincerità di cuore per amore del prossimo, per il futuro dei nostri figli e l'intera umanità.
Dopo questa spero necessaria digressione, sempre sullo stesso argomento di base: la conoscenza! rimando  tutto l'encomiabile lavoro del prof. Masciullo al link di sopra e al contatto del suo blog, e soprattutto attraverso l'acquisto dei suoi libri, come indicato.

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Breve commento personale:
     Da questa lettura del prof. Masciullo si comprende meglio, anzi direi perfettamente, la spiegazione che lo stesso professore ha dato nel commento precedente in merito alle nuove eresie pubblicate sull'organo di stampa del Vaticano che è l'Osservatore Romano del 4 luglio riguardanti i primi capitoli della Genesi, che l'interpretazione dell'autrice che si definisce teologa, ha voluto dare capovolgendo l'intero significato biblico e presentando Eva come "il desiderio mai sopito della donna di realizzare sé stessa, attraverso il superamento dei soliti precetti che la imprigionano e la rendono schiava del potere, diciamo così, senza pensare che semmai questo eventuale "potere" è nientemeno che nostro Dio Signore e Creatore che ha fatto tutto solo in vista del nostro Bene, del nostro fine ultimo che è la Vita Eterna, e della nostra felicità anche su questa terra perché EGLI E' SOLO AMORE INFINITO CHE VUOLE TRASMETTERE ALLE SUE CREATURE, ALL'UOMO E ALLA DONNA, CREATE A SUA IMMAGINE E SOMIGLIANZA.

E' tutto collegato da un unico filo o denominatore comune mai tramontato, sin dai tempi della creazione degli Angeli e dell'uomo, cioè quella tentazione perenne del maligno "SARETE COME DIO" se farete il contrario di ciò che Dio, da "despota indiscusso", vi comanda di fare.

Ecco allora spiegato il perchè di quel "mondo alla rovescia" di cui oggi si parla tanto, anche attraverso un recente libro; è il desiderio di sovvertire la natura uscita dalle mani di Dio Creatore, con leggi contro natura, sotto i vari aspetti: il rapporto sessuale, la procreazione, la relazione famigliare e sociale, la vita con nascita e morte,  il clima, i cataclismi, le leggi, i vaccini come "atto d'amore" quando invece si sono rivelati devastatori di tutto l'organismo fino  alla morte, a motivo della nostra ignoranza e della nostra cieca e stolta fiducia in una ipotetica "scienza alla rovescia" senza aver mai fornito alcuna prova dell'efficacia di questo prodotto malefico che sta portando tuttora l'uomo alla rovina fisica, morale, spirituale  ecc. 
    Perfino nel campo legale e penale viene capovolto tutto: si condanna la vittima e si premia l'assassino come normalità assoluta, tutto capovolto, tutto rovesciato, tutto confuso, tutto difficile, tutto impossibile da vivere senza traumi e indicibili sofferenze.  
   
 Ma l'uomo insensato non riflette, pur toccando con mano i pessimi risultati di questa nuova impostazione "al contrario di tutto" va avanti imperterrito, anche perchè, rifiutando Dio e la sua legge d'amore e di perfetto Ordine nell'universo intero, garanzia anche del buon vivere, viene privato di quel Dono della "SAPIENZA" , uno dei  Sette Doni dello Spirito Santo, che illumina la mente e da gioia al cuore nella contemplazione delle bellezze del creato, della giustizia e della Pace. 

    Si! Con l'avanzare della Gnosi, veniamo privati anche della Pace oggi così decantata e implorata come risolutiva di tutti i mali e problemi del mondo. 
Come può esserci la pace nel mondo, se alberga nel cuore dell'umanità tanto odio, disprezzo, cattiveria, malvagità, desiderio di vendetta, di torturare gli innocenti, di penalizzare le vittime, di premiare gli assassini, di indurli al suicidio assistito spacciato come bene, oltre che attraverso veleni che sono i cosiddetti "vaccini" che hanno capovolto il corpo e la mente di tutta l'umanità?
        
  Credono gli stolti di attirare l'attenzione su di loro a forza di proteste e sfilate pubbliche anche con espressioni oscene "off limit" che sono manifestazione chiara di quella rabbia interiore che alberga nel cuore di tutti quegli uomini che vogliono sovvertire la normalità e la  bellezza della vita e di tutto il creato per "creare" essi stessi il loro mondo, la loro vita, i loro rapporti a modo loro, come gli pare e piace, anzi, proprio per sfidare la "presunta onnipotenza di quel Dio despota" al quale non vogliono essere sottomessi. E non si accorgono che invece finiscono negli artigli del peggiore degli esseri che, per odio e ribellione contro Dio, è l'espressione del male, dell'odio e della perversione assoluta.
    
    L'uomo retto invece è contento e prega con le parole della Bibbia: "Sei tu Gesù l'unico mio Bene! Gesù confido in te! Signore, da chi andremo? Tu solo hai parole di Vita Eterna! Signore, ci hai fatti per Te e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te.".

                                             patriziastella.com
           

martedì 21 luglio 2026

GRAVI ERESIE SU L'OSSERVATORE ROMANO DEL 4 LUGLIO 2026


APRI LINK QUI SOTTO E ASCOLTA 

CON ATTENZIONE


        https://youtu.be/Q4uTMVqEUnc?is=ds_Mx6vvP_DIxUDf



CARI AMICI è con grande dolore che sento il dovere di inviare, assieme a notizie edificanti e incoraggianti per la nostra fede, anche queste “novità” diciamo pure sconvolgenti che accadono in forma sempre più palese e grave, soprattutto da quel fatidico anno 2013, noto per essere passato alla storia come l’anno dei “Due Papi” quando in realtà il vero e unico Papa era ed è rimasto Papa Benedetto XVI avendo rinunciato solo al “Ministerium” e non al “Munus” cioè all’investitura divina che Dio stesso conferisce al successore di Pietro, che è UNO.
 Il grande Papa Benedetto è stato costretto a questa decisione molto combattuta e sofferta, come da sua dichiarazione, la famosa “Declaratio” a motivo delle persecuzioni interne da cui era minacciato come da “lupi” (parole sue) che gli impedivano di compiere la sua missione con piena fedeltà al suo mandato pontificio. Tant’è vero che Benedetto XVI ha continuato a vestire l’abito bianco come il vero Papa, firmava con la sigla p.p. (pastor pastorum) esclusiva del Papa mentre Bergoglio mai ha firmato i suoi documenti con questa sigla e, neppure dopo la morte di Papa Benedetto, ha mai avuto l’accesso alle stanze pontificie: camera, studio, cappella, salottino ecc. riservate esclusivamente al vero Papa, stanze che non sono state concesse neppure al nuovo Papa Leone XIV in quanto anche per lui è incerta la sua vera successione apostolica, così dicono le varie fonti informative. Vuol dire che lo Spirito Santo continua in silenzio la sua missione nella difesa della Verità attraverso persone fidate in mezzo a tanti traditori, purtroppo, che si sono infilati all'interno della Chiesa per distruggerla, ma non ce la faranno, anche se i danni  spirituali sono purtroppo sempre più evidenti.

La gente comune, e probabilmente anche molti  Prelati, neppure conoscono le regole severe canoniche e legislative per la nomina del successore di Pietro, regole che devono essere rispettate nella loro totalità, perché provenienti dal mandato divino “Munus” e con esso, legate strettamente alla infallibilità del vero Papa nel caso di dogmi, e comunque all’assistenza dello Spirito Santo nei pronunciamenti di fede e di dottrina.
Inoltre dal 2013, anno dell’insediamento di Bergoglio con il nome di Papa Francesco, è stato tolto il titolo di “Vicario di Cristo” sia dall’annuario pontificio che da tutti i documenti ecclesiastici ufficiali, senza dire dell’ambiguità o peggio dei suoi documenti dove, in pratica, molto subdolamente, si demolisce tutta la morale cattolica per aprire la strada a qualsivoglia comportamento sessuale, con la scusa di concedere la Santa Comunione anche in peccato mortale, (Amoris Laetitia). Quando si parte dall’intenzione di aprire una piccola breccia all’errore o al peccato, anche in buona fede nell’intento di avvicinare le persone alla Chiesa, si finisce poi per far entrare di tutto e di peggio, senza possibilità di ritorno alla normalità.

Con l’insediamento di Bergoglio, è iniziato anche all'interno delle varie congregazioni religiose, parrocchie ecc. un difficile periodo di incomprensioni, diffidenze, persecuzioni, addirittura scomuniche assurde, probabilmente invalide per chi osasse nutrire dei dubbi sulla validità della sua nomina, mentre ricordo che ai tempi della pubblicazione del nuovo Catechismo di San Giovanni Paolo II nel 1992, tutti i cattolici, laici, preti, vescovi, catechisti ecc. potevano permettersi di criticarlo impunemente, comprese le meravigliose encicliche, addirittura orgogliosi di buttare tutto al macero davanti agli occhi scandalizzati degli alunni della scuola teologica "S. Pietro martire" di Verona, tra cui la sottoscritta che frequentava quella scuola per laici e difendeva il vero Papa Giovanni Paolo II che ha rischiato la morte, come il suo predecessore,  per il suo intrepido coraggio.

La nostra vera Chiesa Cattolica fondata da Gesù Cristo è da sempre “Una, Santa, Cattolica e Apostolica” e nulla ha da spartire con la cosiddetta “Chiesa Sinodale” voluta da Bergoglio nel 2023 e portata avanti dal suo successore, Prevost, senza limite di tempo, a motivo di queste differenze dottrinali basilari: il vero “Sinodo dei Vescovi” era istituito dal Papa per risolvere particolari problemi di carattere “contingente”, spesso solo locale di una Nazione o Nunziatura, di breve durata ed era riservato solo ai Vescovi locali per la loro specifica competenza di carattere giuridico, canonico, teologico, morale per quel determinato territorio. Mentre invece adesso, da Bergoglio a Prevost, si vuole istituire la nuova cosiddetta “Chiesa sinodale” che continua “sine die” e che è formata da sacerdoti o vescovi senza particolari competenze, ma anche da persone comuni, uomini e donne, neppure cattolici, anzi spesso di dubbia moralità, formazione e costumi che dovrebbero costituire le nuove “autorità ecclesiastiche” col compito di indicare al popolo cristiano sparso nel mondo le “nuove direttive spirituali” future!!! Manco fossimo un’azienda dei lavori pubblici dove ogni esperto del settore può dare il suo illustre parere su come costruire una ferrovia. 

Chiudere gli occhi e fingere che tutto questo non esista e che tutto proceda nella normalità, per non creare problemi personali o crisi alla comunità, è da stolti o incoscienti o ignoranti, e potrebbe avere delle conseguenze drammatiche per tutti. E’ vero che si  può rischiare grosso soprattutto per i sacerdoti e vescovi obbligati all’obbedienza, che però non deve mai essere cieca, (come accettare il vaccino come atto d’amore che ha mandato molta gente al creatore!!!) ma una obbedienza intelligente, motivata e fondata sulla Verità anche scientifica prima di assumersi responsabilità così gravi come quelle della salute e della sopravvivenza fisica, oltre che della salvezza della propria anima.

Ricordiamoci che il mondo non potrà avere mai vera pace, finché la Chiesa rimane in balia delle potenze del suo nemico, perché il benessere anche materiale, la pace, la giustizia, il rispetto, la vita, la famiglia, l’amore e tutte le altre virtù umane e soprannaturali, compreso il progresso, la serenità, la gioia con cui abbiamo il diritto di vivere questi pochi decenni che stiamo al mondo, vengono cancellate perché la Chiesa cattolica in balia del suo nemico non costituisce più un  solido baluardo contro le insidie del diavolo ma, come da visione di Leone XIII, è completamente assalita dai diavoli. Queste legioni di diavoli fanno la guerra al mondo intero e non solo alla Chiesa proprio perché manca il “BALUARDO” contro l’avanzata del male nel mondo che è sempre stato costituito dalla forza soprannaturale derivante dall’Onnipotenza di Dio attraverso la Chiesa Cattolica, nella quale non si crede più, oppure si crede solo per poterla demolire da dentro. Per cui anche un buddista, luterano, musulmano, ebreo ecc. pur essendo indifferenti alle vicende della Chiesa cattolica, tuttavia ne ricevono, consapevoli o no, le conseguenze pratiche, sia nel bene che nel male, perché il diavolo che è entrato nella Chiesa odia non solo i cristiani, come figli di Dio, ma tutta l’umanità e si accanisce contro tutto il mondo perché creato da Dio e lo vorrebbe distruggere, se noi continuiamo a fingere di non vedere la realtà, anziché aprire gli occhi, chiedere aiuto, pietà e misericordia a Dio nostro Padre che ci ama, per mettere fine a questo immane flagello con la preghiera, la supplica e la riparazione.

Come nei duemila anni di storia della Chiesa nei quali il Magistero solenne ha decretato l’esistenza di ben 40 antipapi, uno ogni 50 anni circa, che sono stati ufficialmente espulsi, anche dopo decenni dalla loro morte, buttando al macero tutto il loro operato, sia orale che scritto, anche noi cattolici, adesso aspettiamo con fiducia che il Magistero solenne della Chiesa, attraverso l’azione dello Spirito Santo, decreti in forma ufficiale quello che da tempo costituisce una grossa spina nel cuore di molti fedeli e cioè la verità su questi due ultimi presunti Papi, grazie ai quali viene concesso di tutto e di peggio, anche il peccato contro natura, altro che baluardo contro il male. Tanto che molti credenti adesso si domandano amareggiati che cosa ci stia a fare la Chiesa cattolica se non fa altro che benedire qualunque comportamento immorale e disonesto, comminando scomuniche a chi osa proclamare con coraggio la verità, e rimanendo in silenzio colpevole quando dovrebbe difendere sacerdoti o laici perseguitati nel mondo.

Dobbiamo comunque restare calmi e fiduciosi perché al timone della nave in mezzo alla tempesta c’è sempre il nostro "super timoniere" GESÙ CRISTO VERO DIO E VERO UOMO, il quale ha chiesto a Pietro, prima del rinnegamento, di osservare il suo mandato che è questo “E TU, UNA VOLTA RAVVEDUTO, CONFERMA I TUOI FRATELLI NELLA FEDE”. Non gli ha chiesto di fare miracoli o di risolvere i problemi che attanagliano il mondo, ma di confermare i fratelli nella Fede di sempre. Ma se colui che riteniamo il Papa fosse un antipapa, tutto il mondo, Chiesa  cattolica in primis, va alla deriva. Soprattutto in questo periodo storico perchè, rispetto ai 40 antipapi precedenti, bisogna sottolineare questa non piccola differenza: i 40 antipapi, tutti elencati con il loro nome e anno di falso mandato, erano mossi più che altro da ambizioni personali, più che altro di prestigio, col sostegno di gruppi di cardinali italiani o stranieri in guerra tra di loro, pessima cosa ovviamente, però mai come al giorno d'oggi. Perchè al contrario di allora, in questo periodo storico della Chiesa del terzo millennio, i vari gruppi che sostengono il vero o falso Papa, sono mossi da motivi  preternaturali voluti dal diavolo, di avversione, per non dire odio verso la Chiesa e Gesù Cristo, suo perenne antagonista, perchè mai nella storia della Chiesa si è riscontrato un tale odio contro la Fede e contro la Verità che è Gesù stesso, Via, Verità e Vita e contro tutta l'umanità e tutta la creazione uscita sempre e comunque dall'opera di Dio Signore e Creatore-

Io non sono fanatica di tante profezie e ancor meno di  "veggenti" così di moda, tuttavia neppure possiamo ignorare quelle più importanti riguardanti la Chiesa e la salvezza delle anime. Ricordiamo le profezie di papa Leone XIII, san Padre Pio, la Madonna de La Salette, La Madonna di Fatima ai tre pastorelli, le profezie di Akita in Giappone, della beata Emmerick e di altri mistici.  Ricordiamo inoltre che la Madonna già dal 1500 aveva chiesto a un gruppo di suore fedeli di quel tempo di pregare per la Chiesa del terzo millennio perchè sarebbe stata assalita da intere legioni di diavoli. (vedi le profezie della "Madonna del Buon Successo" a Quito in Equador approvate dalla Chiesa").  Infine riportiamo qui sotto anche il n. 675 del Catechismo Chiesa cattolica di San Giovanni Paolo II che ci prepara a questi avvenimenti chiedendoci la fortezza e la fede eroica per superarli, con l’aiuto di Gesù, Giuseppe e Maria e degli Angeli Custodi. “Prima della venuta di Cristo, la Chiesa deve passare attraverso una prova finale che scuoterà la fede di molti credenti. La persecuzione che accompagna il suo pellegrinaggio sulla terra svelerà il “Mistero di iniquità” sotto la forma di una impostura religiosa che offre agli uomini una soluzione apparente ai loro problemi, al prezzo dell’apostasia dalla verità. La massima impostura religiosa è quella dell’Anticristo, cioè di uno pseudo-messianismo in cui l’uomo glorifica sé stesso al posto di Dio e del suo Messia venuto nella carne” (n. 675 C.C.C. L’ultima prova della Chiesa)

Noi continuiamo a sostenere i nostri sacerdoti fedeli, anch’essi molto provati e tormentati a motivo del dovere dell’obbedienza a certe autorità ecclesiastiche di dubbia consacrazione, restiamo vicini a quei sacerdoti fedeli che ci possono assicurare ancora i Sacramenti validi di sempre, con la Messa di sempre “Vetus o Novus Ordo”, la confessione di sempre, il Magistero di sempre, il Vangelo di sempre, senza rincorrere "quel prurito di novità" denunciato già dai tempi di san Paolo che il demonio mette sulla nostra strada per fuorviarci dal retto cammino, buttando alle ortiche tutta la tradizione bimillenaria, teologica, sacramentale, biblica ecc. che ci ha sostenuti e illuminati fino ad oggi.

