giovedì 23 luglio 2026

Omelia di mons. Ezio Falavegna per il centenario della nascita di don Rancan


                    IN MEMORIA DEL SACERDOTE     DIOCESANO   DON FERDINANDO RANCAN
           NEL CENTENARIO DELLA SUA NASCITA 
                        

Trasmettiamo l'interessante omelia di MONS. EZIO FALAVEGNA, parroco della Cattedrale di Verona e docente presso la Facoltà Teologica del Triveneto.

        Un grazie sincero da parte di tutti noi per questo prezioso contributo scritto da un sacerdote diocesano veronese che ha conosciuto personalmente e stimato don Ferdinando Rancan, per il quale è stata inoltrata la domanda al Vescovo di Verona per  la causa di beatificazione


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Omelia per il Centenario della nascita di don Ferdinando Rancan

di mons. Ezio Falavegna

                               XI Domenica del Tempo Ordinario – Anno A
                                   Mt 9,36–10,8 / Es 19,2–6a / Rm 5,6–11


Due immagini: le viscere e la mietitura

Vorrei fermarmi su due parole del Vangelo. Due immagini che non si capiscono finché non le si lascia scendere in fondo.

La prima è nascosta nella traduzione. Quando Matteo dice che Gesù «fu preso da compassione» per quella folla, usa un verbo greco (ἐσπλαγχνίσθη) che non ha nulla di sentimentale. Viene da splàgchna, le viscere, le interiora. Gesù non si commuove lievemente: viene sconvolto nel profondo. Qualcosa si muove in lui come si muove qualcosa in una madre davanti al figlio che soffre. Non è pietà distante. È prossimità fisica, corporale, quasi violenta.

La seconda immagine è la mietitura. «La messe è abbondante.» Non dice: il lavoro è tanto. Non dice: c'è molto da fare. Dice: c'è messe. C'è già qualcosa di maturo, di pronto. Il campo non aspetta di essere seminato — aspetta di essere raccolto. Il senso è che la vita della gente, le storie delle persone, già portano in sé qualcosa di Dio che attende di essere riconosciuto, accolto, celebrato.

Queste due immagini — le viscere e la mietitura — mi sembrano la chiave per capire non solo il Vangelo di questa domenica, ma la vita di don Ferdinando, di cui oggi, nel centenario della sua nascita, vogliamo custodire la memoria con gratitudine.


Il «somarello di Dio»

Don Ferdinando era un uomo di grande cultura — chimico, letterato, teologo a suo modo, formato all'Opus Dei, innamorato della Parola. Eppure, di sé ha scelto di scrivere, con quell'autoironia che gli era propria: «sempre di più mi sento un somarello, un somarello di Dio».

È una frase che fa sorridere. Ma contiene qualcosa di profondamente evangelico. Nel Vangelo di oggi, Gesù non dice ai discepoli: «Andate voi che siete bravi, preparati, all'altezza». Dice: «Pregate il Signore della messe». Perché il punto non è la nostra competenza, ma la capacità di essere attraversati dalla compassione di Dio (è lo splàgchna). I dodici vengono mandati senza borsa, senza pane, senza difese. Vengono mandati con il potere di curare, di liberare — ma quel potere non è loro. «Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date.»

Il sacerdozio di don Ferdinando — e più in generale ogni forma di ministero, ogni forma di vita cristiana che voglia essere autentica — non si fonda sulla straordinarietà del singolo, ma sulla grazia ricevuta. Paolo nella lettera ai Romani va ancora più in fondo: «Mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi.» Non quando eravamo pronti. Non quando eravamo degni. Proprio allora. Il Signore della messe non aspetta che il campo sia perfetto: raccoglie ciò che è già maturo nella misericordia.


Santi Apostoli, ventitré anni

Don Ferdinando è rimasto in questa parrocchia ventitré anni. Prima come parroco, poi come collaboratore. Ventitré anni nello stesso campo.

