Premessa: questa relazione fu scritta da don Ferdinando poco dopo la proclamazione della beatificazione di mons. Josemaria Escrivà. (17 maggio 1992)
I miei incontri con le persone dell’Opus Dei e soprattutto col Beato Josemarìa avvennero all’inizio del mio sacerdozio. Quegli incontri influirono radicalmente sulla mia formazione e diedero al mio sacerdozio un’apertura e prospettive inaspettate. La figura e la personalità del Beato mi fecero profonda impressione; sentivo ardere in lui un’anima sacerdotale con una mentalità completamente aperta al mondo, un sacerdote innamorato di Cristo e del suo sacerdozio e che insieme amava il mondo appassionatamente, con il desiderio di “innalzare Cristo alla sommità di tutte le attività umane”.
Accanto a lui e ai sacerdoti che egli aveva formato compresi la esaltante novità del suo messaggio: la “vocazione universale alla santità” attraverso la “santificazione del lavoro e della vita ordinaria. Quel messaggio, però, senza quella categoria fondamentale che caratterizza la vita del cristiano comune: la secolarità, restava incomprensibile. L’anima ardentemente sacerdotale del Beato, sempre consapevole della propria identità col sacerdozio di Cristo, aveva il suo habitat per così dire naturale in una lucida mentalità laicale che lo rendeva presente e partecipe delle situazioni di vita dei cristiani che vivono nel mondo. Accanto al Fondatore dell’Opera si percepiva che la secolarità non è soltanto una categoria che caratterizza la vita, essa deve diventare nel cristiano anche una categoria di pensiero, un abito mentale.
Così scoprii la dimensione teologica della secolarità, che si fonda sul Battesimo, e con essa la dimensione sacerdotale della filiazione divina, che il Beato Josemarìa pose, per ispirazione di Dio, come fondamento dello spirito dell’Opus Dei. Ora, il sacerdote condivide la stessa condizione secolare del fedele laico; l’Ordine Sacro che riceve non lo toglie da quella condizione, ma lo abilita al servizio ministeriale dei fedeli in persona Christi Capitis. Perciò il sacerdote secolare è chiamato a camminare fianco a fianco dei suoi fratelli laici che percorrono i “cammini divini della terra” e affrontano le vicende della vita e del mondo santificandosi in esse, ma restando, egli sacerdote, soltanto e sempre sacerdote, sacerdote al cento per cento, a tempo pieno, come “Cristo che passa” benefaciendo…omnes.
In secondo luogo, la secolarità battesimale mi portò a comprendere l’aspetto ascetico dello spirito dell’Opera. La dimensione ascetica della secolarità, insegnata e vissuta dal Beato Josemarìa, non necessariamente passava attraverso i voti religiosi, assumeva invece tre aspetti fondamentali, era:
1)- un’ascetica delle virtù umane. Il suo dobbiamo essere molto umani per essere molto soprannaturali ripetuto frequentemente, appariva realizzato in lui con tale normalità da sembrare quasi spontaneo; in realtà era frutto di un lungo e costante lavoro ascetico. Dal suo esempio mi resi conto che anche nella vita e nel comportamento del sacerdote secolare, proprio perché egli deve muoversi nel mondo in mezzo agli uomini, dovranno figurare, come corredo di una mentalità autenticamente laicale,. tutti i valori umani che hanno importanza per un onorato uomo di mondo.
2)- ascetica positiva. Il Beato spingeva, sì, a lottare per sradicare la zizzania dalla nostra anima con una lotta quotidiana, concreta, condotta sulle cose piccole, per togliere dal nostro cuore tutto ciò che impedisce l’amore di Dio, ma poi spingeva a lavorare senza sterili lamentele e senza prendersela con le persone, per affogare il male nell’abbondanza di bene. Era dunque un’ascetica fatta più di affermazioni che di negazioni. Per il cristiano, e per un sacerdote che vive nel mondo, egli voleva una lotta interiore esigente ma “sportiva”, con un ascetismo sorridente impregnato di gioia e di ottimismo.
3)- ascetica dell’unità di vita: è la chiave ermeneutica per capire l’ascetismo dell’Opus Dei. Il Beato passava con sorprendente naturalezza dalle cose più materiali della vita quotidiana alle cose di Dio; si capiva che in lui tutto passava attraverso il suo costante colloquio con Dio, per cui egli stava contemporaneamente e con gli uomini e con Dio. Era solito dire che egli aveva un solo cuore, e con quell’unico cuore di carne amava Dio e tutte le persone e le realtà della sua vita; come dire che l’unità di vita si realizza nel cuore del credente. Infatti, è lì nel cuore dove si svolge il nostro intimo colloquio con Dio e di lì dovrebbe passare tutta la nostra vita. Perciò, ci avvertiva, se noi sacerdoti che trattiamo cose sante e ci occupiamo della vita delle comunità cristiane non facciamo passare l’attività pastorale attraverso il nostro cuore perché diventi dialogo intimo con Dio - con la Trinità santissima, con Gesù e con la Vergine santa - impregnandolo di fede viva e di amore, rischiamo di fare del nostro ministero una vita parallela alla vita spirituale, col pericolo che diventi un lavoro di burocrati. In pratica, per il laico e il sacerdote dell’Opus Dei, la lotta ascetica personale deve tendere a fare di ciascuno un’anima contemplativa in mezzo al mondo.