Siamo in piena battaglia, cari amici ma se resteremo fedeli alla Chiesa di sempre anche se ferita come una madre malata e bisognosa di cure, avremo assicurata la vittoria perché la Madonna di Fatima ce lo ha promesso “Alla fine il mio Cuore Immacolato trionferà” e avremo un millennio di pace e serenità e fede vera nel mondo intero. Allora vedremo anche il trionfo della vera Chiesa cattolica, purificata, solenne e maestosa pur nella sua povertà, come da profezie di Papa Benedetto XIV nel 1976. 

Comunque dovessero andare le cose, anche in vista di una probabile grossa guerra, e fossimo privati dei SACRAMENTI VALIDI, ci resta sempre l'arma più potente dopo la Messa che è il SANTO ROSARIO. Preghiamolo spesso, non solo per strada o in macchina, ma anche in ginocchio, da casa, da soli o con qualche amico che condivida con noi la consapevolezza di questa grave crisi all'interno della Chiesa cattoli che si sta realizzando adesso in questo preciso periodo storico per volontà di Dio.

SEI TU GESÙ L UNICO MIO BENE. 
GESÙ CONFIDO IN TE. 
GESÙ GIUSEPPE E MARIA SALVATE CHIESA ITALIA E LA FAMIGLIA MIA.

                                 patriziastella.com




domenica 29 marzo 2026

LA SETTIMANA SANTA CON GESU' .


                          Brani tratti dal libro 
              “IN QUELLA CASA C’ERO ANCH’IO”
                        di Ferdinando Rancan
                          
                      Ed. Fede & Cultura  tel. 045/941851
     

Prefazione del Vescovo di Verona 
mons. Flavio Roberto Carraro
Imprimatur del rev. prof. don Ermanno Tubini


LA DOMENICA DELLE PALME

Il corteo delle palme (…) Quando infatti i due Apostoli tornarono col giovane asinello e Gesù si accinse a salire, nella folla che lo seguiva scoppiò l’entusiasmo. (…) Il corteo si faceva sempre più numeroso e variopinto: gente di tutte le età e di tutte le provenienze, ma tutti accomunati da un’unica convinzione: il momento decisivo era arrivato, il Figlio di Davide entrava come Re d’Israele nella Città santa. Molti si erano impadroniti delle fronde degli alberi e dei rami di olivo che provenivano dalla potatura primaverile, e danzando gridavano: “Benedetto colui che viene nel nome del Signore. Osanna nell’alto dei cieli”.

Gesù, seduto sull’asinello, si lasciava osannare dalla folla che lo proclamava Figlio di Davide, “inviato” da Jahvè, il che equivaleva a una proclamazione messianica. Questo spaventò i Farisei che erano venuti da Gerusalemme, e uno di loro, che vestiva pomposamente le insegne di dottore della Legge, forzando il cordone degli Apostoli, si avvicinò a Gesù e con tono di protesta gli disse: “Ma non senti cosa dice questa gente?”. Gesù fermò il puledro, fissò col suo sguardo penetrante il fariseo e poi, guardandosi intorno, esclamò: “Se questa gente tacesse, griderebbero le pietre!”, e diede un colpo al puledro che riprese il cammino.

Arrivammo così sulla sommità del Monte degli Olivi; il corteo si accingeva a scendere verso la valle del Cedron. Ma Gesù arrestò l’asinello e si fermò a guardare la Città santa che gli stava di fronte in tutta la sua magnificenza. Lo spettacolo era impressionante. Il sole, ormai alto sull’orizzonte, investiva da oriente la città che offriva in primo piano il complesso monumentale del Tempio. Era il Tempio ampliato e abbellito da Erode il Grande. Gesù stette immobile a guardare. La sua città, la città di Dio, il luogo di tante meraviglie compiute dal Signore, era lì ai suoi piedi. Improvvisamente si portò la mano davanti agli occhi e scoppiò in pianto. Quelle mura apparvero a lui in quel momento non come una cinta di difesa, ma come il segno di un rifiuto, il rifiuto della sua città ad accoglierlo come Salvatore. Era una città chiusa alla visita di Dio.

Quando con lo sguardo velato di lagrime tornò a guardare la città, tra un singhiozzo e l’altro, cominciò a mormorare: “Gerusalemme, Gerusalemme!”. Giovanni che era accanto a lui poté seguire, profondamente sorpreso, il lamento del Signore: “Se anche tu avessi compreso in questo giorno ciò che giova alla tua pace! Ma, ecco, ora è nascosto ai tuoi occhi. Verranno giorni per te in cui i tuoi nemici ti cingeranno di trincee, ti assedieranno e ti stringeranno da ogni parte. Abbatteranno te e i tuoi figli dentro di te, e non lasceranno in te pietra su pietra perché non hai riconosciuto il tempo in cui sei stata visitata”.

Giovanni era a conoscenza di quale sorda ostilità regnasse nel Sinedrio da parte degli Scribi e dei Dottori del Tempio e della chiusura fatta di odio e di vendetta che regnava nell’animo dei capi religiosi di Gerusalemme nei confronti di Gesù; perciò il pianto del Maestro, per quanto imprevisto, trovò in lui una comprensibile giustificazione. Ciò che invece gli risultava incomprensibile era la fosca previsione sul destino della città, destino che nelle parole di Gesù appariva come una catastrofe spaventosa. Com’era possibile che tanto splendore, che la Città santa, la città che fu di David, di Salomone e dei Profeti e che ora vedeva il trionfo del Messia, com’era possibile che una realtà così eccelsa, segnata dalla predilezione e dalla gloria di Jahvè, andasse miseramente in rovina per mano dei pagani? Quarant’anni dopo, quelle parole di Gesù diventeranno una tragica realtà. (…)

Il lamento di Gesù Sei secoli prima, queste lacrime su Gerusalemme le versava il grande Profeta Geremia; egli piangeva sulle rovine della sua città messa a ferro e a fuoco dagli eserciti di Babilonia. Quelle lacrime cadevano sulle rovine della Città santa, ma il motivo non erano quelle rovine. Il Profeta versava lacrime sull’infedeltà di Gerusalemme. Il popolo eletto era venuto meno all’Alleanza col suo Dio. Il pianto del Profeta e i suoi struggenti lamenti andavano ben oltre il desolante spettacolo di una città distrutta. Quelle rovine fumanti non erano dovute alle armi di Nabucodonosor, ma alla infedeltà di Israele verso il suo Signore.

Ora, quella città è qui davanti ai tuoi occhi, o Gesù; la sua infedeltà all’Alleanza si consuma oggi nel rifiuto verso il suo Dio che viene a lei mansueto su un asinello. È un dolore d’amore quello che stringe il tuo cuore; tutte le strade che hai percorso per salire a Gerusalemme sono state strade d’amore e non c’è altra risposta al rifiuto della Città amata che le lagrime di dolore. Gerusalemme! Gerusalemme! Quanta tragica ironia in questo nome. La città che s’intitola “visione di pace” non ha saputo riconoscere ciò che giova alla sua pace! In quel momento, quella “visione di pace” si trasformava ai tuoi occhi, o Signore, in una “visione di distruzione e di guerra”, di dolore e di pianto.

Ma il tuo sguardo, o Gesù, immensamente più profetico di quello di Geremia, va ben oltre alla tua città, alle sue mura e al suo Tempio, al suo splendore così dolorosamente offuscato da un destino di morte. Per te ogni anima è una città santa, ogni anima è una Gerusalemme dove Dio ha compiuto le sue meraviglie; e quando quest’anima si cinge di mura impenetrabili, mura di indifferenza, di rifiuto, di ostinata chiusura alla voce di Dio che viene a visitarla, quest’anima finirà preda del maligno che distruggerà in lei ogni grazia, spegnerà ogni bellezza, cancellerà ogni segno dell’amore di Dio riducendola a un tizzone fumante, a un luogo tenebroso “dove è pianto e stridore di denti”. È la fine miseranda di ogni anima che rifiuta la visita di Dio il vero motivo del tuo pianto!

Ingresso in Gerusalemme Ripreso il cammino sul sentiero che scende verso la valle del Cedron, Gesù si ricompose, assumendo un aspetto solenne, mite ma pieno di dignità, che contribuiva ad alimentare l’entusiasmo della folla. Folla che andava aumentando perché molti pellegrini, soprattutto Galilei venuti a Gerusalemme per la Pasqua, saputa la notizia, uscivano dalla città per andargli incontro. (…)

L’atrio dei Gentili rigurgitava di gente; in mezzo ad essa erano molti bambini e fanciulli che gridavano con l’insistenza propria dei bambini: “Osanna al figlio di David! Osanna! Osanna!”. Ma quando Gesù cominciò a parlare, si fece silenzio in tutto il grande cortile fin sotto i portici di Salomone: “È venuta l’ora, - cominciò, e la sua voce era forte e solenne - è venuta l’ora che il Figlio dell’uomo sia glorificato. In verità, vi dico: se il chicco di grano, caduto per terra, non muore, rimane solo: se invece muore, produce molto frutto… Ora l’anima mia è turbata; che dire? Padre, salvami da quest’ora? Ma proprio per questo sono venuto! Padre, glorifica il tuo Nome!”. Si udì in quel momento una voce dal cielo: “L’ho glorificato e lo glorificherò ancora!”.

Nel silenzio, quella voce echeggiò possente come un tuono. La gente cominciò a interrogarsi esprimendo le più diverse interpretazioni, ma nessuno, nemmeno gli Apostoli, compresero il senso delle parole di Gesù. Egli, infatti, prendendo spunto dalle manifestazioni di gloria umana che gli erano state tributate, volle proclamare che la sua gloria gli veniva soltanto dal Padre. Egli lo avrebbe innalzato da terra perché tutte le creature venissero riscattate e restituite alla gloria di Dio. “Quando sarò innalzato da terra - esclamò - attirerò tutti a me”.

(Commento personale: Adesso quel lamento di Gesù si potrebbe indirizzare alla nostra città di Roma, alla nostra Italia che ha rifiutato il suo Signore, il suo Dio che ha scelto Roma come dimora del suo Vicario in terra e come sede della cristianità per vederla adesso ridotta a un cumulo di miserie, quelle materiali e quelle spirituali che sono di gran lunga peggiori, anzi sono la causa prima di tante calamità. Gesù, ti preghiamo, vieni presto in nostro aiuto, venga presto il Tuo Regno di giustizia, di bontà e di pace)


           LUNEDI’ SANTO,
           MARTEDI’ SANTO, 
           MERCOLEDI’ SANTO

Il giorno dopo il trionfo del suo ingresso a Gerusalemme, Gesù era in piedi di buon mattino e si mostrava particolarmente vivace, deciso a recarsi di buon’ora al Tempio. Consumò insieme agli altri Apostoli la colazione che Marta e le altre donne avevano preparato, e si mise subito in viaggio. Indossava la tunica inconsutile che Maria gli aveva tessuto tre anni prima con un lungo e paziente lavoro, e che Gesù indossava ogni volta che andava a Gerusalemme per recarsi al Tempio. Gli conferiva particolare dignità, e faceva risaltare maggiormente la sua autorità.

Prima di partire mi prese in disparte e mi disse di restare con Lazzaro a Betania, e di mettermi a disposizione di sua Madre. L’atteggiamento di Gesù in quei giorni mi appariva più disteso e sicuro; aveva abbandonato le misure di prudenza seguite fino allora, e sembrava che volesse forzare i tempi. È vero che gli faceva da scudo il favore popolare ancora molto vivo dopo il suo ingresso in Gerusalemme, ma si vedeva che gli stava a cuore una cosa: chiudere la partita con i Capi del popolo: il Sommo Sacerdote, i Farisei, gli Scribi e tutti gli altri, ormai nemici irriducibili della sua persona. Mancavano infatti quattro giorni alla Pasqua ed egli faceva capire che erano per lui giorni decisivi.

Egli dunque per due giorni si recò di buon mattino al Tempio, per insegnare pubblicamente e affrontare i suoi avversari davanti al popolo; erano i suoi ultimi tentativi, gli ultimi lampi di luce con cui cercava di far breccia nelle tenebre di quei cuori. Alla sera, Gesù con gli Apostoli tornava a Betania. Si ripeteva la scena delle altre sere: la cena, le notizie della giornata, i vari commenti. Maddalena e anch’io cercavamo di documentarci sui dettagli di quanto era accaduto: Giovanni e Matteo erano i nostri referenti preferiti. Così venimmo a sapere della cacciata dei venditori dal Tempio, delle diatribe con i suoi nemici, delle parabole, dei discorsi e di altri episodi come quello del fico maledetto.

Giovanni raccontò anche che Gesù, entrato nel Tempio, si era fortemente adirato con i venditori lasciandosi andare a espressioni di rabbia e di violenza. Al ché mi sentii spinto a rettificare l’espressione dell’Apostolo ricordandogli che Gesù non conosceva né l’ira né la violenza; il suo intervento, anche se duro e accompagnato da invettive che suonavano violente, era invece provocato dall’amore verso il Padre e dallo zelo verso la sua casa, e anche dall’amore verso quelle persone che avevano smarrito il profondo significato del culto a Dio. Gesù ci aveva detto più volte che dovevamo imparare da lui, mite e umile di cuore, e che i veri adoratori del Padre dovevano adorarlo in spirito e verità. Giovanni non s’aspettava il mio intervento, ma si ricordò del richiamo del Signore quando, chiamandolo “figlio del tuono”, gli disse che non aveva ancora conosciuto lo spirito di misericordia che doveva animare i figli di Dio. Per Gesù e per gli Apostoli, furono, quelli, giorni di grande tensione e di dura fatica. Solo il riposo serale a Betania compensava in parte il dispendio di tante energie. Arrivò finalmente il mercoledì e Gesù volle passarlo in tutta serenità nella casa amica, circondato dalle premure e dall’affetto di Marta, di Maria, di Lazzaro e di tutti noi. Sembrava che volesse prepararsi con particolare intensità alla celebrazione della sua Pasqua. Fu questa, infatti, l’unica sua preoccupazione in quella giornata. Per i discepoli, quel mercoledì fu una giornata di attesa. Aspettavano che Gesù si manifestasse e facesse capire le sue intenzioni; non sapevano infatti come interpretare il suo comportamento di quei giorni, soprattutto il senso dei suoi discorsi che alludevano a cose tremende sulla sorte di Gerusalemme, del Tempio e di tutto il popolo, e anche il significato dell'ennesimo accenno alla sua morte: “Voi sapete - aveva detto - che fra due giorni è la Pasqua, e il Figlio dell’uomo sarà consegnato per essere crocifisso”.

L’unico a muoversi in quel mercoledì fu Giuda. Aveva un fare misterioso e volle andare in città col pretesto di alcune commissioni in vista della Pasqua. Tornò verso sera e appariva profondamente cambiato. Si mostrava rilassato e quasi contento. Disse di essere stato al Tempio e di avere dato un’occhiata ai prezzi praticati dai rivenditori che esponevano dentro e fuori l’atrio del Tempio, ma aveva deciso di non fare spese per adesso, e di rimandare invece a dopo le feste perché i prezzi sarebbero di certo calati. Del resto, gli agnelli li avevamo già; si trattava di scegliere il luogo dove mangiare la Pasqua. Nei confronti di Gesù si mostrava particolarmente espansivo, quasi affettuoso, ma era evidente che voleva in tal modo coprire il suo tradimento consumato proprio quella mattina nel suo incontro con i capi del Sinedrio. Gesù, invece, lo guardava pensieroso e insieme con addolorata benevolenza.

