Ho aderito all’Opus Dei come sacerdote diocesano nel lontano 1954. Ho detto “sacerdote diocesano” perché ero, e sono tuttora, incardinato a tutti gli effetti nella diocesi di Verona e non nella Prelatura dell’Opus Dei. Aderii all’Opus Dei come Aggregato della Società Sacerdotale della Santa Croce, una Associazione intimamente collegata all’Opus Dei e della quale l’Opus Dei ha piena responsabilità.
Ero sacerdote da poco più di un anno e stavo frequentando il terzo anno nella facoltà di Scienze presso l’Università “La Sapienza” di Roma. Tuttavia, per la mia adesione all’Opera, fu determinante in quell’ottobre del 1954 l’intervento del mio direttore spirituale di allora, docente di teologia spirituale in una delle più importanti università Pontificie, il Rev. Mons. Mendizabal, Gesuita, il quale mi disse in modo perentorio e senza ombra di dubbio che aderire alla Società Sacerdotale della Santa Croce era per me una precisa volontà di Dio. Fu così che conoscendo l’Opera da vicino, al di là di tutti i pregiudizi, le riserve e le precomprensioni che circolavano anche in ambienti ecclesiastici, mi resi conto della ricchezza spirituale e umana dell’Opera che mi confermarono nella certezza della sua origine soprannaturale.
Già la lettura di “Cammino” di cui era apparsa in quegli anni la prima edizione italiana e di altri scritti di San Josemaria mi aveva profondamente colpito: “chi scrive queste cose, pensavo, non può essere che un uomo di Dio, di quelli che aprono strade nuove alla vita cristiana. L’Opus Dei mi si presentava così veramente come una impresa di Dio, cioè un intervento esplicito e diretto di Dio nella storia della Chiesa e della spiritualità cristiana. In altre parole, compresi che non si trattava di una iniziativa promossa dalla buona volontà di un uomo, animato da fervente zelo per il bene delle anime e che il Signore accompagnò poi con la sua benedizione; era una iniziativa di Dio per la quale Dio stesso scelse lo strumento e lo preparò per attuare il suo disegno.
Questa convinzione circa la natura e le origini soprannaturali dell’Opus Dei mi servì di garanzia anche per la mia vocazione sacerdotale. La certezza che quella strada era di Dio, anche se in quei momenti dell’Opera non vedevo quasi nulla, tranne quei pochi ragazzi dalla faccia pulita, sorridente, accattivante, che rivelava ordine e serenità interiore, e che su quella strada mi aveva voluto il Signore, fu per me lungo tutta la vita come un sigillo che diede sicurezza al mio sacerdozio. Mai un dubbio, un ripensamento, una semplice titubanza intorno alla mia vocazione sacerdotale, anzi sempre più felice di essa, e anche quando dovetti attraversare momenti difficili, oscuri o dolorosi, nessuna tentazione, anche minima, sul mio sacerdozio.
Uno degli aspetti che mi impressionò fortemente avvicinando l’Opus Dei fu l’impegno spirituale che viene praticato dai suoi membri. Oltre alla Messa e alla Comunione quotidiane, che costituiscono il centro e la radice di tutta la vita interiore, ogni membro si impegna a dedicare quotidianamente all’orazione almeno mezz’ora di tempo e alcuni un’ora tra il mattino e il pomeriggio, a queste nome si aggiungono la recita del Santo Rosario, la visita al Santissimo Sacramento, la lettura del Nuovo Testamento e di qualche libro di formazione spirituale, gli esami di coscienza, l’Angelus o Regina Coeli, e tutto questo accompagnato lungo la giornata da giaculatorie, comunioni spirituali, piccole mortificazioni, atti di riparazione, di ringraziamento e di continui atti di adesione alla volontà di Dio, considerando la proprio filiazione divina e la dolcissima paternità di Dio, così che tutta la giornata – la vita familiare, il lavoro, gli impegni professionali e sociali – tutto è vissuto in riferimento a Dio, con visione soprannaturale e col desiderio di servire gli altri avvicinandoli alla fede o ad una più intensa vita cristiana.
Riguardo all’orazione, ero stato educato ad una orazione soprattutto meditativa che forniva un solido alimento alla mia vita spirituale ma non appagava il mio desiderio di intimità col Signore. Le realtà soprannaturali infatti mi attraevano fortemente ma restavano come fuori di me. Nello stesso tempo anche le realtà create esercitavano in me un fascino intenso, ma in un certo senso io dovevo attraversarle per incontrare il Signore. Questo mi causava un conflitto interiore che toglieva spontaneità e serenità al mio rapporto col Signore e impediva in me quella gioia senza ombre che nasce dalla libertà dell’amore, ed è propria di chi cerca di stare nella volontà di Dio senza i più piccoli compromessi.