In terzo luogo, la personalità del Beato Josemarìa mi illuminò sulla dimensione giuridica della secolarità. Il suo intelletto estremamente lucido e rigoroso nonché la sua formazione scientifica lo hanno portato a definire con chiarezza di dottrina e a tradurre poi nella vita vissuta la dimensione giuridica della condizione laicale e di quella del sacerdote secolare. Nella vita del Beato mi colpirono due aspetti della secolarità giuridica, che mi aiutarono a evitare ogni forma di clericalismo: un assoluto rispetto per ogni singola persona con i diritti propri alla sua condizione e un grande amore alla libertà.
Sono convinto che pochi uomini di Chiesa e anche di mondo hanno amato e difeso la libertà personale come il Beato Josemarìa. Egli rilevava nella vita personale del sacerdote un ampio spazio di libertà dove il sacerdote può gestire con maturità umana e con responsabilità i propri talenti e le proprie iniziative. Cercava che ogni figlio suo nell’Opera – laico o sacerdote – maturasse come persona nella consapevolezza dei propri diritti e dei propri doveri, mettendosi con responsabilità di fronte alle esigenze della propria vita e della propria condizione. Mai ho sentito dire che il Beato abbia imposto qualcosa a qualcuno; egli faceva leva sempre ed esclusivamente sulla responsabilità delle persone.
Nel Beato Josemaria la forte allergia a sentirsi modello per chicchessia e il rifiuto quasi istintivo di proporsi come esempio da imitare, avevano la loro motivazione nel rispetto che egli aveva per la libertà della persona e per la libertà di Dio. Libertà e grazia si coniugano nell’esperienza personale di ciascuno in maniera unica e inimitabile. E’ infatti nella libertà che la persona si realizza come qualcosa di unico e irrepetibile così da essere inalienabile, impartecipabile e insostituibile. Vivendo vicino al Beato Josemaria si respirava a pieni polmoni una grande libertà, una libertà che lo rendeva anima appassionata per tutto ciò che di nobile, grande, degno e bello si trova nell’uomo e nel mondo. Accanto a lui s’imparava che solo nella libertà è possibile l’amore. In lui l’amore superava, senza scavalcarle, sia la morale e, più ancora, ogni moralismo, sia qualunque forma particolare di spiritualità. L’Opus Dei, infatti, non ha una spiritualità propria come viene intesa negli Ordini e negli Istituti religiosi. Esiste invece uno “spirito” dell’Opus Dei: è questo il termine usato comunemente dal Beato per descrivere lo “stile” di vita cristiana praticata dai fedeli e dai sacerdoti della Prelatura
Infine, il senso vivo del diritto e l’amore grande per gli Ordinari delle diocesi e per la condizione del sacerdote diocesano portarono il Beato Escrivà a configurare in modo peculiare la secolarità del lavoro pastorale. La dimensione pastorale della secolarità si esprime e ha il suo fondamento nella Chiesa locale: l’incardinazione fa il sacerdote membro del Presbiterio diocesano mentre la missione canonica lo fa collaboratore del Vescovo per tirare il carro nella stessa direzione dell’Ordinario, come diceva il Beato e vivere con pienezza il nihil sine Episcopo. D’altra parte la secolarità conferisce al ministero del sacerdote la caratteristica della universalità e di una totale apertura, ne fa, cioè, una pastorale di base in comunione a quella della Chiesa universale, e una pastorale rivolta a tutti, nel rispetto e nella positiva convivenza con i carismi propri dei Religiosi e dei Movimenti, senza però identificarsi con nessuno di essi. Perciò il sacerdote nel suo ministero rispetterà la condizione laicale del cristiano, promuovendo non la sua clericalizzazione ma la sua vita battesimale, fino alla pienezza dell’età di Cristo. Questa secolarità viene tuttora, da qualche parte, contrapposta alla diocesanità. Il rapporto conflittuale e perciò la difficoltà di comprensione del binomio secolarità-diocesanità, viene alimentato dal fatto che alle volte si considera la diocesi alla stregua di un Ordine religioso e si usa l’espressione “spiritualità diocesana”. Il termine “spiritualità” si presta ad equivoci, per cui sarebbe più corretto parlare di “spiritualità sacerdotale” che è in rapporto di continuità con la spiritualità battesimale.
Per concludere, diciamo che la dimensione della secolarità conferisce al ministero pastorale del sacerdote una libertà e un’ampiezza senza limiti. Il mondo e l’intera umanità, nella varietà delle razze e delle cultura e nella diversità degli ambienti, sono il luogo naturale dove il sacerdote si trova a vivere e ad operare come sacerdote, sacerdote al cento per cento, che illumina, consola, guarisce, perdona in nome di Dio, come ipse Christus. Il sacerdote diventa così l’uomo di Dio, l’uomo del soprannaturale, l’uomo della Chiesa che tiene fra le sue mani le risorse infinite della misericordia divina.
Amare il mondo appassionatamente con cuore di sacerdote: così visse il Beato Josemarìa. Sul filo dei suoi insegnamenti, il sacerdote secolare è spinto a esercitare il suo ministero pastorale nel mondo come in un “mare senza sponde” che egli percorre instancabilmente in tutte le direzioni come pescatore di uomini, col desiderio di portarli, feriti di contrizione e di amore, ai piedi di Cristo.
Don Ferdinando Rancan
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