Tutto fu rimandato al giorno dopo, giovedì, primo giorno degli Azzimi. I discepoli ruppero il silenzio e chiesero a Gesù dove preparare la Cena pasquale. Gesù chiamò Pietro e Giovanni e li mandò a Gerusalemme; diede loro indicazioni precise, ma senza far capire qual era la casa dove avrebbero celebrata la Pasqua. Gli agnelli li avrebbero ricevuti dal padrone di casa, essi dovevano provvedere al loro sacrificio nel Tempio.

Verso mezzogiorno chiamò in disparte sua Madre e le disse di partire con Myriam, Salome e Maddalena senza farsi notare, e di recarsi a casa di Marco dove avrebbero preparato la Cena. Fece loro capire che si trattava di una Cena pasquale particolare, perciò dovevano chiedere agli ospiti di preparare nella sala grande addobbandola a festa. Verso sera partimmo anche noi per Gerusalemme, mentre Lazzaro, su decisione di Gesù, si trattenne a Betania per celebrare la Pasqua in casa con i suoi familiari.

Durante il percorso Giuda cercava di stare sempre vicino a Gesù, gli girava intorno come un cagnolino e gli faceva domande sui suoi programmi futuri. Gesù taceva; camminava raccolto e spedito in testa al drappello dei discepoli. Noi lo seguivamo in silenzio, in attesa di capire dove ci avrebbe condotti. Arrivammo in città verso l’imbrunire e solo all’ultimo momento ci rendemmo conto che era la casa di Marco il luogo dove avremmo celebrato la Pasqua. Compresi allora che Gesù volle tenere nascosto a Giuda, fino all’ultimo momento, il luogo della Cena.


           1).. GIOVEDI’ SANTO ULTIMA CENA

Inizio della Cena: la lavanda dei piedi La casa di Marco offriva ampia comodità di alloggio; aveva diverse stanze al piano terra, con un comodo cortile interno, e al piano superiore una grande sala con alcune stanze di servizio che si potevano utilizzare anche per soggiorno e per alloggio. Quando arrivammo, ci accolsero tutti con grande gioia. Ci fecero accomodare nelle stanze per riposarci e risciacquarci in preparazione alla Cena pasquale. Erano le prime giornate calde di una primavera inoltrata e dovevamo metterci un poco in ordine prima di andare a tavola.

Maria di Marco ci accompagnò al piano superiore mostrandoci la sala per la cena. La sala offriva un colpo d’occhio solenne, quasi fastoso: ai quattro angoli ardevano quattro candelabri accesi che diffondevano una luce calda e dorata in tutta la sala; nel mezzo erano disposti tre tavoli a forma di ferro di cavallo, già imbanditi e ornati di fiori; drappi di lino bianco decoravano le pareti e sontuosi tappeti di tessitura orientale coprivano il pavimento; tutto ciò che di bello e prezioso c’era in casa di Marco venne impiegato per adornare la sala. All’esterno dei tavoli erano collocati tutt’intorno dodici divani, mentre al centro un divano elegantemente rivestito indicava il posto più importante riservato al capo famiglia, in questo caso a Gesù. Tutto faceva capire che quella cena pasquale rivestiva un’importanza particolare; la sala infatti venne salutata dagli Apostoli con esclamazioni di meraviglia e di compiacimento.

Il numero dei divani, tredici in tutto, era segno evidente che per me non c’era posto in quella sala; tuttavia mi ero accodato agli Apostoli ed ero entrato in tempo per ammirare lo splendore di quell’arredamento, e anche per assistere all’increscioso incidente provocato da Giuda, il quale, rimasto appiccicato a Gesù tutto il giorno, si era precipitato ad occupare a tavola il posto più vicino a lui, suscitando la reazione di Pietro, di Giovanni e di altri, soprattutto di Simone e di Taddeo, i cugini di Gesù, ai quali Giuda risultava particolarmente antipatico.

Ne seguì un’accesa discussione, accompagnata da frasi scomposte e da qualche spintone di troppo. La scena non era affatto piacevole, tanto che Maria, accorsa di fretta, mi prese per un braccio e cercò di allontanarmi da quel triste spettacolo. Le feci un po’ di resistenza e restai lì finché vidi Gesù che, senza dire parola, si alzò da tavola, depose il mantello, si recò all’angolo dov’erano le anfore per le abluzioni, si cinse un asciugatoio ai fianchi e, preso un catino d’acqua, andò a inginocchiarsi davanti all’ultimo apostolo; gli slacciò i sandali e cominciò a lavargli i piedi.

Improvvisamente si fece silenzio in tutta la sala e gli Apostoli stettero a guardare Gesù, sbigottiti davanti a quel gesto inaspettato. Gesù era colui che avevano onorato come Maestro, proclamato come Messia e anche riconosciuto e adorato come Figlio di Dio, e vederlo ora, lì, in ginocchio, a compiere un servizio che era riservato agli schiavi, fu per loro una insopportabile umiliazione; questo era decisamente troppo, non avrebbero mai potuto immaginare un gesto simile.

Anche Maria, che si era fermata dietro di me sulla porta della sala, presa dalla commozione, volle seguire la scena. Mi voltai verso di lei, la vidi con gli occhi lucidi e con un tenue sorriso che diceva sorpresa e gioia. Era la gioia silenziosa di chi si era proclamata “serva del Signore”, e perciò l’unica che in quel momento poteva capire il gesto di Gesù.

Il silenzio s’era fatto assoluto e imbarazzante; si udiva solo lo sciacquio leggero dell’acqua nel catino man mano che Gesù passava dall’uno all’altro degli Apostoli, rimasti confusi e incapaci di una pur minima reazione. Solo Pietro lo si vedeva ribollire internamente e trattenere a stento la sua emozione, ma quando Gesù arrivò a lui, la protesta lo travolse e, balzando in piedi: “Questo no! - esclamò con forza - Non sarà mai che tu lavi i piedi a me!”. Come dire: gli altri possono anche sopportare questo gesto, ma io no! Gesù lasciò passare qualche momento, poi rimanendo in ginocchio e senza guardare Pietro, con voce grave e severa: “Se non ti laverò i piedi, - disse - non potrai restare a tavola con me, né avrai parte con me nel mio regno!”. Pietro stette fermo qualche istante come per cercar di capire in cuor suo il significato di quelle parole, poi lasciandosi andare sul divano: “Signore, - esclamò - se è così, non solo i piedi, ma lavami tutto, le mani e il capo!”.

Gesù non rispose subito, passò a Giovanni e poi a Giuda, il quale nonostante le proteste degli altri apostoli era riuscito a piazzarsi vicino a Gesù subito dopo Giovanni. Gesù lo fissò per un momento, poi disse: “Chi ha fatto il bagno, non ha bisogno di lavarsi se non i piedi ed è tutto puro; e voi siete puri… ma non tutti!”. Giuda non mosse ciglio, e continuò nel suo sforzo di simulare la sua affettata attenzione verso Gesù.

A questo punto Maria mi prese per mano: “Figlio mio, - disse - vieni! Andiamo anche noi a mangiare la Pasqua”, e mi condusse nella stanza attigua dove Marco, le donne e tutti gli altri si stavano mettendo a tavola per dare inizio al rito pasquale.

L’Eucaristia Ci riunimmo dunque, con la famiglia di Marco, nella sala accanto al Cenacolo. (…) Nel frattempo gli inservienti avevano portato in tavola l’agnello arrostito. Recitammo a quel punto la prima parte della grande preghiera dell’Hallel; seguirono i salmi che celebrano le lodi di Jahvè, che con braccio forte aveva liberato il suo popolo. Il capo-tavola prese allora il pane azzimo e lo distribuì; si passò poi a consumare l’agnello. Seguì la benedizione della terza coppa del vino, la “Coppa di benedizione”, così chiamata per la preghiera speciale con cui veniva benedetta.

Incominciammo a recitare la seconda parte dell’Hallel quando ci giunse dalla stanza di servizio la voce di Giuda che parlava con gli inservienti. Maria si alzò a andò a vedere se mai ci fosse bisogno di qualcosa. Mi alzai anch’io e andai con lei. Trovammo Giuda che stava infilandosi il suo ampio mantello con l’immancabile borsa che teneva sempre con sé. Ci salutò dicendo che andava a portare qualche aiuto ad alcuni poveri per la loro cena pasquale. Maria non gli disse nulla. Con lo sguardo triste lo seguì mentre scendeva al piano inferiore, finché uscì dalla porta. Dietro il Monte degli Olivi stava salendo la luna, ma era ancora buio, e la sagoma di Giuda si perse nella notte.

(…) Giovanni mi raccontò poi, quello che, poco prima, era accaduto. Dopo aver lavato i piedi all’ultimo apostolo, Gesù riprese le vesti e tornò al suo posto. Gli occhi di tutti erano su di lui. Allora con voce ferma ma calma e suasiva cominciò: “Avete visto ciò che vi ho fatto? Voi mi chiamate Maestro e Signore, e fate bene perché lo sono. Se dunque io, il Signore e il Maestro, vi ho lavato i piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri. Vi ho dato l’esempio perché come ho fatto io facciate anche voi”.

In un’atmosfera più distesa cominciò così il rito pasquale. Tutto pareva rientrato, quando all’improvviso, Gesù uscì con un’affermazione che lasciò tutti senza fiato: “In verità, vi dico: uno di voi mi tradirà”. I discepoli si guardarono in silenzio, ma nessuno se la sentì di fare domande. Il rito continuò, ma gli animi erano ormai turbati. Consumato l’agnello con la seconda coppa del vino, Gesù ritornò sul discorso: “Ora si sta compiendo la Scrittura che dice: colui che mangia il pane con me ha levato contro di me il suo calcagno”. Poi, fattosi triste e intimamente addolorato, aggiunse: “Uno di voi, che mangia con me, mi tradirà”.

Questa seconda allusione sconcertò gli Apostoli; ciascuno cominciò a domandarsi se il Maestro si riferisse a lui, e tutti profondamente addolorati, gli chiedevano: “Sono forse io, Signore?”. Solo Pietro, che stava alle spalle di Gesù, sentendosi fuori causa, fece un cenno a Giovanni che si trovava davanti al Signore, perché gli chiedesse a chi si riferiva. Giovanni allora, ruotando su sé stesso, con un gesto di affettuosa familiarità si adagiò sul petto di Gesù e gli chiese sottovoce: “Signore, chi è?”. Gli rispose Gesù: “Colui al quale darò un boccone di pane intinto nella salsa”. Staccò un pezzo di pane, lo intinse e, allungando il braccio, lo porse a Giuda. Il quale, in quel momento, per distogliere l’attenzione degli altri, domandò anche lui: “Sono forse io, Signore?”. Gesù, guardandolo con grande tristezza: “Proprio tu, - sussurrò - tu stesso lo dici”. E dopo un profondo sospiro: “Il Figlio dell’uomo - continuò - se ne va, come sta scritto di lui, ma guai a colui dal quale il Figlio dell’uomo viene tradito. Sarebbe meglio per quell’uomo se non fosse mai nato”. Quel boccone fu per Giuda un boccone maledetto. Egli non seppe più sopportare la presenza di Gesù, e si alzò per andarsene. Giovanni ebbe uno scatto repentino verso Giuda: avrebbe voluto trattenerlo e impedirgli di andarsene, ma Gesù trattenne Giovanni per le spalle e, rivolto a Giuda, disse: “Va’, quello che devi fare, fallo presto”.

Gesù, allora, volgendo lo sguardo sugli Apostoli, li fissò in silenzio uno per uno. Il suo sguardo era intenso e penetrante, ma dolce e pieno di affetto. Il suo volto si era fatto sereno e disteso; era come se si fosse levato un macigno dal cuore.

Fu a questo punto che Maria mi spinse nella sala come se sapesse ciò che sarebbe accaduto. Gesù infatti chiuse gli occhi lasciandosi andare a un profondo raccoglimento, poi con una voce da cui traspariva commozione e tenerezza, scandendo le parole, disse: “Ho desiderato ardentemente di mangiare questa Pasqua con voi prima della mia passione”. E dopo una pausa continuò: “Vi dico infatti che non la mangerò più finché non si compia il Regno di Dio”. Stette in silenzio alcuni istanti; aveva davanti a sé una focaccia di pane azzimo, che egli aveva trattenuto volutamente, e la quarta coppa del vino.

A quel punto, anziché terminare secondo il rito ebraico il banchetto pasquale, Gesù volle concludere quella Cena con alcuni gesti che non entravano nel rituale della cena pasquale, e che lasciarono in tutti una profonda impressione. Si raccolse di nuovo intensamente per qualche minuto, poi prese il pane, ne fece dodici pezzi e li depose su un piatto grande, alzò gli occhi al cielo con una preghiera di rendimento di grazie, e rivolto ai discepoli disse: “Prendete e mangiatene tutti. Questo è il mio Corpo sacrificato per voi”. Passò il piatto a Pietro e agli altri; tutti mangiarono. Matteo, che era l’ultimo in fondo alla tavola, si trovò con il dodicesimo pezzo avanzato - Giuda infatti se n’era andato - e non sapeva cosa fare. Gesù allora guardò lui e guardò me; Matteo comprese, mi portò il pezzo di pane avanzato, che era diventato “Eucaristia”, e consegnò il piatto a Gesù. Quel gesto mi riempì di gioia indicibile; avrei voluto gridare la mia felicità e correre ad abbracciare Gesù. Ma quanto stava accadendo era troppo solenne e qualsiasi gesto diventava incompatibile con l’intensità del momento. Gesù prese il piatto e versò i frammenti nella coppa del vino, poi, sollevando leggermente la coppa verso l’alto, rinnovò il rendimento di grazie e continuò: “Prendete e bevetene tutti. Questo è il mio sangue, il sangue della nuova Alleanza, che sarà sparso per tutti in remissione dei peccati”. Fece passare la coppa e tutti ne bevvero. Restituirono la coppa a Gesù, il quale riprese il rito facendo l’abluzione delle dita, che non aveva fatto dopo la terza coppa, e concluse: “Fate anche voi questo, e ogni volta, fatelo in memoria di me”.

Gesù aveva pronunciato ogni parola adagio, pacatamente, con una tonalità di voce profonda e insieme calda e appassionata. Ebbi l’impressione che quelle parole fossero incandescenti, che cadessero come fuoco nella mia anima. Anche gli Apostoli avevano seguito tutto con una attenzione fatta di stupore e di attesa e, senza sapere perché, si sentivano intimamente emozionati. Infatti, pur non riuscendo a capire fino in fondo quello che stava accadendo, avvertivano che i gesti di Gesù, nella loro semplicità, nascondevano qualcosa di misterioso e di grande, qualcosa di intimamente legato alla Pasqua e che non avrebbero dovuto mai più dimenticare.

Il Dono più grande Eucaristia! Dono di ogni dono. Gesù, tu stavi per donarti totalmente al Padre, e hai voluto donarti totalmente a noi. Fino alla fine dei tempi tu sarai in mezzo a noi come l’Amore misericordioso del Padre e come il Redentore dell’uomo. Ormai non ci sarà più bisogno dell’agnello pasquale; ogni sacrificio e ogni vittima offerta dall’uomo non avrà più valore. Sarai tu l’unico Agnello, l’unica Vittima, l’unico Altare, l’unico Sacerdote: questa stanza è diventata stasera il cuore del mondo.

L’amore cerca l’unione completa, la comunione piena. Tu sei una sola cosa col Padre, hai voluto essere, nell’Eucaristia, una sola cosa con noi. La comunione tra due persone è proporzionale al loro amore: il tuo amore trascende ogni misura umana, perciò la comunione che desideri realizzare con noi, trascende ogni comunione umana. Nell’amore sponsale “saranno due in una sola carne”, nell’Eucaristia saremo due in un solo corpo e in un solo spirito: tu in me e io in te. Nella Comunione eucaristica tu mi unisci al tuo corpo e al tuo sangue, mi fai partecipe della tua divinità, della tua filiazione divina, e anticipi la mia comunione con te nella gloria.

