lunedì 15 agosto 2022

L' ASSUNZIONE DI MARIA AL CIELO . di Ferdinando Rancan

                                              L’ASSUNZIONE DI MARIA AL CIELO

 

BRANO DAL LIBRO

“IN QUELLA CASA C’ERO ANCH’IO”

Di Ferdinando Rancan

 

126 - Maria e la sua “ora”      Quel giorno, il giorno del Concilio apostolico, Maria lo aveva trascorso in continua preghiera. Si tenne molto appartata e immersa in profondo raccoglimento. Il mattino seguente, quando ci vide, si fece raccontare da Giovanni lo svolgimento dell’assemblea che aveva visto riuniti gli Apostoli, e rimase visibilmente soddisfatta per l’esito confortante che la concluse. Non ne aveva avuto nessun dubbio e ne ringraziò il Signore.

Poi ci chiamò vicino a sé e guardandoci con immenso affetto: “Figli miei, - cominciò - ora il mio compito sulla terra si è concluso. Vi disperderete in tutte le direzioni e porterete il Vangelo a tutti i popoli della terra. Incontrerete molte tribolazioni, soffrirete persecuzioni da parte degli uomini e l’ostilità da parte del Maligno, e molti di voi berranno il calice del Signore rendendogli testimonianza con il proprio sangue. Io non potrò accompagnarvi per le strade della terra, ma vi seguirò dal Cielo, anzi, vi precederò con le mie suppliche davanti al trono di Dio; presenterò al Padre il Figlio suo e Figlio mio diletto affinché si aprano alla salvezza tutti i cammini della terra”.

Poi si rivolse a Giovanni e gli espresse il desiderio - che era poi una sua decisione meditata e consapevole - di lasciare la casa dove era vissuta con lui e con noi negli anni che seguirono alla Pentecoste, per trasferirsi nella casa di Marco, che era stata la culla della Chiesa. Lì Gesù aveva vissuto le ultime ore della sua vita; lì la Chiesa aveva vissuto le prime ore della sua esistenza; lì era nata l’Eucaristia; lì gli Apostoli avevano vissuto insieme con lei la grande attesa dello Spirito; lì, per mezzo di lei, - la Vergine-Madre - il soffio dello Spirito aveva generato la Chiesa. Lì dunque ella doveva concludere la sua missione terrena.

Da tutto il suo comportamento si capiva che Maria era consapevole che era arrivata la “sua ora”. In un momento di confidenza le presi la mano, stringendola forte. Capì che il mio gesto era una domanda. Mi guardò intensamente e profondamente con un sorriso dolcissimo: era la sua risposta. Compresi che ella, forse il giorno precedente, aveva ricevuto una visita da Gesù. L’aveva avvertita della “sua ora”? Forse!

Ci trasferimmo dunque a casa di Marco. Maria non aveva voluto prendere nulla di cibo, ma le sue forze avevano già dato segno di cedimento. Entrando in casa, salutò le donne e gli Apostoli. Essi stavano preparandosi per recarsi al Tempio; il popolo li attendeva per la preghiera e per ascoltare la loro parola. La maggior parte dei discepoli anziani avevano già lasciato la casa; erano rimasti Pietro, Andrea e gli altri. Mancavano Giacomo di Zebedeo che aveva subìto il martirio qualche anno prima, Tommaso il quale, prima di partire per la Mesopotamia, volle recarsi dal diacono Nicanore, e Natanaele che non era potuto rientrare a Gerusalemme.

Maria si fermò davanti a Pietro e lo salutò affettuosamente, poi osservandolo dalle spalle alle ginocchia: “Figlio mio, - gli disse sorridendo - ti sei messo la tunica al rovescio!”. Pietro si guardò impacciato e un po’ confuso, poi scoppiando in una fragorosa risata: “Madre! - rispose - sai bene che l’ordine non è mai stato il mio distintivo!”. Maria lo rincuorò, poi aggiunse: “Pietro, è venuto il momento in cui dovete lasciare Gerusalemme, secondo il comando di Gesù. Questa città ha goduto abbondantemente dei prodigi che il Signore ha compiuto per mano vostra; il mondo intero è ora in attesa del Vangelo. Quanto a te, il Signore ti ha liberato più volte dalle mani dei tuoi persecutori. Ora devi tornare a Roma per continuare la predicazione del Vangelo che lì hai appena iniziato. Roma sarà la ‘tua’ città. Da essa la tua testimonianza su Gesù e la fermezza della tua fede si irradieranno nel mondo intero”.

Poi, guardando Marco che era lì vicino, continuò: “Prendi con te quel ragazzo; è diventato ormai uomo forte e robusto. Ti sarà di molto aiuto e lo terrai come un figlio. E tu, Marco, figliolo caro, mettiti a disposizione di Pietro; avrà bisogno di te. Da oggi lo considererai e lo tratterai come padre tuo”.