Lo spirito dell’Opus Dei fu determinante per il superamento di questa difficoltà. San Josemaria ci ricordava che il mondo e Dio non sono estranei tra loro. Il mondo come creatura di Dio è precisamente il luogo ordinario del mio incontro con Lui. In ogni circostanza, anche in quella più umile e più comune della vita ordinaria, posso e devo saper incontrare il Signore. Il cristiano, proprio in forza della sua fede deve “amare il mondo appassionatamente”.
L’insegnamento di San Josemaria mi aiutò efficacemente a passare dall’orazione meditativa all’orazione contemplativa. Punti chiave del suo insegnamento erano il senso vivo della nostra filiazione divina e la coscienza sempre più consapevole della presenza di Dio in noi e intorno a noi. In noi la presenza di Dio si identifica con l’inabitazione della Santissima Trinità nella nostra anima, e intorno a noi nelle circostanze della nostra vita dove si manifesta la volontà di Dio. Un punto dell’esame di coscienza che San Josemaria ci suggeriva continuamente era: “Mi sono esercitato nella presenza di Dio e ho considerato frequentemente ogni giorno la mia filiazione divina?”.
A questo proposito, il Signore fece capire a San Josemaria, attraverso un’esperienza mistica particolarmente forte nell’anno 1931, che il senso vivo della filiazione divina doveva essere il fondamento dello spirito dell’Opera. L’orazione contemplativa supportata da queste verità della nostra fede mi portò così a quella unità di vita che fu la risposta risolutiva al mio dilemma interiore: amore di Dio e amore al mondo.
Un secondo aspetto della mia vita sacerdotale sul quale lo spirito dell’Opera esercitò un influsso importante fu l’amore alla mia condizione di sacerdote diocesano. L’influsso si sviluppò particolarmente in due direzioni: innanzitutto sul mio rapporto col Vescovo. “Nihil sine Episcopo”che avrebbe dovuto orientare il mio ministero sacerdotale, motto che il Fondatore traduceva: “Devi tirare il carro nella stessa direzione del tuo Vescovo”. In uno dei miei primi incontri con San Josemaria gli manifestai il mio dispiacere per il fatto che il Vescovo non mi capiva nella mia vocazione all’Opera; egli troncò immediatamente il mio discorso: “Figlio mio, mi disse, sei tu che devi capire il tuo Vescovo, capire che non ti capisca”. “Che cosa posso fare, Padre?” “Volergli bene… e pregare per lui”.
Questo criterio mi servì non solo per la mia vita personale ma anche per il mio ministero. Quando entrai come parroco nella mia parrocchia mi fu detto che lì era ospite un sacerdote anziano dal carattere un po’ difficile. Dovevo decidere io se tenerlo o licenziarlo. Mi vennero subito alla mente le parole di San Josemaria “devi volergli bene”. E così mi sforzai di fare. Quel sacerdote di fronte alla mie espressioni di stima e di affetto cambiò profondamente, acquistò serenità e pace e divenne così disponibile verso di me che io potevo chiedergli qualunque cosa. Ugualmente trovai in parrocchia il vice parroco che per difficoltà di rapporti non risiedeva in canonica ma presso la casa del Clero, di fronte alle mie manifestazioni di stima e di affetto, non solo decise di abitare con noi in canonica, ma anche ora, ogni qualvolta ci incontriamo, mi saluta con entusiasmo, mi confida le sue difficoltà nel ministero e mi assicura di ricordare gli anni vissuti in parrocchia come gli anni, secondo lui, i più belli della sua vita di sacerdote. Anche il suo atteggiamento verso l’Opus Dei, che era stato di antipatia e di diffidenza, cambiò radicalmente. Anche nel ministero le parole di San Josemaria mi furono di grande aiuto. Quando in confessione, ad esempio, una donna – di solito sono le mogli che si lamentano dei mariti – mi chiedeva cosa doveva fare nei confronti del marito, la mia risposta era immediata: “devi volergli bene e pregare per lui” e normalmente questo metteva subito fine alle lamentele.
Potrei ricordare molti altri episodi nei quali lo spirito dell’Opus Dei e l’esempio di San Josemaria furono un sicuro riferimento per vivere e promuovere la fraternità sacerdotale e dare efficacia apostolica al mio ministero. Ma sono convinto che molte persone che hanno conosciuto San Josemaria e hanno avvicinato lo spirito dell’Opus Dei potrebbero dare testimonianza dei frutti che la grazia di Dio ha operato in loro per mezzo dell’Opera.
Don Ferdinando
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