Gesù mio, potremo noi comprendere questa pazzia d’amore che ti ha preso? Potremo mai misurare le altezze vertiginose del tuo prodigio, la profondità abissale del tuo dono, l’ampiezza incommensurabile della tua sete d’amore? Come potremo noi corrispondere a questa tua sete, lasciarci amare dallo stesso amore che ti unisce al Padre, ed essere anche noi una sola cosa con te? Gesù mio, come potremo seguirti su questa strada? “Ho desiderato ardentemente di mangiare questa Pasqua con voi”… Comunica anche a noi il desiderio ardente di comunione con te, di condividere la tua vita, di partecipare alla tua Pasqua ed essere anche noi uniti nell’amore, e un giorno uniti nella gloria!

Gesù, hai voluto che i tuoi Apostoli potessero rinnovare quello che tu hai fatto questa sera. Perciò li hai fatti partecipi del tuo sacerdozio, hai chiesto loro di rinnovare lungo i secoli il tuo gesto di amore, il gesto sacrificale che offre ad ogni uomo la possibilità di incontrarti come Redentore, e di unirsi al tuo sacrificio, al tuo corpo sacrificato e al tuo sangue versato, corpo e sangue che danno la salvezza, la vita eterna, il diritto a risorgere con te nella gloria. Ogni sacerdote diventerà un altro te stesso e, usando le tue stesse parole, potrà rinnovare su tutti gli altari della terra il miracolo di questa Cena. I tuoi Apostoli saranno il fondamento della Chiesa in quanto saranno i sacerdoti della tua Eucaristia. Dove non c’è Eucaristia, non ci sarà Chiesa. Con l’Eucaristia tu prolungherai nei secoli, in mezzo a tutti i popoli della terra, la tua presenza: presenza di salvezza, presenza di Dio che cerca, redime, cammina con le sue creature su tutti i cammini della terra, che ormai saranno per sempre i cammini del Cielo.

Gesù mio, come hai potuto pensare una cosa simile? Come hai potuto inventarti una meraviglia come questa, un miracolo così grande? Solo un amore senza limiti può fare questo, e tu ci hai amati “fino in fondo”! Solo l’onnipotenza di un Dio innamorato, “impazzito!” per la sua creatura può arrivare a tanto. Un giorno, su tutta la faccia della terra, innumerevoli tabernacoli saranno, in mezzo all’umanità, tanti “roveti ardenti” che parleranno d’amore, tante sorgenti d’Acqua viva, tante fonti di grazia e di misericordia, luoghi di pace e di riposo. Lì, innumerevoli anime assetate d’amore troveranno colui che s’è fatto “prigioniero d’amore” per non lasciare orfani quanti dall’Amore sono nati e all’Amore hanno creduto.

                   2).. GIOVEDI’ SANTO: 
            LA PREGHIERA SACERDOTALE

“Signore, mostraci il Padre” Alla conclusione del rito della Cena restava ancora la recita dell’ultima parte dell’Hallel, l’inno pasquale di ringraziamento, ma Gesù non mostrava alcuna fretta. Anzi, dava la netta impressione di intrattenersi con noi come se volesse prolungare quel momento di intimità e di riposo prima di affrontare la dura battaglia che dava compimento alla sua missione. Pareva combattuto tra l’urgenza di un grave compito che lo attendeva e la preoccupazione di non abbandonare gli Apostoli a sé stessi.

Gli inservienti intanto avevano sgombrato le tavole dai resti della cena. Myriam e Salome, con Giovanna e Maria di Marco, stavano riordinando le altre stanze; Maddalena invece, preso un piccolo sgabello, si era messa seduta nell’angolo di fronte a me, appena dentro la porta del Cenacolo. Maria andava e veniva, sostando ogni tanto sull’entrata della stanza. Quando gli inservienti terminarono il loro servizio, (…) Gesù guardò lungamente gli Apostoli, fermando lo sguardo su Giovanni che sedeva davanti a lui, e con tono caldo, quasi materno e pieno di tenerezza: “Figlioletti miei, - cominciò - ancora per poco sono con voi. Poi me ne andrò dove voi, per ora, non potete venire”.

Quello sguardo e quelle parole dette in quel modo commossero Giovanni il quale istintivamente, come un ragazzino spinto da affettuosa incoscienza, si girò su sé stesso e si abbandonò sul petto di Gesù. Gesù gli passò leggermente la mano sulla testa e continuò: “Vi lascio dunque un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri come io vi ho amati”. Gesù accompagnò quelle parole con un tono grave e solenne, come se volesse far capire agli Apostoli che si trattava di una cosa di grande importanza, e aggiunse: “Da questo tutti conosceranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri”.

A Pietro però non garbarono le parole di Gesù che aveva detto di andarsene senza di loro e protestò: “Dove vai, Signore, perché io non possa seguirti ora? Io sono pronto a dare la vita per te!”. Gesù si voltò leggermente verso di lui: “Pietro, tu darai la vita per me? Ti dico in verità: questa stessa notte, prima che il gallo canti, mi rinnegherai tre volte”. Pietro riuscì a fatica a trattenere la sua reazione e pensò di non insistere, ma la sua faccia diceva tutto il suo disappunto.

Gesù se ne accorse e cambiando l’espressione del volto, che divenne più sereno e sorridente: “Coraggio! - disse - Non si turbi il vostro cuore. Come vi fidate di Dio, così fidatevi anche di me. Dove io vado, nella casa del Padre mio, lì vi preparerò un posto e tornerò a prendervi, perché dove sono io voglio che siate anche voi. Avete capito?... Ora sapete dove vado e conoscete anche la via”. Alcuni Apostoli si guardarono l’un l’altro in silenzio, cercando di capire. Pietro invece, appariva assente; si vedeva che la profezia di Gesù a suo riguardo l’aveva lasciato molto male.

Alle spalle di Pietro stava Tommaso e fu proprio lui a intervenire per tutti: “Signore, - disse - non sappiamo nemmeno dove vai, come possiamo conoscere la via?”. E Gesù di rimando e scandendo le parole: “Io, - disse - sono la Via, la Verità e la Vita. Vi ho già detto che io vado al Padre e che nessuno va al Padre se non per mezzo di me. Se aveste conosciuto me, avreste conosciuto anche il Padre mio; ma ora lo conoscete e lo vedete!”. Sul volto degli Apostoli, perplessità e confusione più di prima. Fu allora la volta di Filippo, che tra gli Apostoli era il più semplice e spontaneo: “Signore, - disse - mostraci il Padre e non avremo più bisogno di altro!”. Gesù lo guardò quasi con tenerezza: “Filippo, - rispose - siete con me da tanto tempo e ancora non mi conoscete? Non sai che chi vede me, vede anche il Padre mio? Come puoi allora dirmi: mostraci il Padre? Le parole che io vi dico e le opere che io faccio, è il Padre che le fa in me. Se avrete questa fede, farete anche voi le opere che io faccio. E se mi chiederete qualunque cosa, io la farò perché il Padre venga glorificato in me”.

“Non abbiate paura!” Dopo queste battute di dialogo, gli Apostoli parvero rassegnati e non parlarono più. Era comunque un silenzio che nascondeva attesa e riflessione insieme a tanta perplessità. Quali erano in definitiva i progetti di Gesù? Che cosa intendeva fare il Signore in quei giorni di Pasqua o nell’immediato futuro? Che senso avevano le cose da lui compiute e i discorsi che aveva fatto? Una cosa era certa, e lui l’aveva ripetutamente affermata: lo attendevano momenti difficili e straordinariamente dolorosi, i capi del popolo e i sacerdoti lo avrebbero preso, maltrattato e - diceva lui - ucciso. (…) In questa atmosfera di incertezza, di dubbio e di paura, che pesavano come macigni sull’animo di tutti, Gesù riprese a parlare. Parlava adagio, con voce calda ma anche vibrante, come se volesse comunicarci sicurezza, fiducia, e soprattutto difenderci dall’angoscia. Gli Apostoli ascoltavano in silenzio, alcuni appoggiati alla tavola, altri seduti con le braccia sulle ginocchia o con la faccia sorretta dal palmo delle mani, mentre Giovanni continuava abbandonato confidenzialmente sul petto del Signore, ma tutti col desiderio di ascoltare parole rassicuranti che fugassero i tristi presentimenti che ormai si erano impossessati del nostro animo.

Proprio per infonderci fiducia, Gesù intercalava ogni tanto le sue parole con l’invito: “Non abbiate paura, non si turbi il vostro cuore... Vi ho detto, sì, che vado al Padre, ma non vi lascerò orfani; io sarò con voi sempre. Quello che vi chiedo è di rimanere nel mio amore. Rimarrete nel mio amore se osserverete i miei comandamenti. E se uno mi ama e osserverà la mia parola, anche il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. Non solo, ma io voglio che resti con voi anche la mia pace. La pace che vi do io, non è quella che vi promette il mondo. Nel mondo avrete tribolazioni e il mondo si rallegrerà di vedervi afflitti; anzi il mondo stesso vi odierà e come ha perseguitato me, perseguiterà anche voi. Il mondo vi odia perché non siete del mondo. Se foste del mondo esso amerebbe ciò che è suo, ma il mondo non ha conosciuto né me né il Padre mio. Per questo avrete da soffrire; ve lo dico adesso prima che avvenga, perché non vi scandalizziate. Ma coraggio! Abbiate pace in me! Io ho vinto il mondo”. Nel silenzio della sala si udivano soltanto i guizzi delle lucerne ai lati del Cenacolo. Nel frattempo anche Maria era entrata in sala, in punta di piedi senza farsi notare, e si era seduta su uno scanno alle spalle di Gesù.

Gesù riprese a parlare. Tornò a raccomandarci di rimanere nel suo amore: anche se lui ci lasciava per tornare al Padre, noi dovevamo continuare a vivere uniti intimamente a lui. Ce lo disse con un’immagine e con un esempio. L’immagine gli veniva dalla sua esperienza di lavoro nella vigna di Alfeo, a Nazareth: paragonò sé stesso alla vite e noi ai tralci. Il Padre suo era l’agricoltore. “Rimanete in me, - continuò - e io in voi. Come il tralcio non può far frutto da sé stesso se non rimane nella vite, così anche voi se non rimanete in me. Chi rimane in me e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla... In questo viene glorificato il Padre mio, che voi portiate molto frutto. Come il Padre ha amato me, così io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà dato. Vi dico questo perché la mia gioia sia in voi, e la vostra gioia sia perfetta”.

Detto questo, guardò ancora una volta gli Apostoli, lentamente e intensamente, poi continuò sullo stesso argomento richiamandosi all’amicizia: “Non vi ho chiamati servi, ma vi ho chiamati amici, perché il servo non sa ciò che fa il suo padrone, mentre io vi ho detto tutto quello che ho udito dal Padre mio. Voi siete i miei amici che io ho scelto; non siete stati voi, infatti, a scegliere me. E vi ho scelti per mandarvi nel mondo perché portiate molto frutto, un frutto che rimanga. Se dunque vi ho chiamati e amati come amici, dovete anche voi amarvi gli uni gli altri come io vi ho amati. Allora qualsiasi cosa chiederete al Padre mio, egli ve la darà. Questo dunque è il mio comandamento: amatevi gli uni gli altri”.

Per la seconda volta Gesù fece come se volesse concludere e disse: “Ormai è ora di andare; alzatevi e partiamo di qui”. Ma nessuno si mosse. Nemmeno lui, che rimase fermo al suo posto in silenzio. In realtà il torrente di pensieri e di affetti che urgeva dentro di lui non poteva essere fermato, e inoltre la preoccupazione per i suoi Apostoli, tanto amati ma ancora tanto fragili, alla vigilia della prova più dolorosa e terribile della loro vita, lo spingeva a prolungare il più possibile quell’intrattenimento così intimo e così intenso che voleva essere l’addio e insieme la prova di un amore senza limiti, che non sarebbe mai venuto meno e che si consegnava alla loro fedeltà.

(…) Gesù, del resto, era ben consapevole che avevamo, noi e tutti coloro che sarebbero venuti dopo di noi fino alla fine dei secoli, cioè la Chiesa che egli aveva preparato sul fondamento degli Apostoli, tutti avevamo bisogno di un supplemento di grazia, di una forza che non poteva essere nostra, ma che doveva venire solo dall’alto, tutta divina e soprannaturale.

Gesù guardò ancora una volta uno a uno gli Apostoli e passò leggermente la mano sulla testa di Giovanni; il suo sguardo possedeva un’intensità e una tenerezza nuove, mai viste prima di allora. Comunque quel gesto mi riempì di invidia; senza accorgermene mi alzai quatto quatto dal mio angolo e quasi strisciando lungo le pareti mi portai dalla parte dove era Maria, mi accucciai vicino a lei e adagiai il mio capo sulle sue ginocchia. Era per me come una rivincita, una sorta di compensazione. Maddalena, che si trovava vicino all’ingresso del Cenacolo, seguì il mio esempio e si avvicinò anche lei a Maria appoggiandosi alla sua spalla. Eravamo all’altezza di Gesù e potevamo seguire senza fatica le sue parole.

Egli allora cominciò a parlarci dello Spirito Santo. Avevamo bisogno di Lui, della sua luce per comprendere le cose divine che Gesù ci aveva rivelato, nonché della sua forza per superare le prove e le tentazioni del maligno, e avevamo bisogno della sua assistenza per essere testimoni dell’amore di Dio e delle sue opere davanti al mondo.

“Se dunque mi amate - riprese Gesù - osserverete i miei Comandamenti e io pregherò il Padre che vi mandi un altro Paraclito, affinché sia con voi sempre, lo Spirito di Verità che il mondo non può ricevere perché non lo vede né lo conosce. Voi lo conoscete perché dimora presso di voi e sarà in voi. Vi ho detto che io vado da Colui che mi ha mandato e per questo la tristezza ha riempito il vostro cuore. Ma non abbiate timore, la vostra tristezza si cambierà in gioia. La donna, quando partorisce, è afflitta, perché è giunta la sua ora; ma quando ha dato alla luce il bambino, non si ricorda più dell’afflizione per la gioia che è venuto al mondo un uomo. Così anche voi, ora siete nella tristezza, ma vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno potrà togliervi la vostra gioia. Io vi dico la verità: è bene per voi che io vada, perché se non vado non verrà a voi il Paraclito. Se invece me ne vado, lo manderò a voi. E quando egli verrà, confuterà il mondo riguardo al peccato, perché non crede in me, alla giustizia perché vado al Padre e non mi vedrete più, al giudizio perché il Principe di questo mondo è già stato giudicato”. “Molte cose ho ancora da dirvi ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. Quando però verrà lo Spirito di Verità, Egli vi guiderà alla Verità tutta intera, perché non parlerà da sé, ma dirà tutto ciò che avrà udito e annunzierà le cose future. Egli mi glorificherà perché prenderà del mio e ve lo annunzierà”.

“Ecco, ormai viene l’ora, anzi è già venuta, in cui vi disperderete ciascuno per conto suo e mi lascerete solo. Ma io non sono solo perché il Padre è con me. Vi ho detto che in questo mondo avrete da soffrire, ma abbiate fiducia; io ho vinto il mondo!”.

La preghiera sacerdotale Gesù scandì le ultime parole con forza, facendo capire che intendeva concludere il suo intrattenimento con noi. Si alzò infatti dal divano, si pose seduto, appoggiò i gomiti sul tavolo incrociando le dita sotto il mento, poi alzò gli occhi verso il cielo e con voce appassionata, ma insieme calma e serena: “Padre, - cominciò - è giunta l’ora”.

(…) Tutti noi eravamo abituati a sentire Gesù rivolgersi direttamente al Padre; lo aveva fatto tante volte, ma sempre con un atteggiamento di subordinazione. Quella sera, invece, l’atteggiamento e il tono della voce erano molto diversi. Certamente erano diverse le circostanze e l’ambiente, se pensiamo a tutto quello che era accaduto in quella Cena: la scenata umiliante del litigio fra gli Apostoli, il gesto scioccante della lavanda dei piedi, la denuncia del traditore, il rito commovente dell’Eucaristia, la consegna del suo testamento riguardo all’amore fraterno e altre intense raccomandazioni… tutto questo aveva creato un’atmosfera talmente carica di emozione e di stupore che tutti noi eravamo come intontiti e confusi. Ma quelle parole di Gesù, il suo dire ispirato e appassionato, il suo atteggiamento che appariva di uguaglianza, quasi alla pari, con il Padre, erano completamente nuovi. Quella preghiera era fatta di affermazioni assolute e le sue petizioni erano comandi: “Padre, ti chiedo… voglio…”. Chiedeva per sé la gloria stessa del Padre, e per gli Apostoli la forza di restare nel mondo come testimoni e continuatori della sua missione di salvezza. Chiese con forza, come se fosse la cosa che più gli stava a cuore, l’unità di tutti coloro che sarebbero venuti lungo i secoli e avrebbero creduto in lui.