Dopo questo, Maria volle salire al piano superiore e visitare il Cenacolo. Si capiva che quella era per lei l’ultima visita al luogo che era rimasto tra i più cari alla sua memoria. Stette in silenzio qualche istante, poi si recò alla finestra, guardò la città e su in alto il Tempio inondato di sole. Emise un lungo sospiro accompagnato da un sorriso che era un misto di gioia e di tristezza. Si ricompose prontamente e scese con noi al piano inferiore. Fu allora che mi accorsi che le sue forze stavano diminuendo rapidamente.


 

127 - La “dormizione” di Maria      Le donne intanto avevano preparato per lei una stanza nell’altra parte della casa. Maria, accompagnata da Myriam, attraversò il cortile e prese alloggio nella stanza. Non manifestava alcun segno di malattia, nessun sintomo di particolare affezione. Accusava soltanto un’indefinibile astenia come se in lei andasse spegnendosi l’energia vitale. Sorseggiò un po’ di latte e miele che le aveva preparato la mamma di Marco. Ne trasse un momentaneo beneficio che le permise di occuparsi di vari argomenti che riguardavano le necessità degli Apostoli e della loro imminente dispersione.

Verso sera la sue condizioni accusarono un ulteriore cedimento al punto che non riusciva più a reggersi in piedi. Avrebbe voluto coricarsi sul pavimento usando soltanto una piccola stuoia. Giovanni e le donne non glielo permisero; le prepararono invece un divano fornito di un drappo morbido e prezioso. Maria non volle opporsi e si sottomise umilmente alla loro decisione.

A sera gli Apostoli si riunirono nella sala grande a celebrare la Cena del Signore. Maria chiese a Giovanni di celebrare la Frazione del Pane nella sua stanza insieme a tutti noi. Furono momenti di indescrivibile commozione. Eravamo distribuiti intorno al divano sul quale giaceva Maria appoggiata ad un grosso cuscino ricamato. Da una parte stavamo io, la Maddalena, Susanna e Salome; dall’altra stavano Myriam e Lazzaro con le sorelle Marta e Maria. Ai piedi del divano Giovanni, con un piccolo tavolo sul quale erano posti la coppa del vino e il pane azzimo.

Si cominciò con i Salmi di lode e di adorazione al Signore. Seguì la lettura. Lazzaro lesse il brano dell’Esodo dove si narra il miracolo della manna che ha alimentato il popolo durante il viaggio nel deserto. Giovanni a commento del brano ricordò le parole del Signore nella Sinagoga di Cafarnao: “Io sono il Pane della vita. I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti. Questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia. Io sono il Pane vivo disceso dal Cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo”.

Giovanni parlava lentamente, con gli occhi chiusi come se quelle parole fossero gioielli preziosi che egli estraeva dall’archivio della sua memoria con lo sguardo contemplativo dell'anima. Fece seguire una pausa di silenzio e di riflessione, poi stese le mani sul pane e sul vino invocando la benedizione divina. Quindi, ripetendo i gesti e le parole di Gesù, prese il pane, lo mostrò a noi e disse: “Prendete e mangiate: questo è il mio Corpo sacrificato per voi”. Dopo un profondo inchino, prese la coppa del vino e continuò: “Questo è il mio sangue, il sangue della nuova Alleanza, sparso per molti in remissione dei peccati”. Rinnovò il profondo inchino di adorazione, imitato da tutti noi. Lasciò un tempo al silenzio e alla preghiera, poi alzò le mani e gli occhi al cielo dicendo: “Salga a te, o Padre, questa offerta del tuo Figlio diletto e Signore nostro, Gesù Cristo. Discenda su di noi, sulla tua Chiesa e su quanti invocano il tuo nome la tua benedizione, la salvezza e la pace”. Poi, rivolto a noi, ci invitò a pregare il “Padre nostro”, la preghiera che Gesù stesso aveva consegnato agli Apostoli ed era diventata riferimento per ogni preghiera della Chiesa.

Congiunse le mani e, guardando il pane e il calice, riprese: “L’Agnello che fu immolato è degno di ricevere potenza e ricchezza, sapienza e forza, onore, gloria e benedizione”. Quindi prese il piatto con il pane e il calice ed elevandoli al cielo, concluse: “A Colui che siede sul trono e all’Agnello lode, onore, gloria e potenza nei secoli dei secoli”. “Amen!”, fu la nostra risposta. Poi rivolto a tutti continuò: “Beati gli invitati alla Cena dell’Agnello”. A questo punto Giovanni staccò un boccone di Pane, lo intinse nel vino per ammorbidirlo e si recò al capezzale di Maria, le mostrò la coppa e il pane dicendo: “Ecco il Corpo e il Sangue del tuo Figlio diletto”.

Maria fissò quel Pane intensamente, in silenzio; poi alzò lo sguardo verso Giovanni e lo fissò intensamente, in silenzio. Poi, con un filo di voce sussurrò: “Sono la serva del Signore. Amen!”. Prese il Pane e si immerse in un profondo raccoglimento. Io ebbi l’impressione che agli occhi di Maria il Pane eucaristico e il volto dell’Apostolo si fondessero, quasi fossero un'unica cosa. Come dire che il suo Figlio unigenito e il suo figlio di adozione erano un tutt’uno nel suo cuore di Madre.