C'è qualcosa di molto umile e molto bello in questo. Il Vangelo di oggi apre con una folla che Gesù vede «stanca e sfinita, come pecore senza pastore». Non è una folla astratta. È gente concreta, con i suoi problemi, le sue malattie, le sue incomprensioni, le sue fatiche feriali. Ed è lì, davanti a quella gente specifica, in quel momento preciso, che Gesù sente le viscere commuoversi.

Don Ferdinando ha vissuto qui quello stesso movimento. Ha conosciuto le persone per nome. Ha portato il peso di storie difficili. Ha insegnato chimica al liceo e ha aperto finestre sul senso della vita. Ha guidato, accompagnato, e poi — quando anche la malattia è arrivata — ha continuato, dal suo appartamento sull'Adige, a essere «guida o semplicemente padre» per chi andava a trovarlo.

La messe non è lontana. La messe è qui. Nelle case, nei volti, nelle fatiche quotidiane delle persone che ci stanno accanto.


Essere «regno di sacerdoti»

La prima lettura ci porta sul Sinai. Dio parla a Mosè con parole che sembrano quasi incredibili: «Sarete per me un regno di sacerdoti e una nazione santa.»

Non dice: avrete tra voi qualche sacerdote. Dice: tutti voi sarete regali, tutti voi sarete santi. È un'intuizione che attraversa i secoli e arriva fino al Concilio Vaticano II, fino alla spiritualità dell'Opus Dei che aveva formato don Ferdinando: la santità è vocazione di ogni battezzato, in ogni condizione di vita. Non solo di chi ha un ruolo, un titolo, una posizione.

Ciò che Dio chiede è di «ascoltare la sua voce» e di osservare «la sua alleanza». Non grandi imprese. Ascolto e fedeltà. Le due cose che un buon pastore impara a fare con la gente che gli è affidata: ascoltare le voci concrete, restare fedele anche quando è faticoso.


Sconfinare

Mi fermo un momento su questa parola — «sconfinare» — che mi sembra importante.

Don Ferdinando era uno che sconfinava. Sconfinava tra chimica e letteratura e fede, perché per lui non erano universi separati. Era stato espulso dal seminario per aver recitato tre componimenti ispirati alla poetica inglese — tacciato di «pessimismo esistenzialista». Ma non era pessimismo: era la capacità di stare nella realtà senza semplificarla, di prendere sul serio la vita delle persone nella sua complessità.

Il Vangelo che abbiamo ascoltato fa esattamente questo: sconfina. Gesù non guarda la folla dall'alto del suo titolo. Si lascia attraversare da essa. Si lascia sconvolgere nelle viscere. E poi manda i discepoli non a fare discorsi ma a «guarire i malati, risuscitare i morti, mondare i lebbrosi, scacciare i demoni». Azioni concrete. Vicinanza reale.

Forse il messaggio di questa domenica — nel centenario di un prete che ha cercato di fare questo per tutta la vita — è che la fede cristiana non è mai consolatoria in modo banale. Dice: il Signore vede la tua fatica e ne è sconvolto nel profondo. E manda qualcuno a stare accanto a te.



Don Ferdinando ha concluso il suo racconto autobiografico qui, ai Santi Apostoli. Non per caso. Perché qui aveva vissuto il cuore del suo ministero: quella «vicinanza con la sua gente, nella trama delle relazioni del vissuto feriale delle persone, là dove la vita si fa carica di fatica e di speranza».

Viscere. Mietitura.

Le viscere di Dio che si muovono per noi. La messe di umanità che attende di essere raccolta con cura, gratuitamente, perché gratuitamente è stata ricevuta.

Don Ferdinando sapeva che i «santi» si ricordano per quel modo di guardare la gente che, senza saperlo, era lo stesso sguardo di Gesù sulla folla: mosso fino alle viscere, convinto che anche la storia più piccola portasse in sé qualcosa di maturo, qualcosa degno di essere raccolto.

Grazie, don Ferdinando. E grazie al Signore della messe.

                               Santi Apostoli, 14 giugno 2026

                                         Don Ezio Falavegna

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