(…) “Io ho fatto conoscere a loro, (agli Apostoli) il tuo nome e lo farò conoscere, affinché l’amore con il quale mi hai amato sia in essi e io in loro”. Gesù concluse con queste parole la sua preghiera al Padre e stette qualche istante in silenzio. Poi si mosse e si staccò dal tavolo; fu come se ritornasse in mezzo a noi da un lungo viaggio, da un mondo lontano, come se si svegliasse da un’estasi immensa. Si alzò dal divano e intonò l’ultima parte dell’Hallel a conclusione della Cena Pasquale. Quindi si infilò il mantello e: “Andiamo via di qui, - disse - si è fatto tardi”. Passando davanti a sua Madre, si fermò qualche istante. Si guardarono in silenzio, come sempre. Maria gli prese il volto fra le mani e lo baciò sulla fronte con insolita tenerezza; poi gli assestò accuratamente il mantello sulle spalle e lo accompagnò alla porta. Egli si mosse deciso, con l’aria di chi ha molta fretta e, senza salutare più nessuno, uscì seguito dai discepoli.

Gli ultimi della comitiva furono Simone e Taddeo che si intrattennero un momento con Myriam e Salome. Taddeo chiese alcune coperte, dovendo passare la notte nell’Orto degli Olivi dove Gesù negli ultimi tempi era solito recarsi; Simone invece, ricordando un avvertimento di Gesù che invitava a premunirsi in vista di momenti difficili, prese dal ripostiglio due spade e volle portarle con sé.

Marco, che era presente: “Vengo anch’io con voi!”, esclamò, e si attaccò al braccio di Taddeo. La madre di Marco e la Madonna si guardarono per consultarsi su che cosa fare. Allora Maria si volse verso di me, e con cenni del capo mi fece intendere che dovevo andare anch’io con loro e prendermi cura di Marco. E così uscimmo di casa insieme con gli Apostoli.


3).. GIOVEDI’ SANTO NELL’ORTO DEGLI ULIVI

Nell’orto degli olivi Era il plenilunio di primavera. La luna splendeva ormai alta nel cielo e illuminava tutta la città con i monti che la circondano; all’orizzonte s’intravedeva il riverbero notturno del deserto. Camminammo senza accendere lucerne e cercammo di muoverci in silenzio, evitando ogni rumore. Davanti a noi, non molto lontano, appariva, ancora illuminato all’interno, il palazzo di Caifa. Noi prendemmo la direzione opposta seguendo la scorciatoia che dalla città alta scende verso il Cedron; è una lunga gradinata che porta al quartiere di Siloe. Di lì, attraverso la Porta della Fonte, uscimmo dalla città. Non incontrammo anima viva; tutto il quartiere sembrava deserto.

Oltrepassato l’alveo secco del torrente, Gesù rallentò il passo e tutta la comitiva degli Apostoli poté ricomporsi. Quando li ebbe tutti vicini, Gesù ribadì un avvertimento che aveva espresso durante la Cena, subito dopo che Giuda se n’era andato: “Ricordate che sta scritto: Percuoterò il Pastore e le pecore saranno disperse. Voi tutti sarete messi alla prova per causa mia questa notte, ma dopo la mia risurrezione vi attenderò in Galilea”.

Pietro che ormai non si allontanava di un passo da Gesù, come fosse una guardia del corpo, gli si pose davanti e, guardandolo con fierezza: “Signore, - gli disse - anche se tutti si scandalizzeranno di te, io non ti lascerò mai!”. Gesù, mettendogli una mano sulla spalla: “Proprio tu, Pietro, - gli disse - prima dell’alba, prima che il gallo canti due volte, mi avrai rinnegato tre volte. Io però ho pregato per te, perché non venga meno la tua fede e tu, una volta ravveduto, conferma i tuoi fratelli”. Questa insistenza di Gesù, per quanto affettuosa, anzi proprio per questo, diede fastidio a Pietro, il quale però, anche se con minore convinzione, tornò a protestare: “Io ti difenderò, anche se dovessi morire con te!”. “Anche noi!”, risposero in coro gli altri. E subito si fece largo Simone: “Ecco qui, ho portato con me due spade!”. Gesù lasciò cadere il discorso, e aggiunse mestamente: “Basta così!”, e riprese il cammino.

Arrivammo in breve all’entrata del Getsemani, l’Orto degli Olivi. (…) Gesù, entrato nell’orto, ordinò ai discepoli di sistemarsi dove potevano per passare la notte; egli sarebbe andato più in là a pregare. Ma già appariva tremante, con forti brividi che lo scuotevano tutto, dalla testa ai piedi. Gocce di sudore freddo gli imperlavano la fronte. Allora, come se fosse preso da un panico improvviso, chiamò Pietro, Giacomo e Giovanni: “Voi, - disse - venite con me. Ecco, un’angoscia mortale sta schiacciando la mia anima. Statemi vicino e vegliate con me in preghiera per non soccombere nella prova!”. Così dicendo, prese Pietro da una parte e Giacomo dall’altra, e aggrappandosi alle loro spalle si allontanò alcuni metri tra gli olivi, strisciando i piedi nella terra come se improvvisamente gli fossero venute meno tutte le forze. Il suo respiro s’era fatto ansimante, e ad ogni passo sembrava che crollasse al suolo. I tre discepoli che lo accompagnavano non sapevano cosa dire; con fatica lo sorreggevano portandolo quasi di peso. Arrivati presso un olivo, Gesù ebbe come un ritorno di forze: con uno sforzo imperioso si staccò da loro, proseguì per alcuni metri e infine si prostrò in ginocchio con la testa penzoloni fino a terra. Intanto gli Apostoli, quelli che potevano starci, avevano preso posto nella capanna di frasche dov’erano conservati gli arnesi di lavoro, mentre io, Marco e Taddeo, trovammo posto più in là nella grotta scavata nel monte dove si trovava il frantoio delle olive. (…)

Passò qualche tempo, non saprei quanto, e cominciai a udire come dei lamenti. Erano gemiti lunghi, impregnati di dolore; venivano a intervalli con intensità crescente. Erano gemiti che mi riempivano l’anima di angoscia, come se qualcuno mi chiedesse disperatamente aiuto. Dovetti alzarmi e uscire dalla grotta. Quei lamenti provenivano dalla parte del giardino dove s’era inoltrato Gesù. Fissai lo sguardo tra gli olivi e alla luce della luna intravidi la figura dei tre Apostoli che Gesù aveva preso con sé: Pietro stava seduto sotto un olivo col capo appoggiato al tronco; Giacomo teneva la testa penzoloni fra le ginocchia e Giovanni giaceva su un fianco disteso per terra.

Quando i lamenti cessarono, vidi l’ombra di Gesù che si muoveva barcollante in direzione degli Apostoli. Si avvicinò a Pietro e lo scosse per un braccio. Gli Apostoli si alzarono di scatto e Gesù parlò con loro. Poi si allontanò di nuovo di qualche metro, finché lo vidi crollare bocconi per terra e strisciare carponi verso uno spuntone di roccia. Io non sapevo che fare; mi tranquillizzai quando vidi i tre Apostoli che, in ginocchio, cercavano di vegliare. Pietro non dimenticherà per tutta la vita quella supplica accorata che nel dormiveglia era riuscito a cogliere e che gli era penetrata dentro l’anima: “Padre, allontana da me questo calice!... Tuttavia, non ciò che voglio io, ma ciò che vuoi tu”. Pensai, vedendoli, che i tre discepoli avrebbero vegliato accanto a Gesù; rientrai perciò nella grotta e mi addormentai. (…) Non so per quanto tempo rimasi assopito; ricordo che nel sonno udii grida disperate che mi giungevano da lontano. Ma poi mi resi conto che non sognavo; quelle grida erano vere, e venivano di là, dal giardino degli Olivi. Balzai nuovamente fuori dalla grotta e stetti in ascolto. Erano urla strazianti che laceravano il silenzio della notte. Cercai di capire, ma riuscii a distinguere soltanto una parola: “Abbà! Abbà! Abbà!…” - “Padre mio! Padre mio! Padre mio!”. I tre erano di nuovo crollati nel sonno. Quelle grida mi mettevano i brividi, e un nodo di tristezza mi saliva alla gola. Ma non riuscivo a piangere, come non riuscivo a capire perché quelle urla cadessero inascoltate nel silenzio notturno come nel vuoto. Anche la luce della luna inondava di indifferenza tutte le cose. Tutto il creato taceva: non un soffio di vento, non un grido di animale, non uno stormire di fronde. E anche i tre Apostoli, laggiù nell’ombra, immobili.

(…) Finalmente una luce tenue, come un nimbo, si accese tra gli olivi in fondo all’orto. Era una luce non naturale, una luce sovrumana. In lontananza, vidi la figura di Gesù, prostrato a terra, con le mani appoggiate alla roccia. A quella luce cessarono le urla, e i gemiti si fecero flebili, divennero come sospiri sempre più distesi e rarefatti, finché nel giardino tornò il silenzio. Gesù, lentamente e faticosamente, si drizzò sulle ginocchia e si rivolse verso quella luce come se dialogasse con una presenza invisibile. Qualcosa in quel momento attraversò l’aria, sembrava un sospiro che sciogliesse un incubo; era come se le cose si riposassero dopo un’immane fatica.

Gesù, infatti, uscì dal dialogo con quella luce visibilmente cambiato. Capii che una creatura celeste, forse un angelo, era venuto a confortarlo. Era certamente la risposta del Padre che lo strappava ai morsi del Maligno e lo liberava dall’angoscia. Lo vidi infatti alzarsi senza i brividi che prima lo scuotevano tutto; si sedette sulla roccia con la testa fra le mani come per riflettere su quanto aveva provato. Sembrava uno che si riposasse per riprendere le forze dopo un duro ed estenuante combattimento.

Solo allora mi resi conto che il silenzio nell’aria era finito. Uno strano rumore veniva dal sentiero che dal torrente Cedron portava al Getsemani. Erano i passi di una comitiva che con fiaccole e armi stava dirigendosi verso il giardino. Gesù intanto si era alzato, s’era scrollato da dosso terra e polvere ed era tornato ai suoi Apostoli. Era ancora lui, quello di sempre, ritto, solenne, consapevole, padrone della situazione. Accanto a me vidi Taddeo ancora avvolto nella sua coperta che cercava di capire che cosa stava accadendo. Quando vide tutta quella gente con torce, spade e bastoni ammassata disordinatamente all’entrata del giardino, scese di corsa verso la capanna dov’erano alloggiati gli Apostoli che nel frattempo erano usciti dai loro giacigli, confusi e costernati, e insieme con loro si diresse verso Gesù. Io non riuscii a muovermi; rimasi fermo a guardare. Le urla di quella notte continuavano ad echeggiare drammaticamente dentro di me, e una specie di incubo immobilizzava la mia mente che si sentiva prigioniera di un’angosciosa impotenza.

la solitudine di Dio Gesù mio! Chi mai avrebbe potuto vegliare con te in quella notte? Chi mai avrebbe potuto pregare la tua preghiera, unirsi alla supplica straziante che dal tuo cuore saliva verso il Cielo? Quale creatura avrebbe mai potuto aiutarti nella titanica agonia che ha schiacciato la tua anima fino a farti trasudare rivoli di sangue? E quale essere umano poteva farti compagnia nell’abisso della tua tristezza, o sopportare il mare sconfinato della tua angoscia? Tu, invece, hai voluto cercare aiuto e sei venuto a noi a mendicare anche solo una parola, uno sguardo, un silenzio…; e noi non abbiamo saputo darti altro che sonno, torpore, apatia.

Gesù mio, come hai potuto farlo? Può l’Onnipotenza di Dio cercare aiuto nella debolezza dell’uomo? Può la Sapienza eterna di Dio chiedere comprensione dove non c’è intelligenza per capire? E può “Colui che è”, invocare sostegno da “colui che non è?”.

Gesù mio, chi mai poteva pensare che in quel “verme della terra” che strisciava nella polvere c’era il Figlio diletto del Padre? Chi mai poteva immaginare che in quelle urla che straziavano i cieli notturni c’era la voce del Verbo eterno che ha creato la terra e tutto l’universo? No, Gesù mio, no! Non potevi venire da noi, perché noi non potevamo venire da te. Eri solo nel deserto quando hai sconfitto il nemico infernale, e dovevi restare solo questa notte nel Getsemani, quando il maligno è tornato a insidiarti. Noi non lo sapevamo, né abbiamo potuto vederlo, ma esso era lì, accovacciato davanti a te; ti chiedeva di non dare la tua vita per esseri spregevoli e indegni come noi, di non accettare la croce che avrebbe significato la tua sconfitta di fronte al mondo, o semmai di riscattarci con la spada; avevi legioni di angeli pronti per farti trionfare sui tuoi nemici e mostrare al mondo la tua forza. E tu invece hai voluto mettere in guardia anche noi, perché Satana sarebbe venuto a vagliarci come il grano.

Ma per noi non c’era bisogno della tentazione, a tentarci bastavano la nostra miseria e la nostra debolezza. Del resto, sapeva bene il Maligno che, percosso il pastore, anche le pecore sarebbero andate disperse. Satana è venuto per te, con te esso aveva un conto ancora aperto ed era tutto da saldare. Esso è venuto ad afferrare in una morsa la tua umanità usando le armi più subdole della sua astuzia e della sua rabbia per impedirti di compiere la volontà del Padre. Egli, fin da principio, è stato il “rifiuto”; il suo nome è “ribellione”. E noi gli avevamo creduto. Perciò solo tu potevi dire: “Ecco, io vengo o Padre, a fare la tua volontà”. La tua solitudine è dunque la conseguenza del tuo essere Figlio di Dio, e la tua angoscia è conseguenza del tuo farti figlio dell’uomo: il ribelle. E tu dovevi sconfiggere la ribellione con l’obbedienza.

Ecco perché in quella notte eravamo tutti lì, non solo con te, ma dentro di te. Tu eri in quel momento tutta l’umanità dolente e straziata, tutta l’umanità triste e malvagia: l’umanità peccatrice. In quel momento tutti i Caino che hanno ucciso, tutti i Giuda che hanno tradito, tutti gli spergiuri che hanno bestemmiato, tutti gli Erode che hanno sterminato gli innocenti erano lì e pesavano su di te. In te si sono ammassati gli abitanti di Sodoma e Gomorra, gli abitatori di Ninive e di Babilonia, gli inquilini delle galere di tutti i tempi. Tu eri l’erede di tutti i Faraoni che hanno oppresso i popoli, di tutti gli Epuloni che hanno disprezzato i poveri, di tutti gli schiavisti che hanno venduto come merce da pochi soldi milioni di fratelli. Tutto ciò che è violenza, tradimento, spergiuro, infedeltà, vendetta, ingiustizia e menzogna era lì, scritto sulle tue mani, sulla tua fronte, sui tuoi occhi, su tutto il tuo corpo, nel tuo cuore. Tutte le madri che hanno soffocato nel grembo le proprie creature, tutte le prostitute che hanno mercificato il proprio corpo, tutti gli adulteri che hanno tradito e infangato l’amore, tutte le Erodiadi che hanno sedotto e chiesto la testa dei Profeti di Dio: un carico immenso di vergogna pesava sulle tue spalle. Su di te l’orrore dei lager, dei forni crematori, dei gulag, delle foibe, dei campi di sterminio, delle pulizie etniche. I Giacobini di tutti i tempi, tutti i Napoleoni che hanno insanguinato del loro orgoglio le contrade della terra, tutti i potenti del mondo che hanno riempito gli arsenali di bombe atomiche, e tutta la brutale crudeltà di quanti hanno inventato i capestri, i roghi, la ghigliottina e i più raffinati strumenti di tortura, tutti costoro con tutti i malvagi della terra, erano lì con te in quella notte, portavano scritto il tuo nome. Gesù, come hai potuto caricarti di tante iniquità? Come hai potuto mentire al mondo intero, ingannare, tradire, opprimere con leggi perverse i popoli della terra? Perfino i corruttori di bambini, i profittatori d’innocenti, gli oppressori dei deboli: tutti col tuo nome! Tu eri in quella notte davanti al Padre tutto il male del mondo, tutte le iniquità della terra!