Noi che eravamo intorno a quel letto ci sentivamo invasi dalla commozione che a fatica riuscivamo a trattenere. Ci venne in aiuto la comunione eucaristica che attirò il nostro pensiero e il nostro cuore sul grande mistero dell’amore di Cristo. Giovanni lasciò passare minuti di silenzio per rispettare il raccoglimento di Maria. Poi intonò i Salmi e le preghiere di ringraziamento e di benedizione. Maria aprì gli occhi e ci sorrise. Era raggiante.

Intanto gli Apostoli avevano concluso la liturgia della Cena e avevano congedato gli Anziani e gli altri discepoli. Accompagnati dalla madre di Marco vennero da noi per far visita alla Mamma del Signore. La stanza si riempì completamente; Maria salutò tutti con un fil di voce senza riuscire a sollevarsi. Pur restando assolutamente presente e conservando una perfetta lucidità di pensiero, Ella andava perdendo le forze sempre più vistosamente.

Tuttavia, come se avesse una sua recondita riserva di energie, chiamò Pietro vicino a sé. Pietro si pose in ginocchio accanto al letto, vi appoggiò il suo testone gonfio di capelli ispidi e con la voce soffocata dai singulti: “Grazie, Madre! Grazie di tutto!”. E non aggiunse altro. Maria sorrise, poi affondò la sua mano nella testa dell’Apostolo in segno di benedizione e sussurrò: “Il Signore sia sulle tue vie; il tuo Angelo ti accompagni lungo il tuo cammino; la grazia e la consolazione dello Spirito Santo ti renda Maestro e Pastore del gregge di Cristo, ora e nei secoli”. Questa benedizione materna ci lasciò un po’ perplessi, ma poi ci rendemmo conto che non era solo per Pietro, ma per quanti avrebbero occupato il suo posto.

Fece poi capire che voleva Giovanni accanto a sé. Quando gli fu vicino, gli passò una carezza sulle mani e mormorò: “Figliolo mio, conserva nel tuo cuore quello che hai visto e ascoltato da Gesù e non dimenticare il testamento che egli ti ha affidato. Un giorno, in una città che mi resterà cara, verrò a trovarti. Frattanto, non se ne andrà dal tuo cuore Colei che dal giorno della Croce ti fu madre”. Giovanni prese la mano di Maria, se l’appoggiò alla guancia e la baciò.

Le donne intanto, vedendo che la situazione stava precipitando, le si avvicinarono con l’intenzione di aiutarla o di proporle un qualche rimedio. Maria aprì gli occhi - fu l’ultima volta - e guardando Myriam e Maddalena che le stavano a lato: “Dite a tutte le donne che la Chiesa è ‘Vergine’ ed è ‘Madre’. Pregate Dio e fate in modo che non vengano mai meno nella Chiesa questi due tesori. Ogni donna che ami il mio Figlio Gesù, saprà essere vergine nel pensiero e nei desideri, e madre nel suo cuore. E voi non dimenticate quello che Gesù vi ha raccomandato. Sempre, in ogni cosa, la vostra forza sarà la preghiera e il sacrificio per amore”.

La notte era già largamente inoltrata; Pietro e Giovanni recitarono alcuni salmi delle “Ascensioni” e alcune invocazioni di intercessione. Poi si fece silenzio in tutta la stanza. Fino a quel momento io m’ero tenuto in disparte, ma non mi rassegnavo all’idea che Maria mi lasciasse senza dirmi una parola. Alla fine mi sentii come spinto da una voce interiore; filtrai attraverso gli Apostoli e senza dir nulla mi trovai in ginocchio accanto al letto di Maria. Le presi la mano in silenzio, ma improvvisamente prese lei la mia mano stringendola forte come se mi avesse riconosciuto e volesse dirmi qualcosa. Mi alzai e mi avvicinai al suo volto: “E tu?”, mi sussurrò con un fil di voce e senza aprire gli occhi, “Figlio mio, tu starai vicino a Giovanni e lo seguirai; lo aiuterai in tutto come hai fatto con Gesù. E poi... chiamami! Quando vuoi e in qualunque momento! Chiamami, e io sarò lì, vicino a te”.

Un nodo alla gola mi impedì di formulare una sola parola. Avrei voluto baciare quel grembo verginale che mi aveva dato Gesù, e che in certo qual modo aveva partorito anche me, ma riuscii a trattenermi, baciai invece quelle mani materne che mi avevano lungamente accudito. Poi appoggiai la testa sul letto per frenare il mio pianto. In quel momento sentii la sua mano leggera passare lentamente sulla mia testa, spettinandomi come tante volte avevano fatto Giuseppe e Gesù. Fu il suo ultimo gesto verso di me, e coronava così la lunga storia d’amore incominciata con il tenerissimo abbraccio sulla soglia della sua casa di Nazareth in quel lontano mattino di primavera.

Da quel momento il suo respiro si fece lento e impercettibile; un profondo e progressivo assopimento s’impossessò del suo corpo. Non della sua anima, che rimase sempre presente e lucida. Ce ne rendemmo conto quando, improvvisamente, la udimmo esclamare lentamente e con chiarezza: “Signore, nelle tue mani affido il mio spirito!”. Furono le sue ultime parole; il respiro si spense e il suo cuore si fermò. Era l’alba della prima domenica del mese di Elul.

Gli Apostoli caddero in ginocchio attorno al suo letto e tutti noi li imitammo. Si fece un lungo silenzio che non era fatto né di lacrime né di preghiera; era contemplazione. Quella morte infatti non era la morte, ma un sonno; la morte non aveva vinto su di lei: Maria s’era “addormentata” nelle braccia di Dio. La sua morte vera, l’aveva già assaporata sul Calvario: una morte di dolore e di lacrime, una morte nella quale aveva versato il suo sangue, il sangue divino del Figlio, una morte che l’ha resa per sempre Madre di redenzione per tutta l’umanità.


128 - La sepoltura di Maria      Può sembrare strano, ma davanti a quel letto ricamato sul quale la Vergine Madre giaceva “dormiente” nessuno di noi si sentì mosso al pianto. Il volto di Maria, la sua compostezza, erano di tale serenità che infondevano in tutti noi pace e una particolare gioia interiore. Un pallore delicatamente rosato irradiava su quel volto la freschezza di una fanciulla; non una ruga sulla sua pelle, non una piega che indicasse sofferenza e dolore. Le labbra, chiuse ma non tese, conservavano un colorito vivo, ancora fresco, e accennavano a un tenue, dolcissimo sorriso. Quella figura ci appariva in tutta la sua dignità di donna con una bellezza senza tempo: era l’immagine di una fanciulla, ma con il fascino di una regina.

Nessuno di noi osava parlare di sepolcro; avremmo voluto conservarla con noi e non interrompere il suo “sonno”. Fu la madre di Marco a prendere l’iniziativa e nessuno volle contraddire la sua decisione: “Maria si è addormentata in questa casa, riposerà perciò nel nostro giardino del Getsemani”. Chiamò i servi e li mise a disposizione di Lazzaro con l’incarico di recarsi all’orto degli Olivi a preparare la tomba. Dovevano allestire una delle grotte dandole l’aspetto di una stanza per il “riposo” di una signora. Gli Apostoli si erano già recati al Tempio per l’ora terza; il popolo, come sempre, li attendeva ed essi non vollero mancare. Rimanemmo a vegliare la Madre del Signore, Giovanni, la Maddalena e io, mentre Maria di Marco sovrintendeva alla casa.

Le sorelle di Lazzaro Marta e Maria, da parte loro, vollero occuparsi della salma immacolata della Vergine Madre. Il suo corpo non aveva minimamente l’aspetto di un cadavere, perciò non doveva essere avvolto in un lenzuolo funebre ma rivestito di una veste regale. Giovanna di Cusa e le altre donne si recarono nella casa di Betania. Lì erano conservati i tessuti preziosi con cui dovevano confezionare un abito di gala per Berenice, moglie di Erode II, che aveva commissionato a Lazzaro la fornitura dei tessuti e la loro confezione. Invece la morte aveva colto Erode l’anno precedente e i tessuti erano rimasti inutilizzati. Erano tessuti orientali, finemente ricamati, trattati con porpora e blu di topazio. L’équipe femminile si mise al lavoro sotto l’abile guida di Marta e la consulenza di Giovanna, così prima di sera l’abito era già pronto. Arrivarono a Gerusalemme in tempo per rivestire la Madre del Signore prima del crepuscolo.

L’operazione non fu difficile perché il corpo di Maria era rimasto morbido e flessibile. Il vestito la ricopriva totalmente; le maniche, gonfie alle spalle, andavano restringendosi ai polsi con bordi dorati. Un girocollo di lino bianco, finissimo, chiudeva in alto il vestito che poi si accompagnava con la figura di Maria adattandosi ai suoi lineamenti esili, ancora perfetti e armoniosi. Attorno ai fianchi la fascia azzurra spiccava sulla porpora della gonna che scendeva fino alle caviglie lasciando scoperti i piedi che apparivano ancora integri e morbidi come i piedi di una fanciulla. Per calzarli, Giovanna portò, a sera, due scarpette di lana ricamate. La Maddalena, da parte sua, s’era occupata dell’acconciatura dei capelli; li aveva divisi con una discriminatura nel mezzo e lasciati cadere morbidamente sulle spalle; vi infilò sulla destra due boccioli di rosa mentre fra le dita delle mani, che posavano incrociate sul petto, depose una splendida rosa di Gerico colta di fresco dal giardino.

Vista così, Maria appariva come una creatura non di questo mondo; possedeva l’affascinante bellezza di una innocenza senza età e insieme il fascino di una regina. Le donne avrebbero voluto ornarla con monili preziosi, ma Giovanni non lo permise. I gioielli che avevano ornato Maria erano stati ben altri, erano stati i doni preziosi che Dio aveva messo nella sua anima, e che sarebbero rimasti una ricchezza per tutti gli uomini.