Gesù mio! Chi poteva reggere a questa marea di fango e di putridume? Chi poteva trasformare questa infinita e tragica ribellione dell’uomo in una docile obbedienza all’amore del Padre? Ed ecco che tu sei sceso nell’abisso e ti sei fatto maledizione per ottenerci misericordia! E così hai sconfitto il maligno: l’umiltà e l’obbedienza sono incompatibili con la superbia e la ribellione. Tu, infatti, pur essendo Dio, ti sei annientato prendendo la natura di servo, divenendo simile a noi peccatori, e ti sei umiliato facendoti obbediente “fino alla morte, e alla morte di croce”.

Gesù mio! Ecco perché il creato è rimasto immobile questa notte, impietrito e muto davanti alla tua agonia; nessuna creatura era in grado di un gesto, di una parola, di un segno. Nessuno avrebbe potuto dirti nulla, né darti nulla. E così i cieli e la terra resteranno i soli testimoni del tuo “Si” al Padre, e l’Angelo Michele, che ha preso il posto del Maligno, ti ha portato dal cielo il conforto del Padre: “Tu sei il Figlio mio diletto!”.

Gesù mio, quel tuo “fiat” mi richiama alla memoria l’altro “fiat” che oltre trent’anni prima una fanciulla quattordicenne consegnò all’Angelo del Signore: il ”fiat” di tua madre che seppe dire: “Sono la serva del Signore, si compia in me la volontà di Dio”. In questa notte fu lei l’unica creatura che ha saputo vegliare con te; l’unica che ha potuto unirsi alla tua orazione e alla tua agonia. Nel Cenacolo, che ha visto il tuo supremo dono d’amore, Maria, raccolta in preghiera, ha vegliato con te con gemiti di silenzio e con le lacrime del cuore, ha partecipato alla tua immane agonia, ha gridato anche lei con tutte le forze della sua anima: “Abbà! Abbà! Abba!” - “Sì, Padre mio! Si, Padre nostro!”. Lei nel Cenacolo e tu nel Getsemani: un'unica preghiera, un unico grido, un unico “fiat”!

Gesù mio, non meravigliarti di noi; non dei tre intimi che hai voluto accanto a te, non degli altri Apostoli, né di nessun altro di noi. Possiamo solo contemplare attoniti e impotenti, come l’intero universo, la tua agonia, e dirti, questo sì, senza limiti ed eternamente: “Grazie! Grazie della tua passione e della tua orazione, grazie della tua vittoria, del tuo dolore e del tuo amore!”.

E grazie anche a te, Madre mia, Madre del dolore e Madre dell’amore. Forse solo la Maddalena ha saputo vegliare con te, ma senza capire e senza sapere. Ha vegliato amando, perché l’amore è l’unica cosa che Maddalena conosce, l’unica cosa che muove il suo cuore. Ed è l’unica cosa che anche noi possiamo imparare vivendo accanto a te, perché è l’unica strada che alla fine può ricondurci al Padre.


4) GIOVEDI’ SANTO:
CATTURA E PROCESSO NOTTURNO 
CONTRO GESU’

La cattura di Gesù L’irruzione della soldataglia nell’orto era stata scomposta e violenta. Intravidi Giuda che precedeva tutti e cercava di contenere l’impazienza della ciurma, ma inutilmente. Allora come se fosse preso dalla fretta di concludere quella faccenda al più presto, si diresse decisamente verso il gruppo degli Apostoli che nel frattempo si erano stretti attorno a Gesù. Dietro alla soldataglia, a qualche metro da essa, seguivano in silenzio e a ranghi composti alcune decine di soldati romani equipaggiati di tutto punto e preceduti da un tribuno. Allora, cercando di non farmi notare, mi spostai tra gli olivi quel tanto che mi permise di assistere di lato allo svolgersi degli avvenimenti.

Vidi Gesù staccarsi dagli Apostoli e andare incontro a Giuda. Giuda gli mise le mani sulle spalle e lo baciò. La soldataglia si era fermata in silenzio. Allora anche Gesù pose le mani sulle spalle di Giuda, lo fissò intensamente e gli parlò. Non intesi bene le parole, ma vidi Giuda staccarsi da Gesù come se volesse liberarsi da una situazione imbarazzante e scomoda; si voltò verso la folla con cenni del capo e cominciò ad allontanarsi adagio, come se non volesse farsi notare, girò al largo e mi passò vicino senza avvedersene. Lo chiamai: “Giuda!”. Si voltò senza parlare e senza fermarsi; quando mi vide allungò il passo e si diresse poi, correndo, verso l’uscita dell’orto; disparve in fondo al sentiero, nel buio.

Quando tornai a guardare Gesù, vidi la folla ammucchiata per terra e Gesù solo, ritto in mezzo a tutti, quasi solenne nella luce della luna ormai alta nel cielo. Intanto, faticosamente, alcuni della turba cominciarono ad alzarsi e, una volta in piedi, si lanciarono per circondare Gesù. Ma Gesù con un gesto imperioso della mano li fermò e con voce ferma chiese: “Chi dunque cercate?”. Si levò una voce nel mezzo: “Gesù di Nazareth!”. Tenendo sempre la mano distesa, Gesù fece un passo deciso in avanti gridando: “Vi ho già detto che sono io!”. Quelli più vicini a lui indietreggiarono improvvisamente e caddero su quelli che stavano dietro ammucchiandosi di nuovo per terra.

Fu allora che Pietro corse vicino a Gesù brandendo una spada e, senza por tempo in mezzo, vibrò un colpo alla cieca che fortunatamente andò fuori misura, colpendo all’orecchio l’uomo che stava prono ai suoi piedi. Ma Gesù, prontamente, gli fermò il braccio mentre accorrevano anche gli altri Apostoli con un'altra spada. Si voltò verso di loro, e con la consueta pazienza che in quella circostanza parve una specie di remissività: “Mettete via quella spada! - disse - Pensate forse che io non possa pregare il Padre mio che mi darebbe subito più di dodici legioni di Angeli?”. Poi si chinò verso il ferito e lo risanò. Quell’uomo allora si alzò e con lui tutti gli altri. Gesù scandendo le parole con tono imperativo: “Se cercate me, - disse - lasciate che costoro se ne vadano”. E con un cenno della mano fece segno agli Apostoli di andarsene. Poi continuò: “Siete venuti con spade e bastoni come se fossi un brigante. Tutti i giorni stavo in mezzo a voi insegnando nel Tempio, e non mi avete preso. Adesso però è il momento; è la vostra ora, l’ora delle tenebre”. Così dicendo incrociò le mani e le stese verso di loro. C’era tanta nobiltà e fierezza in quel gesto. A me parve che volesse dire: non siete voi a sopraffarmi; sono io, in obbedienza al Padre, che mi consegno a voi.

A quel gesto e a quelle parole, gli Apostoli rimasero costernati. Erano abituati a vedere Gesù dominare con autorità tutte le situazioni, e uscire indenne da ogni pericolo. Quella sua acquiescenza, quella volontaria capitolazione, erano dunque completamente inspiegabili. Forse anche lui, il Maestro, si era reso conto che tutto era finito? Perciò, presi dal panico, in un istante scomparvero disperdendosi nell’orto, chi dietro agli olivi, chi guadagnando di corsa l’uscita del Getsemani. I soldati romani stettero a guardare immobili, lasciando agire gli sgherri dei Sommi Sacerdoti formati prevalentemente dalle guardie del Tempio. Legarono Gesù che si lasciò fare senza opporre resistenza, e si avviarono tutti verso l’uscita del giardino. I soldati romani seguirono la ciurma senza preoccuparsi di altro.

Io ero rimasto dietro ad un grosso olivo col cuore in gola, impietrito dall’impotenza. Stavo per scoppiare in pianto, pressato da un misto di rabbia e di dolore, quando sentii dietro di me il respiro affannoso di qualcuno. Mi voltai di scatto: “Ah! Sei tu?”, mormorò Filippo con la voce stravolta. Il sudore gli strisciava sulla fronte luccicando al chiarore della luna. “Fermiamoci ancora un poco, finché non si saranno allontanati”, aggiunse, scosso tutto da brividi.

Quando i passi della turba ci sembrarono sufficientemente lontani, e la luce delle torce riverberava tra gli alberi del fondovalle, uscimmo dal nostro nascondiglio e ci avviammo verso la capanna. Arrivati nei pressi dell’uscita dell’orto, scorgemmo qualcosa di simile a un piccolo fantasma che dal sentiero saliva di corsa verso di noi. Ci fermammo preoccupati; mi sentii chiamare per nome. Era Marco che correva ansimante verso di noi.

Era spoglio e tremava di freddo e di paura. S’era svegliato di soprassalto al rumore dei soldati che lasciavano il Getsemani e, non vedendo nessuno, s’era messo così come si trovava, avvolto nella sua coperta, a pedinare la comitiva giù dal sentiero. I soldati, insospettiti, si fermarono per prenderlo, ma egli, con uno scatto, sgusciò fuori dalla coperta, lasciandola nelle loro mani, e fuggì precipitosamente. Ricorda di aver sentito due grasse risate e nient’altro. Lo avvolsi nel mio mantello e con un sospiro di sollievo: “Sia ringraziato il Cielo!” esclamai, pensando al grosso pericolo scampato e alla mia responsabilità.

In quel momento comparvero Pietro e Giovanni che ci chiesero notizie dell’accaduto. Pietro mi consigliò di accompagnare Marco a casa, e di dire agli altri discepoli di riunirsi tutti nella casa di Marco, dov’erano Maria e le altre donne. Lui e Giovanni sarebbero andati in cerca di Gesù.

Aspettammo dunque che si facessero vivi gli altri discepoli che apparvero l’uno dopo l’altro: Matteo, Andrea, Giacomo e Tommaso. Avevano timore di parlare e di chiederci notizie; perciò raccolti i mantelli e le altre cose, ci mettemmo in cammino procedendo con cautela e in silenzio; in realtà eravamo sopraffatti dalla paura e umiliati.

Risalimmo alla cittadella di Sion e bussammo alla porta della casa di Marco. Quando entrammo ci accolsero tutti con sospiri di sollievo, ma la casa era tutta in subbuglio. Simone, Taddeo e Giacomo erano fuggiti dal Getsemani prima dei soldati, e avevano portato la brutta notizia alle donne e agli altri di casa. Intanto Maria ci aveva preparato una bevanda calda che avesse anche un’azione sedativa. Restammo così in attesa di notizie.

Il pianto di Pietro “Madre mia, come narrare quella notte, la più lunga, la più incerta, la notte più sofferta che ho passato accanto a te?” Tutti noi, uno dopo l’altro, ci siamo ritrovati nel Cenacolo, storditi e smarriti, ma finalmente al sicuro, scampati da tremendi pericoli, fuori da una bufera che imprevedibilmente e in poche ore si era abbattuta su di noi. Mancavano Pietro e Giovanni, ma sentivamo che prima o poi sarebbero tornati. Mancava soprattutto Gesù. Che ne era di lui? Dove lo avranno portato? Che cosa gli avranno fatto?

Si erano sentite voci e rumori lassù, verso la casa di Caifa. Era chiaro che lo avevano portato in casa dei Sommi Sacerdoti. Erano stati loro, del resto, a organizzare tutto. A guidare, infatti, le guardie c’era anche lui, Malco, il servo fidato di Caifa, quello al quale il Sommo Sacerdote affidava sempre gli incarichi più delicati e di fiducia. Era un uomo ottuso, di poca intelligenza, ma fanaticamente attaccato al suo padrone. Così ce l’aveva descritto molte volte Nicodemo; dovevamo guardarci da lui.

Salome era la più inquieta. Insisteva nel chiedere ad Andrea e agli altri notizie del figlio Giovanni. Quel benedetto ragazzo è sempre stato così impulsivo, imprudente, quasi sconsiderato! Sì, conosceva l’ambiente del Sommo Sacerdote, aveva amici e compagni di scuola in quell’ambiente, ma non era quello il momento di mettersi nei guai.

Intervenne a quel punto, con la consueta, amabile discrezione, Maria; prese Salome in disparte: “Non inquietarti, figlia mia, - cominciò - Giovanni è giovane e impulsivo, ma non è uno sprovveduto; è un ragazzo intelligente, e poi Gesù non permetterà che cada in qualche pericolo. Non gli succederà nulla. Invece - e così dicendo ci guardò tutti con volto velato di sofferenza - mettiamoci a pregare”.

Ci riunimmo tutti nella sala del piano inferiore, e Maria cominciò prendendo dai Salmi la “Preghiera dei pericoli”: “Signore, quanti sono i miei oppressori! Molti contro di me insorgono. Molti di me vanno dicendo: neppure Dio lo salva!. Ma tu, o Signore, sei la mia difesa, tu sollevi il mio capo…”. Non tutti conoscevamo le invocazioni di quei Salmi, ma sentivamo che quelle suppliche si adattavano perfettamente alla nostra situazione, e soprattutto a quella di Gesù, ed entravano perciò nel cuore di tutti noi.

Maddalena, che fino allora non aveva parlato né ascoltato e, chiusa nei suoi pensieri, aveva girovagato continuamente per la casa, come se volesse dominare l’impellente desiderio di fuggirsene via in cerca del suo Maestro, si sedette vicino a Maria senza riuscire a frenare le lacrime che scorrevano silenziose sul suo volto. Maria le passò una carezza sul capo ed essa parve quietarsi; poi continuò con la “Preghiera del giusto”: “Quando ti invoco, rispondimi, o Dio mia giustizia. Dalle angosce mi hai liberato, pietà di me, ascolta la mia preghiera...”. Proseguì ancora con la “Preghiera del calunniato”: “Signore, mio Dio, in te mi rifugio, salvami e liberami da chi mi perseguita…”, e poi con la “Preghiera dell’abbandono fiducioso”: “A te, Signore, elevo l’anima mia, mio Dio in te confido: ch’io non resti confuso! Non trionfino su di me i miei nemici…”. Proseguì poi con “l’Invocazione dell’innocente”, e infine con la “Professione della fede in Dio”: “Il Signore è mia luce e mia salvezza, di chi avrò paura? Il Signore è difesa della mia vita, di chi avrò timore? Quando mi assalgono i malvagi…”. La preghiera fluiva dalle labbra di Maria e cadeva sul nostro silenzio come un balsamo, come una rugiada benefica. Era davvero la medicina di cui avevamo bisogno in quel momento.

Ma ecco improvvisamente dei colpi violenti alla porta. Presi dalla paura, restammo in attesa, col fiato sospeso. Da fuori, una voce cominciò a chiamare: “Andrea! Giacomo! Filippo! ...”. Era la voce di Pietro. Salome corse subito ad aprire. Lasciò entrare l’Apostolo che dopo due passi si fermò e ci guardò tutti con la faccia stravolta. Era irriconoscibile: gli occhi arrossati e gonfi, la barba pasticciata di polvere e di muco, il volto madido di lacrime e di sudore...; fece ancora due passi, poi si gettò bocconi sul tavolo e cominciò a gridare: “Ho detto di non conoscerlo! … Ho giurato di non averlo mai visto!… Quella maledetta pettegola di portinaia!… E io, vigliacco, io miserabile, vinto dalla paura: non l’ho mai conosciuto!… Non l’ho mai conosciuto!…”.

I singulti gli scuotevano la schiena che si era fatta più curva e massiccia; ogni tanto picchiava i pugni sul tavolo e poi si abbandonava ad un pianto dirotto e disperato. Noi lo guardavamo senza capire, senza sapere cosa dirgli. Non sapevamo cosa pensare. “Non l’ho mai visto! - riprese picchiandosi il testone reso più ispido e ruvido - non l’ho mai visto!… Maledetto freddo che mi ha fatto cercare quel fuoco!… E quell’intrigante di servo che non cessava di fissarmi!… E poi… quel maledetto gallo che si mise a cantare!… Non l’ho mai conosciuto! … Non l’ho mai conosciuto!…”.

A quel punto gli si avvicinò Maria, lo chiamò sollevandolo per le spalle, con un lino pulito gli asciugò il volto e gli pulì la barba, poi prese la faccia dell’apostolo fra le sue mani materne e calde di tenerezza e fissandolo dolcemente: “Pietro, - cominciò - è vero! Non l’hai mai conosciuto! Chi di noi può dire di averlo conosciuto veramente, Gesù? È vero! Nessuno di noi lo ha ancora conosciuto fino in fondo! La tua non è stata vigliaccheria, non è stata una menzogna. Tu non hai rinnegato Gesù. Gesù, tu lo conosci e lo ami. Ma c’è ancora tanto da purificare nel tuo amore, c’è tanto da rettificare nella tua conoscenza del Maestro. Pietro, figlio mio, c’è bisogno di tanta umiltà. Le tue lacrime sono la tua umiltà. Esse laveranno gli occhi della tua anima e purificheranno il tuo amore. E tu conoscerai Gesù a fondo, e ti innamorerai pazzamente di lui, e saprai dare la vita per il tuo Maestro”.

Quella voce materna, serena e dolce, era come un olio balsamico sulle ferite. Pietro andò calmandosi; i suoi singhiozzi si attenuarono e cessò di piangere. Teneva la testa appoggiata sulla spalla di Maria che lo stringeva dolcemente per le braccia. Non era più il Pietro focoso, presuntuoso e irruente, era diventato come un bambino, si era trasformato in una creatura.

“Pietro mio, - riprese Maria - ricordi lo sguardo di Gesù quando ti ha invitato a seguirlo? Fissandoti ti ha chiamato non più Simone, ma Pietro. Ha visto la sincerità del tuo cuore e ti ha cambiato: non più Simone, ma Roccia! Figlio mio, non dimenticarlo mai quello sguardo di Gesù!”.

A queste parole Pietro si staccò da Maria, si asciugò le lacrime col dorso della mano e: “Madre, - disse (era la prima volta che la chiamava così) - Madre! Quello sguardo l’ho rivisto questa notte. Avevo appena giurato di non conoscerlo e stavo scaldandomi al fuoco nel cortile di Caifa, quando sentii alle mie spalle rumore di spade, trambusto e grida di folla. Mi voltai di scatto e lo vidi. Legato come un malfattore, era circondato dai servi e dalle guardie che a spintoni lo conducevano attraverso il cortile. Ma egli per un attimo fece resistenza e si voltò a guardarmi. Aveva la guancia gonfia e la barba intrisa di sangue, e gli occhi… ah! gli occhi! Erano quelli del mio primo incontro con lui. Quello sguardo ce l’ho qui, - e appoggiava il pugno sulla fronte e sul petto - qui dentro, e continua a guardarmi, a chiamarmi per nome, dolcemente, irresistibilmente: Pietro! Pietro!… Capisci, Madre? Non Simone, come mi aveva chiamato prima di entrare nell’orto: ‘Simone, Simone, ecco Satana ti ha cercato per vagliarti come il grano…’, ma Pietro! Sì, Madre! Quell’uomo spergiuro, quell’uomo vigliacco, quell’uomo che ha rinnegato tuo figlio, non era ‘Pietro’, era Simone. Non era ‘Pietro’!…”.

E così dicendo scoppiò di nuovo in un pianto dirotto appoggiandosi sulle spalle di Maria. Non era il pianto di prima, un pianto che sapeva di umiliazione e un po’ di rabbia, ma era un pianto d’amore, per un dolore d’amore, e perciò un pianto di gioia. Quel pianto infatti ci contagiò un po’ tutti; mi accorsi che tutti avevamo gli occhi lucidi di commozione.

Il processo notturno contro Gesù Fino a quel momento, Salome era rimasta zitta ma poi non riuscì a trattenersi oltre e chiese notizie di Giovanni. Pietro raccontò di averlo accompagnato fino al cortile, ma poi non lo aveva più visto. Presa dall’ansia, Salome stava preparandosi per uscire quando si udirono alcuni colpi alla porta. Era proprio lui, Giovanni. Agitato e trafelato, fu accolto da Salome che lo abbracciò piangendo. Si guardò intorno, e quando vide Pietro e gli altri si rasserenò.

Cominciò allora a raccontarci gli ultimi avvenimenti di quella tormentata e tragica notte. Entrato nel cortile del palazzo dei Sommi Sacerdoti aveva girovagato cercando di raccogliere notizie su Gesù. Riuscì a sapere che era stato condotto da Anna, il vecchio Sommo Sacerdote scaduto, ma ancora molto potente, ispiratore di tutto, e che dopo quell’incontro sarebbe stato portato a casa di Caifa, il Sommo Sacerdote in carica, per un primo sommario processo. Nell’attraversare il cortile, Giovanni vide Nicodemo il quale, dopo qualche resistenza, accettò di prenderlo con sé, e insieme entrarono nella sala dove Caifa era in attesa di Gesù.

Giovanni ci descrisse la sala: erano presenti molti Sinedriti tra i più focosi e accaniti avversari di Gesù, una ciurma inquieta di Scribi e Farisei, e in più un continuo viavai di guardie, Leviti e inservienti che mettevano agitazione in tutto l’ambiente. Quel viavai permise a Giovanni di passare inosservato. Dopo qualche tempo, improvvisamente, si fece silenzio in tutta la sala; dalla porta di fondo venne introdotto Gesù. Era proprio lui, ma quale impressione, quale sbigottimento nel vederlo in quelle condizioni!

Nicodemo, nel suo scanno, si prese la faccia fra le mani, poi si voltò a cercare con lo sguardo Giovanni per vedere la sua reazione. Giovanni si trovava in mezzo agli inservienti del Tempio e a un gruppo di Galilei che erano stati chiamati a testimoniare. Più in là due Leviti, suoi compagni, fecero finta di non conoscerlo.

Cominciò la farsa del processo, ma Giovanni ci disse di ricordare ben poco perché il suo pensiero se n’era andato dietro alla folla dei ricordi. Dov’era mai finito il Gesù del Tabor? Il Gesù che domava le tempeste, moltiplicava i pani, comandava ai demoni? E il Gesù di Betania, il Gesù che comandò a Lazzaro di uscire dal sepolcro? Dov’era? E quel Gesù che aveva acceso i suoi entusiasmi, l’aveva fatto riposare sul suo petto e l’aveva incatenato con il suo fascino? Per la verità quel Gesù era ancora lì; sotto quella maschera: il volto insudiciato e livido, le labbra tumefatte, la barba intrisa di sangue, i capelli sporchi e disordinati, sotto quella maschera c’era ancora la dignità, la forza e la sicurezza di sempre; ma perché non la usava?

Giovanni stette pensieroso qualche istante. Frattanto Maria aveva portato una bevanda calda, di menta e rosmarino, perché Pietro e Giovanni si ristorassero un poco e si riprendessero dalle loro emozioni. “La folla dei miei ricordi, - continuò Giovanni - veniva interrotta ogni tanto da fischi, grida e risate che nella sala sottolineavano i vari passaggi del processo. Infine, quel filo di ricordi fu bruscamente interrotto da un urlo che voleva esprimere dolore, sorpresa, scandalo o tutte queste cose insieme: era la voce roca di Caifa che, ritto davanti al suo seggio, si era strappato le vesti gridando: ‘Bestemmia! Bestemmia! L’avete sentito tutti. A che servono ormai i testimoni? È reo di giudizio, è reo di morte! Si convochi subito il Gran Consiglio del Sinedrio in seduta plenaria!’. Era accaduto che Gesù aveva dichiarato apertamente, si dovrebbe dire solennemente, di essere il Messia, il Figlio dell’Altissimo. A quel punto portarono via Gesù coprendolo di sputi e colpendolo brutalmente con calci e pugni. Così l’assemblea si sciolse”.

Man mano che Giovanni andava descrivendo queste scene, la sua voce si caricava di tristezza. Ma non riusciva a piangere, perché il suo animo appariva contratto, quasi inasprito, un po’ per la constatazione della sua impotenza (il non poter intervenire in alcun modo), un po’ per la rabbia contro quei figuri prezzolati che testimoniavano falsità contro Gesù e verso quei rappresentanti del popolo e dell’ambiente sacerdotale che spiravano odio feroce contro il Maestro. Giovanni uscì da quella sala sconfortato e deluso, e avrebbe voluto architettare qualche vendetta. Stava guardandosi attorno quando fu raggiunto da Nicodemo il quale gli fece capire che restavano ormai ben poche speranze sulla sorte di Gesù. Restava, è vero, la sentenza del Sinedrio, ma appariva scontata; semmai qualche speranza poteva venire dall’intervento del Procuratore romano che avrebbe potuto capovolgere il verdetto del Sinedrio. Gli consigliò di tornare a casa con la promessa che, al momento opportuno, lui stesso ci avrebbe ragguagliati sull’evolversi degli eventi.

Nella nostra sala era calato un profondo silenzio, carico di tristezza. Fuori stava spuntando l’alba, e le prime luci del giorno attenuavano il chiarore della luna ormai al tramonto. Maddalena non riusciva a dominare la sua inquietudine. La Madonna se ne accorse, la avvicinò e prendendola per mano: “Maria, - le disse - ti prometto che quando sarà il momento, andremo insieme a cercare Gesù, e lo seguiremo dovunque lo porteranno, e ci dedicheremo a lui con tutto il nostro amore. Ma ora vieni, chiediamo ai nostri ospiti se possiamo preparare del latte caldo e del miele per tutti; ne avranno bisogno perché la giornata sarà lunga e faticosa”.

I padroni di casa diedero ordini agli inservienti di preparare tutto secondo il suggerimento di Maria. Eravamo molti in casa, ma non tutti presero cibo: in molti prevaleva lo stato d’animo di tristezza e di paura.

Finalmente sentimmo bussare alla porta. Erano Nicodemo e Giuseppe d’Arimatea. Dall’espressione dei loro volti si capiva che era andata male. Il Sinedrio infatti, all’unanimità, aveva condannato a morte Gesù. Egli si trovava ora in balìa degli sgherri e delle guardie del Tempio, ai quali era stato consegnato in attesa di poterlo condurre dal governatore romano per far avvallare la loro sentenza di morte.

Nicodemo consigliò a tutti di non muoversi di casa perché i capi del popolo stavano reclutando gente della peggiore specie per radunarla davanti a Pilato e richiedere a gran voce la condanna di Gesù. Inoltre, da ieri era presente in città oltre al governatore romano anche Erode, e perciò ogni minima avvisaglia di disordine poteva scatenare l’intervento dei soldati.

“Ecce Homo” Ormai s’era fatto giorno. Giuseppe d’Arimatea aveva già lasciato la nostra casa, Nicodemo invece preferì trattenersi ancora qualche tempo con Maria. Uomo sensibile e di nobili sentimenti qual era, si rendeva conto dell’impatto drammatico che una madre squisita e delicata come Maria avrebbe dovuto sopportare per un figlio come Gesù, visto nelle condizioni in cui egli l’aveva visto, e trattato come venne trattato in quella notte. Solo più tardi e volendo seguire da vicino gli avvenimenti si congedò da Maria, prese il mantello e si avviò all’uscita. L’apostolo Giovanni, quando Nicodemo gli passò accanto, si alzò di scatto e si unì a lui con l’evidente intenzione di seguirlo. Nicodemo si voltò verso Maria con sguardo interrogativo, come per chiederle il consenso, e lei con cenni del capo fece intendere che era d’accordo.

Anche Myriam e Salome presero lo scialle e si avviarono all’uscita per seguire i due discepoli. A quella vista Maddalena, senza prendere né scialle né altro, si precipitò verso la porta per unirsi alle donne. Ma Maria la fermò e guardandola dolcemente: “Maddalena, - disse - noi andremo più tardi; ti ho già detto che verrai con me, e staremo insieme vicino a Lui”. Mi resi conto più tardi che Maria volle risparmiare a Maddalena le drammatiche e dolorose scene di Gesù deriso, insultato e maltrattato davanti al popolo, ai capi dei Giudei e ai pagani.

Passarono così le prime ore del giorno. Verso l’ora terza - le nove del mattino - udimmo ancora i soliti colpi alla porta: era Giuseppe di Arimatea. Entrò, alterato in volto per l’indignazio-ne, scosse la testa e allargò le braccia con uno sbuffo lungo e sofferto che esprimeva rabbia e insofferenza. “Mascalzoni! - cominciò a gridare - Mascalzoni e furfanti, ecco cosa sono! Hanno arruolato la marmaglia più stupida e venale per far pressione su di lui. Che cosa si credeva quel Ponzio Pilato, rappresentante del diritto e della giustizia romana, che cosa si credeva? Di ragionare di giustizia e di diritto con coloro che conoscono solo l’avidità più sfrenata e l’odio più cieco? Di giocare d’astuzia con coloro che vivono di menzogna e sono maestri di falsità e di inganno? Povero illuso! Nemmeno il ricorso alla sua autorità, lui, il rappresentante della grande Roma e del suo Imperium, è valso a qualcosa. Che peso poteva avere l’autorità di un provinciale davanti a coloro che sono i più sottili e abili maestri del ricatto e della dialettica più tortuosa? Non bastano il disprezzo e il sarcasmo per far rispettare la legalità a chi si è fatto legge e giudice a sé stesso!”.

Giuseppe, che era entrato senza salutare nessuno, camminava su e giù per la casa, in preda all’indignazione e alla collera; sembrava che parlasse da solo, con sé stesso. Noi lo guardavamo in silenzio, cercando di capire.

“E i suoi espedienti, così crudeli e ridicoli… - ripeté dopo una pausa - belli espedienti! Prima lo invia a quella volpe e bellimbusto di Erode. Che ne sa di giustizia e soprattutto di onestà quell’animale? Bene ha fatto Gesù a non rivolgergli nemmeno uno sguardo! Non sapeva Pilato - in fondo lui è un soldataccio romano che non conosce per niente l’animo e i sentimenti dei nostri capi - non sapeva che questo espediente avrebbe irritato ancora di più il Sommo Sacerdote che si vedeva esautorato e scavalcato da un vile vassallo di Roma? E la reazione di quel miserabile vassallo s’è vista: lo ha rimandato al mittente vestito di bianco, come si vestono i pazzi! Mi sono recato anche da Cusa, intendente di Erode, per parlare con sua moglie Giovanna e vedere se potevamo fare insieme qualcosa. Ero pronto a pagare qualsiasi prezzo per riscattarlo dalle loro mani! Ma lei era corsa dall’amica Susanna, disperata per quanto stava succedendo. Sembra proprio che nessuno riesca a fermare questi eventi!”.

Fece una pausa come per riordinare i propri sentimenti. Poi, ancora più concitato, riprese: “Ed ecco poi l’altro espediente, peggiore del primo: ha voluto barattare Gesù con Barabba! Capite? Con Barabba! Un bandito che con le sue razzie e le sue violenze ha seminato terrore per le contrade della Giudea. E lui, il Maestro, che sulle contrade della Giudea e della Galilea e dappertutto ha seminato pace e amore beneficando e sanando tutti, lui: al patibolo! ‘Crocifiggilo! - hanno gridato - crocifiggilo!’. E la canaglia, che urlava sempre più forte, aveva aumentato le sue file. Non solo le guardie del Tempio, i servi e la plebaglia dei loro palazzi, ma perfino i Leviti hanno arruolato. E loro, lì, in prima fila: Anziani, Sacerdoti, Scribi e, davanti a tutti, Caifa. Tutti nella pompa dei loro paludamenti, con sfoggio dei loro Efod, delle loro catene d’oro, dei loro mantelli purpurei e copricapo solenni, di tutto ciò che poteva impressionare quello zoticone di Pilato. Zoticone e crudele: ‘Gli darò un castigo - urlò - e poi lo rilascerò’. Un castigo? Ma se tu stesso lo hai dichiarato innocente, per quale colpa mai lo castighi? Per commuovere quei signori? Bell’espediente! Puoi forse spremere lagrime dai sassi, o distillare profumi dai letamai? E d’altronde puoi pensare di commuovere le pietre, tu che non conosci la pietà? Un castigo! E chiami castigo la flagellazione? Il supplizio più spietato che la tua legge bandisce come incompatibile per un cittadino romano, e tu lo usi con il più mite, saggio, degno Maestro che sia apparso sulla terra?”.

Si fermò un istante come per prendere fiato, mentre noi, impietriti, seguivamo in silenzio il suo racconto. Poi riprese: “Pensando a tutto questo, mi precipitai all’entrata del cortile del Pretorio deciso a varcare quella maledetta soglia, incurante delle leggi rabbiniche. Se Gesù era entrato nella casa di un pagano, potevo entrarci anch’io! Volevo impedire quella crudeltà, ma i soldati incrociarono le lance e mi bloccarono. Perché dunque non si riesce, nessuno riesce a fermare questi eventi?”.

Così dicendo Giuseppe si accasciò su uno sgabello, prese la testa fra le mani e: “Qui! - cominciò con una voce simile a un gemito - qui! Mi risuonano ancora qui, nella testa!... Prima le risate e gli scherni dei soldati; poi i colpi tremendi, implacabili, durissimi, interminabili: uno, due, tre, … dieci … trenta … cinquanta, ottanta…, non finivano mai! Non finivano, non finivano! E io lì, impotente, davanti a quelle guardie impassibili, e dall’altro lato le urla scomposte e volgari della plebaglia. Quei colpi! Quei colpi! Rimbombano ancora, qui, nella mia testa. E da Gesù soltanto alcuni gemiti; gemiti che andarono affievolendosi fino a scomparire. Solo allora si udì la voce del centurione che intimò l’arresto di quella carneficina”.