Vegliammo così per tutta la notte. A turno, Pietro e gli Apostoli, pregarono in silenzio accanto a Maria “dormiente”. Verso l’alba si ultimarono i preparativi per il trasporto della salma nella grotta del Getsemani. Lazzaro e gli inservienti l’avevano preparata e ornata; avevano chiuso l’ingresso della grotta con un muricciolo lasciando un’imboccatura di passaggio e la pietra per la chiusura.

Alle prime luci del giorno il nostro corteo si mosse verso la valle del Cedron. Maria, coperta da un lino, giaceva su una lettiga recata a spalle dagli Apostoli. Noi seguivamo in silenzio ma con l’animo pieno di pensieri dove i ricordi, gli interrogativi e le attese si mescolavano disordinatamente. Io avevo il cuore gonfio e non sapevo con chi parlare: Giovanni era troppo immerso nei suoi pensieri, le donne e gli altri li sentivo lontani. Mi trovai accanto a Maddalena che sorprendentemente non piangeva; mi guardò e mi prese per mano. Dopo un tratto di cammino, avvicinandosi, mi sussurrò all’orecchio: “So che cosa provi. Ma non sentirti orfano. Ricordi? ‘In qualsiasi momento, chiamami e io sarò lì, vicino a te’. Ora ci attendono i cammini della terra; dobbiamo seminare dappertutto il Vangelo e l’amore di Gesù. E lei camminerà vicino a noi”.

Arrivammo al sepolcro che era di poco dentro l’orto del Getsemani. Gli Apostoli sfilarono i paletti dalla stuoia della lettiga e la passarono a Lazzaro e Filippo che erano entrati nella grotta. Non accusarono nessuna fatica; il corpo di Maria sembrava leggero come un velo. Lo adagiarono sulla pietra che poggiava su alcuni sostegni a poche dita dal pavimento della grotta. Poi tolsero il lino che lo copriva per ammirare un’ultima volta quel volto tanto amato. La Vergine appariva ancora perfettamente composta nonostante il trasporto per una strada non agevole

Restammo tutti in silenzio attorno all’entrata della grotta. Nessuno piangeva. Solo alla fine, la voce commossa di Pietro ruppe il silenzio: “Sii benedetto, o Dio, Signore nostro, per averci dato il tuo Figlio diletto da una Madre così santa, e ti rendiamo grazie per averla colmata dei tuoi doni e della tua grazia. Ti chiediamo che Ella continui per opera dello Spirito Santo la sua maternità su di noi e sulla Chiesa. Nel nome del Figlio tuo che siede alla tua destra nei cieli per i secoli eterni”. Giovanni entrò allora nella grotta, baciò per l’ultima volta le mani di Maria e la ricoprì con il lino. Uscito con Lazzaro e Filippo fece cenno di chiudere l’entrata del sepolcro, poi tutti se ne andarono.

Io, senza rendermene conto, rimasi vicino alla grotta. Dentro quella grotta era racchiusa tutta la vicenda della mia vita, e tuttavia sentivo che non potevo dare spazio al rimpianto, perché quella vicenda in me non era ancora finita. In verità, quella vicenda è una storia che trascende spazio e tempo. Il tempo e lo spazio sono soltanto un luogo, una cornice; quella vicenda può essere inscritta nell’esperienza personale di ogni anima, di ogni luogo e di ogni tempo. Questi pensieri sciolsero improvvisamente il nodo che mi teneva prigioniero e dilatarono immensamente il mio cuore; mi riempirono di una pace nuova e di una luce appagante come la felicità.

In quel momento mi sentii chiamare per nome: Giovanni e Maddalena mi aspettavano per chiudere il giardino. Fu un attimo e tornai alla realtà del presente. Tuttavia non potei fare a meno di appoggiare la fronte sulla pietra che chiudeva il “sepolcro” e mormorare lentamente, assaporandole - le sentivo risuonare dentro la mia anima –, le parole dell’Angelo e di Elisabetta: “Ave, o Maria, piena di grazia, il Signore è con te. Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo, Gesù!”.


129 - Il risveglio nella gloria      A sera noi della casa di Giovanni ci unimmo con quelli della casa di Marco per celebrare con gli altri Apostoli la Cena del Signore. Nel pomeriggio era tornato Tommaso col diacono Nicanore; si preparavano alla partenza per la Mesopotamia. Non è facile descrivere il disappunto e il vivo dolore di Tommaso per non essere stato presente al trapasso di Maria, e nemmeno alla sua sepoltura.

Tommaso, per il suo carattere un po’ cocciuto e incline al sospetto, non aveva goduto troppa simpatia da parte degli altri Apostoli, mentre Maria, nella sua inesauribile disponibilità materna, lo aveva sempre incoraggiato e trattato con affettuosa comprensione. Vedendosi capito e trattato con tanta paziente amorevolezza, Tommaso si era intensamente affezionato alla Mamma di Gesù tanto da lasciarsi dire da lei qualsiasi cosa, così da ascoltarla e obbedirla docilmente come un bambino.

Perciò il fatto di non essere stato presente agli ultimi momenti della vita terrena di Maria, di non averla potuto salutare e, per giunta, di non poterla vedere più, gli restava un peso troppo grande, un fatto inaccettabile. Per questo, il giorno seguente, volle recarsi al “sepolcro” per vedere per l’ultima volta Colei che lo aveva sempre amato, capito e difeso, e offrirle un ultimo segno del suo affetto.

Il desiderio di rivedere ancora una volta la Madre di Gesù accomunò tutti noi alla decisione di Tommaso e scendemmo con lui al Getsemani. Eravamo al completo: Pietro, Giovanni, Andrea, Matteo, i cugini di Gesù, Filippo, Mattia, Bartolomeo, Marco, Maddalena, io e tutto il gruppo delle donne. Sembrava che una voce interiore fosse risuonata nel cuore di tutti e ci avesse chiamati al Giardino degli Olivi come ad un appuntamento. Il sole stava affacciandosi dietro al deserto e l’aria fresca del mattino aveva ridestato in noi un senso di serenità e di gioiosa attesa che a noi stessi suonava strano dal momento che stavamo andando a visitare un sepolcro. Lazzaro aveva fatto portare dagli inservienti l’occorrente per rimuovere la pietra.

Varcato l’ingresso del giardino, Giovanni, che ci precedeva, si fermò improvvisamente, colto da sorpresa e stupore; guardando verso la grotta gli parve di vederla spalancata senza la pietra che la sigillava. Spinto dal desiderio di verificare l’accaduto, si mosse correndo verso la grotta. Effettivamente era vero: il sepolcro si presentava aperto e la pietra rovesciata. Istintivamente si guardò intorno come per cercare una risposta, aspettando il nostro arrivo. Solo allora entrò con Pietro nella grotta. Sulla tavola di pietra giaceva completamente afflosciato l’abito di Santa Maria, ancora in perfetto ordine, così come aveva rivestito il corpo della Vergine, con sul petto la rosa di Gerico ancora fresca dalla quale emanava un profumo celestiale, sconosciuto. Il lino che la ricopriva giaceva ripiegato a parte sul pavimento. Della salma di Maria, nessuna traccia.

Poco dopo, Giovanni uscì dal sepolcro, allargò le braccia verso di noi e scosse la testa con l’aria di chi non sapeva cosa dire o cosa pensare. In realtà un pensiero lo aveva e lo si vedeva trasparire dagli occhi che gli brillavano di interiore presentimento. Le analogie col mattino di Pasqua di vent’anni prima erano troppo evidenti. Del resto, quale poteva essere il destino di colei che aveva generato il vincitore della morte ed era vissuta in continua comunione col Risorto? Per tutti noi seguirono momenti di apprensione e di incertezza nei quali le supposizioni, le domande e i tentativi di risposta si intrecciavano con gli stati d’animo più diversi.

Alla fine venne la risposta, quella che segretamente tutti noi ci aspettavamo e che mise fine a ogni nostro timore e inquietudine. Improvvisamente uscirono dal sepolcro due personaggi celesti, dalle vesti luminose e splendenti, che imposero il silenzio a tutti. Del resto la loro apparizione ci aveva colti di sorpresa: “Uomini e donne di Galilea, - disse uno di loro - perché cercate tra i morti la Madre del Vivente? Non dimora nel sepolcro colei che fu dimora dello Spirito Santo, e dalla quale zampillò la sorgente della vita. Andate in tutto il mondo; ella brillerà sulla vostra strada come Stella del mattino”. Così dicendo disparvero, lasciando in noi un sentimento di gioia indicibile e d’immensa felicità.

Ci abbracciammo commossi. Gli Apostoli si recarono subito al Tempio per lodare Dio e rendergli grazie per le sue meraviglie. Restammo invece nel Getsemani Giovanni, io, la Maddalena e il gruppo delle donne. Volevamo ricuperare l’abito di Maria, e adattare la grotta per farne luogo di preghiera. Si trattenne con noi anche l’apostolo Tommaso che volle per sé la fascia azzurra che cinse il corpo verginale della Madre del Signore.

Si giunse così all’ora sesta, in pieno mezzogiorno. Il sole splendeva alto nel cielo con tutto il suo fulgore. Ci accingevamo a lasciare il giardino del Getsemani quando un lampo abbagliante lacerò la luce del giorno, come se l’aria prendesse fuoco. Sorpresi e anche impauriti, ci guardammo intorno: nulla, nessun segno di qualche fenomeno strano. Fu Maddalena che, dopo qualche istante, guardando in alto, puntò il dito verso il sole, con grida di stupore e di meraviglia. Si presentò al nostro sguardo uno spettacolo impressionante: nel cielo completamente azzurro apparve un segno grandioso: una donna vestita di sole, con la luna sotto i piedi e sul capo una corona di dodici stelle. Tutt’intorno una miriade di luci la circondava come in un vortice di scintille, ora dorate, ora iridescenti, simili a gemme preziose che riflettevano bagliori di luce in ogni direzione.