A queste parole Giuseppe si fermò, e si chiuse in un impressionante silenzio. In tutta la casa non c’era uno che si muoveva; quel racconto un po’ parlato, un po’ urlato, un po’ soffocato nei gemiti, aveva raggelato il nostro animo; eravamo incapaci di qualunque reazione. Non riuscivamo a fare domande, a chiedere i particolari dei fatti, come se avessimo paura di saperne di più.

Passò così qualche tempo, poi Giuseppe cercò di riprendersi: alzò la testa, girò lo sguardo intorno come se cercasse in noi un consiglio, un aiuto, o almeno un po’ di conforto e di partecipazione: la sua faccia era una maschera di tristezza, di dolore e di rabbia. Infine, con toni più pacati, riprese: “Ciò che seguì a quello strazio crudele è indegno anche per il più brutale degli aguzzini. Passò del tempo che mi è sembrato un’eternità. Girai al largo dalla folla in cerca di Nicodemo; improvvisamente un silenzio, e poi un urlo che mi gelò il sangue nelle vene. Pilato era uscito fuori dal Pretorio e con un gesto della mano rivolto alla folla, fece avanzare Gesù gridando: ‘Ecco l’uomo!’. Infatti Gesù non c’era più, non era più lui. Quel rudere barcollante, che a mala pena si reggeva in piedi, era un cencio a brandelli. Una maschera di sangue e di dolore che i soldati hanno voluto arredare con le insegne della regalità! Quel casco di spine a mo’ di corona ficcato nella testa, quello straccio scarlatto sulle spalle scarnificate dai colpi, quella canna fessa infilata tra le mani legate ai polsi con una catena… tutto per incorniciare un volto tumefatto e livido, un povero corpo maciullato e straziato! Ma che altro voleva quel rude soldato, rappresentante di Roma, che altro si aspettava da una folla insana, prezzolata e servile, che lo sovrastava con le sue urla e le sue risate? Con un re da burla credeva di appagare l’odio insaziabile dei nostri capi!”.

“Non sapevo che fare. Aggirai la ciurma e mi portai a ridosso dei sacerdoti, combattuto se avvicinarmi a Gesù o fuggire. Mi fermai a guardarlo: di Gesù non restava più niente, se non la sua dignità maestosa e… i suoi occhi! Quello sguardo mi segue ancora. Erano occhi luminosi. Brillavano. Non per la febbre, non per le lacrime. Guardavano la folla senza rancore, senza desiderio di vendetta, senza atteggiamento di giudizio; guardavano come tante volte hanno guardato i malati, i lebbrosi, i poveri, i disgraziati. C’era in quello sguardo forza e severità, ma anche tanta tristezza, tanto dolore, tanta dolcezza! Erano occhi rivolti alla folla, ma guardavano uno a uno quei poveri sciagurati, entravano in ciascuno di loro come un raggio di luce in lotta con le tenebre più fitte.”

“Alla fine non ce l’ho fatta. Non potevo più sopportare quello scempio, quella sporca e umiliante faccenda, ma soprattutto non potevo più sopportare la mia impotenza, la mia impossibilità di fare qualcosa, di fermare l’ondata di malvagità e di odio che si consumava sotto i miei occhi.”

“E ora, davvero non possiamo fare più nulla; è finita!”

“Il Servo di Jahvè Una dopo l’altra le parole di Giuseppe arrivavano al nostro animo come lame roventi che penetravano nel cuore e insieme come colpi di ariete che demolivano impietosamente ogni nostro ideale, ogni nostra prospettiva futura. Fu come se quei soldati avessero messo a ferro e a fuoco tutte le nostre speranze. Eppure era troppo presto per convincerci che tutto era finito. In quel momento il pensiero che Gesù era nelle mani dei suoi avversari, in balia di spietati aguzzini, impediva alla nostra mente ogni altro ragionamento. Eravamo troppo feriti nei nostri sentimenti e nel nostro affetto per pensare al dopo.

Un amore ferito e oltraggiato non può pensare ad altro che alla persona amata. E così Maddalena, non potendo più trattenere il dolore lancinante che s’era accumulato nel suo cuore, si lanciò verso Maria e aggrappandosi al collo di lei, cominciò a gridare fra i singhiozzi: “No!… No!… No!…”. Non riusciva a dire altro; era il grido di chi non poteva accettare una realtà inaccettabile, di chi dentro al suo animo respingeva con tutte le sue forze il pensiero che fosse vero ciò che era stato narrato da Giuseppe; era il gemito inconsolabile di un’anima innamorata di fronte alla soppressione ingiusta e crudele della persona amata.

Maria la teneva stretta a sé teneramente e le passava dolcemente la mano sulla testa finché si placarono i singulti e ruppe silenzioso il torrente delle lacrime. Allora Maria, con una voce che pareva venisse da lontano, o dal profondo, segnata comunque dalla tristezza e dal dolore, cominciò:

“Oracolo del Signore!
Ecco il mio Servo:
è cresciuto come un virgulto
come una radice in terra arida.
Non ha apparenza, né bellezza
per attirare i nostri sguardi,
non splendore per potercene compiacere.
Disprezzato e reietto dagli uomini,
uomo dei dolori che ben conosce il patire,
come uno davanti al quale ci si copre la faccia,
era disprezzato e non ne avevamo alcuna stima.
Eppure egli si è caricato delle nostre sofferenze,
si è addossato i nostri dolori
e noi lo giudicavamo castigato,
percosso da Dio e umiliato.
Egli è stato trafitto per i nostri delitti,
schiacciato per le nostre iniquità.
Il castigo che ci dà la salvezza si è abbattuto su di lui;
per le sue piaghe noi siamo stati guariti.
Noi tutti eravamo sperduti come un gregge,
ognuno di noi seguiva la sua strada;
il Signore fece ricadere su di lui
l’iniquità di noi tutti.
Maltrattato, si lasciò umiliare.
E non aprì la sua bocca;
era come agnello condotto al macello,
come pecora muta di fronte ai suoi tosatori,
e non aprì la sua bocca……

Mentre parlava, Maria teneva chiuse le palpebre come se quel testo del profeta Isaia scorresse dentro di lei e lo leggesse scritto nel suo cuore. La sua voce si faceva ora tremante, ora serena e pacata, e ogni tanto si fermava per qualche istante di pausa. Quei versetti scorrevano nel silenzio come fuoco liquido, ma insieme arrivavano al nostro cuore come olio salutare e balsamico.

Eravamo tutti raccolti nella sala grande della casa: i familiari di Marco, gli Apostoli, Giuseppe di Arimatea, alcuni discepoli e noi. Nessuno si era accorto della propria stanchezza né della propria fatica; solo Marco s’era addormentato, rannicchiato su un divano. Anche le lacrime della Maddalena si erano fermate. Maria allora la sollevò adagio, le asciugò il volto, e: “Va’, - disse - prendi i nostri scialli e un vasetto di sali o di essenze; è venuto il momento di andare”.

Alcuni si alzarono, altri guardarono Maria per capire che cosa fare. Ma ella intervenne raccomandando a tutti di non muoversi e di ricordarsi invece del salmo di David, il salmo n. 2 del salterio, perché solo la parola che Dio ci ha rivolto per mezzo dei Profeti può aiutarci a capire e ad accettare gli avvenimenti che non comprendiamo. A Maria di Marco raccomandò di rincuorare tutti con qualcosa da mettere nello stomaco. Poi aiutò Maddalena a mettersi in ordine e uscirono.

“LA VIA DOLOROSA” 
Nel frattempo io avevo preso il mio mantello ed ero uscito con Giuseppe di Arimatea aspettando Maria fuori di casa. Il sole era ormai alto e aveva riscaldato l’aria. Prendemmo la strada che sale lungo il Tyropeon e porta alla Torre Antonia dove s’era insediato in quei giorni il Procuratore Romano. )…) Arrivati al punto in cui la strada che scende dalla Torre Antonia gira verso le mura e sale alla Porta di Efraim, ci fu impossibile proseguire. Giuseppe cercava di filtrare per aprirsi un passaggio quando uno squillo di tromba annunciò l’avvicinarsi del corteo militare. Allora la folla si diradò e molti procedettero oltre. Ci fu possibile così occupare l’angolo dove la strada gira e sale verso le mura. Lì ci fermammo perché già era apparso il centurione a cavallo, seguito da altri soldati che tenevano al largo la folla. Il cuore ci batteva forte per l’ansia e per l’attesa di ciò che si sarebbe presentato ai nostri occhi. (…)

Di mezzo alla ciurma spuntava un palo che avanzava lentamente, ondeggiando, con moti bruschi e incerti; improvvisamente disparve accompagnato da sarcastiche risate. Capii che si trattava di Gesù che portava sulle spalle il patibulum, il palo della croce, e che era caduto forse inciampando nel selciato. Con calci e spintoni lo fecero alzare caricandolo nuovamente del palo, mentre una guardia lo aiutava a reggersi tenendolo per una cintura legata ai fianchi. Era ormai a pochi metri da noi, e quando ce lo trovammo davanti ci rendemmo conto delle atrocità che erano state commesse su di lui: la testa coronata di spine, i lunghi capelli impiastricciati di sangue e di fango, il volto livido e tumefatto coperto di grumi, di sudore freddo, di sputi e di polvere, le labbra screpolate e riarse, le orecchie e il collo rigato da lividi; vestiva la sola tunica, quella inconsutile, dalla quale sulle spalle, sul petto e sulle braccia trasparivano le chiazze di umore sanguigno. La veste e il mantello li portava un soldato.

Dio mio, in quali condizioni l’avevano ridotto! Mi coprii istintivamente la faccia, mentre la Maddalena con un urlo si gettò verso Gesù gridando: “Maestro mio! Maestro mio!”. Un soldato la fermò afferrandola per le braccia. Gesù a quel grido riconobbe la voce e si voltò verso di noi, ma barcollando sotto il peso del patibolo, stramazzò per terra. Gli sgherri stavano per colpirlo e malmenarlo quando Giuseppe d’Arimatea con un balzo si avvicinò a loro gridando: “Lasciatelo!”. Si fermarono lì intorno, e si fece silenzio. Allora guardandoli con piglio fiero e autoritario, aggiunse: “Sollevatelo!”. Ed essi lo sollevarono.

Quando Gesù fu in piedi, Giuseppe gli indicò sua Madre. Maria si avvicinò a Gesù, e Gesù, vedendola, ebbe come un ritorno di energia e di forza, si rizzò dritto sul tronco e spalancò gli occhi che prima apparivano velati e stanchi. I due sguardi si incontrarono, come tante volte, in un silenzio che si apriva sull’abisso del cuore. Quelli che stavano intorno, quando videro Maria, zittirono tutti e nessuno ebbe il coraggio di muoversi. Allora Maria, con una voce infinitamente appassionata e infinitamente tenera: “Figlio mio!, - esclamò - come ti hanno ridotto!”, e due lacrimoni immensi le rigarono il volto. “Madre - fu la risposta - il mio dolore è anche tuo, ma anche il tuo dolore è mio! È la nostra ‘ora’!”. Poi, con un sorriso impregnato d’amore e di dolore, soggiunse: “Grazie d’essere venuta. Raccogli intorno a te i miei discepoli”. Il centurione, accortosi che il corteo si era fermato, diede una voce ai soldati perché si riprendesse il cammino dopo aver caricato di nuovo il palo sulle spalle di Gesù. (…)

Avevamo percorso una ventina di metri quando da una casa che aveva l’aspetto di un’abitazione signorile, uscì una donna dal portamento distinto ed elegantemente vestita. Era accompagnata da un gruppo di donne in abiti da lutto che emettevano lamenti e lagrime. Con una mossa imprevista, la donna filtrò tra i soldati e le guardie fermandosi davanti a Gesù; estrasse dal suo ampio mantello un bianco lino, prezioso, lo depose delicatamente, con tenerezza quasi materna, sul volto del Signore aspettando che si imbevesse come se volesse detergere quel viso martoriato, poi lo tolse adagio e si ritirò. Il gesto della donna colse di sorpresa Gesù e le guardie. Queste non accennarono ad alcuna reazione, anche perché quella donna mostrava dignità e fermezza; Gesù invece si voltò verso le piangenti e disse: “Donne di Gerusalemme, non piangete su di me, ma su voi stesse e sui vostri figli; ecco, verranno giorni nei quali si dirà: beate le sterili e i grembi che non hanno generato e le mammelle che non hanno allattato! Perché se trattano così il legno verde, che avverrà del legno secco?”. Allora quella donna ripiegò il velo, attese Maria e glielo consegnò. Maria trovò la forza di guardare la donna con un tenue sorriso carico di dolore ma anche di gratitudine per quel gesto di solidarietà squisitamente femminile e materna. Poi prese il lino, lo baciò intensamente e lo consegnò a Maddalena.

Il corteo riprese lentamente il suo cammino, ma dopo pochi passi Gesù non resse la fatica e si accasciò sulla strada. Cercarono di strattonarlo per la cintura e di smuoverlo con spintoni, ma Gesù non si mosse; restò con le mani e le braccia distese sul selciato e con la testa appoggiata su una guancia. Quella scena mi strappava il cuore, ormai non reggevo alla pena. Anche i soldati, preoccupati che Gesù non potesse proseguire oltre, chiamarono il centurione il quale si rese subito conto delle condizioni del “condannato”, ormai allo stremo delle sue forze. Si guardò intorno come per cercare una soluzione. In quel momento era entrato dalla porta di Efraim e stava scendendo la strada un uomo di mezza età, robusto, accompagnato da due giovani figli che portavano gli attrezzi di lavoro. Le fattezze e il portamento facevano capire che era un colono, oriundo da qualche regione vicina, che tornava dai campi. Il centurione ebbe una pronta intuizione: fece fermare quell’uomo e gli ingiunse di seguire Gesù portandogli il palo della croce; voleva assicurarsi che Gesù potesse giungere al luogo della crocifissione. Ma l’uomo reagì energicamente rifiutando con violenza quell’imprevista e ripugnante prestazione.

Nel frattempo uno dei figli si era avvicinato a Gesù che stava tentando con sforzi penosi di sollevarsi; si incontrò con il suo sguardo e lo riconobbe. Tornò da suo padre che stava dimenandosi tra due soldati: “Padre, - gli disse - quell’uomo è Gesù, il Rabbi Profeta della Galilea. Aiutalo!”. Quell’uomo, che poi seppi chiamarsi Simone, si calmò, andò verso Gesù che lo guardò intensamente con un lieve sorriso, poi, guardando la ciurma con una smorfia di disgusto, prese il palo della croce e, senza una parola, se lo caricò sulle spalle accennando a riprendere il passo. A tutti noi venne un sospiro di sollievo. Il gesto della donna e quello di Simone ci parvero una benefica rugiada in mezzo a tanta durezza, a tanta aridità e violenza. Alcuni della ciurma si erano spostati più indietro accanto ad altri due condannati che venivano portando anch’essi il patibolo. Erano due predoni della banda di Barabba ed erano stati condannati anch’essi alla crocifissione.

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 A questo punto consigliamo vivamente ai nostri lettori interessati di acquistare il volume prezioso "In quella casa c'ero anch'io" presso la casa editrice Fede e Cultura  (euro 17 pag. 420) che lo invierà a domicilio.         tel. 045/941851 

Da più fonti risulta che questo libro sembra veramente ispirato, anche se l'autore nella sua umiltà ha sempre dichiarato essere frutto di una assidua lettura del Vangelo con sguardo innamorato per Gesù e Maria.
    Oltretutto molti esperti hanno dichiarato che sembra quasi essere una sintesi dei dieci volumi sulla vita di Gesù scritti da Maria Valtorta, se non altro perchè, senza mai essersi nè conosciuti nè frequentati, i due autori arrivano ad affermare in più parti le stesse cose, quasi che fossero stati illuminati da una medesima ispirazione.  Il Signore Gesù è meraviglioso con i suoi servi fedeli.
 
 Fatelo conoscere, diffondetene la notizia e sicuramente la Madonna e don Ferdinando, prossimo candidato alla beatificazione, vi ricompenseranno in vari modi, a seconda delle necessità di ognuno.
                                 Grazie