Restammo immobili per lo stupore, quasi rapiti in un’estasi inebriante, e tuttavia lucidi e consapevoli. Guardavamo tutto quello splendore senza restarne abbagliati; una gioia straripante inondava il nostro animo. Poi, con un moto improvviso, quella figura si staccò dal sole e si avvicinò a noi rivelando tutta la sua bellezza, mentre il canto di un coro immenso, simile al suono di grandi acque, attraversò il cielo. Istintivamente, ci stringemmo gli uni agli altri: Giovanni nel mezzo, io da una parte e la Maddalena dall’altra, quasi a cercare sostegno per reggere l’onda incontenibile delle nostre emozioni.

Man mano che si avvicinava a noi, quella figura prendeva l’aspetto della realtà, come se uscisse da una visione o dall’incanto di una fiaba. Si fermò sospesa nell’aria e la potemmo vedere con chiarezza: era proprio lei, la Vergine Santa. La sua bellezza era insieme reale e irreale; una bellezza senza orpelli, pura e pulita come il cielo, come la luce, come gli occhi di un bambino. Ma anche una bellezza che non ha riscontro con nessun’altra bellezza creata; indescrivibile nella sua appariscenza esteriore, affascinante come il mare la sua profondità interiore. Ci guardava sorridendo. Il suo sorriso penetrava in noi e raggiungeva il nostro cuore trasformandosi in un’onda travolgente di felicità. Eravamo incapaci di una parola, di un gesto, di una esclamazione. Come se volesse liberarci da ogni dubbio o esitazione, Maria si avvicinò a noi dirigendosi verso la grotta-sepolcro e si posò sul giovane sicomoro che stava di lato, tutto adorno di fiori vermigli. I suoi rami si incurvarono leggermente e le foglie oscillarono. “Sono io, - pareva volesse dirci - sono proprio io, in carne ed ossa. Non un fantasma o una immagine irreale! Io, la Madre di Gesù e Madre vostra!”.

Un moto istintivo ci spinse ad avvicinarci a lei per baciarle i piedi, ma ella si alzò nell’aria, ci sorrise di nuovo, ci benedisse e prese la via del cielo. Le luci che l’avevano avvolta l’accolsero nuovamente trasformandosi in un nimbo di piccole nubi luminose, mentre il coro riprese una melodia dolcissima: “Tota pulchra es Maria! Tota pulchra! Vieni, mia sposa, vieni! Il re si è invaghito della tua bellezza, e ti ha prescelta per farti abitare nella sua dimora. Vieni, o regina! Il re ti ha rivestita di giustizia, con abiti di santità, e ti ha ornata come sposa con i suoi gioielli. Vieni, mia sposa, vieni!”.

Il canto si spandeva nell’aria e si perdeva nel cielo, finché tutto, lentamente, si dileguò nel sole e svanì ai nostri occhi. Restammo a lungo immobili a guardare; non volevamo staccarci da quell’incanto. Temevamo che finisse. Ed era proprio così, era tutto finito.

Tornammo a casa, e Giovanni mi chiamò per raccogliere insieme i ricordi di Maria e unirli a quelli di Gesù nella casa che Nicodemo aveva allestito nel giardino che fu di Giuseppe di Arimatea. Dopo pochi giorni lasciammo Gerusalemme, e tutti, Apostoli e discepoli, ci mettemmo sulle strade degli uomini, in tutte le direzioni, verso tutti i continenti.

Ormai si erano aperti davanti a noi “i cammini divini della terra”.


130 - Saluto a Maria      E così, Madre mia, ti ho visto salire al cielo. Così hanno avuto compimento i giorni della tua vita terrena. E ora, io mi trovo qui a condividere l’avventura umano-divina dei figli di Dio nella Chiesa, la Chiesa sgorgata come famiglia dal cuore aperto del tuo figlio Gesù, forgiata e animata dalla potenza del tuo Sposo, lo Spirito Santo, e partorita dal grembo dolcissimo della tua maternità verginale. Ora la nostra famiglia ha varcato non solo la soglia di Nazareth, ma anche i confini della Giudea, della Samaria, della Galilea e si è incamminata su tutte le strade del mondo.

Madre mia, nella nostra prima casa, l’umile abitazione di Nazareth, ho vissuto la dimensione domestica dell'amore di Dio; lì accanto a te, a Gesù e a Giuseppe, ho vissuto giornate indimenticabili con la Trinità della terra. L’umanità di Gesù non era soltanto il luogo dell’Incarnazione del Figlio di Dio, ma anche l’espressione umana della sua infinita trascendenza. Dio ha voluto adombrare la sua vita trinitaria che abita i cieli nella vita domestica che tu hai vissuto con Gesù e con Giuseppe nella casetta di Nazareth. Attraverso l’umanità di Gesù, i cieli e la terra coabitavano in mezzo a noi. E io ero lì, povera creatura, inconsapevole e smarrita, minuscolo granello di eternità, ero lì accanto a tanto mistero, a così grande miracolo.

Madre mia, come potevo io sapere che entrando nella tua casa, entravo ad abitare in comunione con la “Trinità della terra”? Che, abbracciandoti, io abbracciavo l’Architriclinium totius Trinitatis: la “stanza nuziale” della Trinità santissima? Che in quell’angolo sconosciuto della Galilea, si nascondeva la più grande meraviglia dell’universo?

 

Madre mia, ti chiedo ora che questa vita “nascosta” nel silenzio di Nazareth non rimanga “sconosciuta”. Gli uomini devono scoprire che quel nascondimento non è un “occultamento” di Dio, ma la rivelazione che la nostra vita umana può avere una dimensione divina. Non è proprio di Dio l’occultarsi, è invece proprio di Dio il rivelarsi. Dio non è inconoscibile, non è irraggiungibile all’esperienza umana. Dio è infinitamente trascendente, ma non è impartecipabile; è mistero abissale, ma non è il buio del nulla. Dio è Amore, e l’amore è effusivo, è partecipativo di sé. È nella natura stessa dell’amore il rivelarsi, il farsi dono.

Il “silenzio” di Nazareth è l’eloquente e commovente rivelazione del Dio “domestico”, di un Dio che non ci vuole né estranei, né ospiti, ma familiari, di un Dio che trova la sua delizia nell’abitare con i figli dell’uomo. Il nascondimento di Nazareth non è silenzio da parte di Dio, esso ricorda la cecità da parte dell’uomo. Gli uomini non hanno occhi per vedere il Dio “nascosto” nella dimensione domestica della vita umana. La casa di Nazareth è stata il luogo dove Dio ha rivelato la dimensione familiare della sua vita trinitaria. Senza la “Trinità della terra” difficilmente avremmo potuto conoscere la “Trinità del cielo”.

Ma un giorno, la nostra dimora di Nazareth si è aperta, e la Trinità della terra si è allargata accogliendo coloro che Gesù volle chiamare a sé per costituirli Apostoli della salvezza e della pace. Le strade della Galilea e della Giudea divennero la nostra casa, e la comunità Apostolica la nostra famiglia. L’umanità santissima di Gesù si è così rivelata come luogo della misericordia del Padre verso gli uomini. La Trinità del cielo prendeva le dimensioni di una “comunità di redenzione” depositaria di una salvezza che il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo hanno realizzato sul Calvario nel sacrificio del Corpo e del Sangue di Gesù.

Madre mia, con te ho lasciato la casa di Nazareth, con te sono arrivato fino al Calvario dopo essere stato spettatore e partecipe di infinite meraviglie operate da Dio in Gesù, con te ho atteso nel Cenacolo il giorno della Chiesa. Nella Pentecoste la Trinità della terra è diventata un popolo, un popolo senza confini di spazio e senza limiti di tempo. Nella Chiesa, la Trinità della terra, la comunità degli Apostoli e il popolo di Dio coabitano in un’unica realtà sulla quale la Trinità del Cielo ha posto il suo sigillo. Da quel giorno ogni uomo sarà battezzato “nel nome del Padre, e del Figlio e dello Spirito Santo”; riceverà il segno dello Spirito “nel nome del Padre, e del Figlio e dello Spirito Santo”; gli saranno perdonati i peccati “nel nome del Padre, e del Figlio e dello Spirito Santo”; sarà consacrato a servire la vita nel matrimonio e nel sacerdozio “nel nome del Padre, e del Figlio e dello Spirito Santo”; e soprattutto attraverso il mistero eucaristico di Cristo morto e risorto, potrà entrare in comunione di vita con il Padre, con il Figlio e con lo Spirito Santo.

Madre mia, dalle strade della terra che la Chiesa sta percorrendo per portare agli uomini la salvezza e la pace, noi ti contempliamo nella gloria del cielo. Ti contempliamo glorificata in corpo e anima, accanto a Gesù nella sua umanità glorificata, e vicina a Giuseppe, anche lui trasfigurato in corpo e anima nella gloria. Gesù-Giuseppe-Maria: la Trinità della terra si è ricomposta nella gloria del cielo, davanti al Padre, al Figlio e allo Spirito Santo.

Madre cara, è questo l’epilogo di tutta la nostra vicenda umano-divina che abbiamo vissuto insieme sulla terra. Questo sarà anche l’epilogo che concluderà la lunga vicenda della Chiesa attraverso i secoli. Ora nella gloria del Cielo la Trinità della terra non è più il luogo del Dio “nascosto”, dove la Trinità del Cielo si rivelava nella luce oscura della fede, ma il luogo dove il Padre, il Figlio, lo Spirito Santo dischiudono l’abisso della loro intimità e si comunicano ineffabilmente nella luce della Gloria.

Trinità del Cielo e Trinità della terra unite nella Gloria, in attesa di cieli nuovi e terra nuova, dove la Chiesa, concluso il suo cammino nel tempo, entrerà per sempre, ineffabilmente partecipe dell’intimità divina, nel Padre, nel Figlio e nello Spirito Santo.

L’assunzione di Maria al cielo

Brano dal libro “In quella casa c’ero anch’io”

Di Ferdinando Rancan

 

            Qualche lettore disse “Non poteva essere andata che così”.

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